Valerio Morucci a Casapound /2

morucci_fondo-magazineMarco lo ricordavo perfettamente: un ragazzo tenace e dignitoso che passò qualche tempo con noi a Terza Posizione. Ci era venuto insieme a Claudio, il quale in seguito divenne uno dei nostri quadri migliori. Entrambi erano al Prenestino, due anni prima,  quella sera di novembre in cui Mario Zicchieri morì dissanguato, a sedici anni, per un’esecuzione attuata con fucili a pompa. Claudio rimase miracolosamente incolume e Marco invece fu leso al ginocchio e alla mano e intraprese un vero, interminabile, calvario di riabilitazione. L’ho rivisto trentadue anni dopo, ieri sera, a Casa Pound ad ascoltare colui che ha sempre ritenuto essere il suo attentatore e l’assassino del suo giovanissimo amico.

Il covo dell’intolleranza

Casa Pound, che un pugno di idioti e di ignoranti continua a definire “covo d’intolleranza” era gremita di gente d’ogni età e colore. Relatori a tutto campo  (Gramazio, Mellone, Tassinari, Mughini e Morucci coordinati dal caporedattore de l’Occidentale, Carlomanno Adinolfi), avevano richiamato spettatori di ogni generazione. Nella sala principale, riservata ai giornalisti e alle persone che avevano il diritto, per l’età, di assistere in prima fila al dibattito che verteva sì sulle carceri ma avrebbe sicuramente affrontato gli “anni di piombo”, c’erano  rappresentanti di ogni ambiente politico, da tutte le destre a Rifondazione e Sinistra democratica. Il megaschermo era stato installato in un altro paio di aule e in più c’era la gente sulle scale; ci saranno state quattro o cinquecento persone. E quasi tutte le tesate e le agenzie giornalistiche circondavano il tavolo delle conferenze.

Qual era l’aspettativa?

morucci_casapound_fondo magazineCosa aveva radunato tutta questa gente, quale aspettativa? Per alcuni di sicuro il gusto del proibito o la morbosa curiosità; per i più la sensazione che si stesse compiendo qualcosa di significativo. Ma che cosa? Semplicemente che un diavolo rosso in un inferno nero veniva per dire – e per sentirsi dire – quello che in tanti attendevamo da secoli. Non per porgere le scuse e per dolersi dell’averci odiato, non perché alla fine ci si abbracciasse tutti, lascivi e flaccidi, nell’inciucio grigio e buonista che tanto piacerebbe ai peggiori individui del nostro Paese. Per dirci, invece, gli uni e gli altri, da combattenti a combattenti, che non solo si può ma si deve essere diversi. Che nell’essere diversi si può essere nemici. E che, nell’essere nemici, non si deve assumere quella logica abominevole che fa del proprio nemico un subumano, un individuo eliminabile di per sé. Qualcuno che non ha diritto di vivere e che non si deve nemmeno ascoltare. Qualcuno sul quale l’ingiustizia è tollerabile. Qualcuno la cui vita vale quale quella di una mosca. “Una forma – ha detto giustamente Morucci – di cannibalismo pervertito perché il cannibale nel mangiare il fegato del suo nemico lo onora e invece, rispondendo a quella concezione (che è partigiana) che imperversò negli anni settanta si è approdati ad un cannibaismo senza onore. Sono oggi venuto a rendervi onore da nemico che vi rispetta e che si confronta con voi.”

Per questo, più che per il resto, Morucci ha strappato gli applausi. Nulla a che vedere con l’immagine che qualche geloso beccamorto, mestierante scribacchino, ha voluto offrire insieme ad altre porcherie nella speranza di rompere – a destra – la solidarietà con chi avrebbe applaudito il carnefice.

I fascisti della mia generazione

Quello che la gente, quantomeno  la gente fascista della mia generazione, ha apprezzato è stata proprio questa affermazione di dignità, ancor più del motivo stesso dell’incontro che, a prescidere dal tema, verteva sull’invito, fatto, di abbandonare la categoria imbecille e pericolosa dell’antifascismo, gabbia per sciocchi. Questo doveva essere l’evento clou della serata ma è stato superato in corsa; non solo dal finale in cui, con un intervento dal pubblico, si allargava il messaggio alla categoria di “ogni anti” (solo i deboli e i vuoti si manifestano per negazione, chi è afferma) ma soprattutto dalla rilettura delle categorie. Fino a ieri sembrava che chi si era scontrato dovesse ignorarsi o chiedere scusa di tutte le sue emozioni e di tutto il suo pathos. Invece la serata di Casa Pound è servita a restituire una concezione romana, e poi sacroromana, di combattimento.

A quel punto neppure contava più il fatto che la mia parte non fu la prima a spargere sangue, non fu la prima a odiare, non fu la prima a uccidere e che fu quella più discriminata e ferita. E’ un fatto, ma non importa, non se si ragiona da stoici, in quel caso conta come si agisce e non perché. Conta il nostro stile e non le ragioni che si possono addurre a giustificazione del suo abbandono.

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L’insegnamento di Marco

Marco lo ricordavo perfettamente: un ragazzo tenace e dignitoso che passò qualche tempo con noi a Terza Posizione.  L’ho rivisto trentadue anni dopo, ieri sera, a Casa Pound ad ascoltare colui che ha sempre ritenuto essere il suo attentatore e l’assassino del suo giovanissimo amico. E quello che è avvenuto dopo è stato notevolissimo e sono stato tra i pochissimi testimoni. Marco è davvero convinto che Morucci sia uno dei suoi attentatori,  degli assassini di Mario. Sostiene che il processo non sia andato come doveva. Morucci al contrario giura di non entrarci per nulla. Lo ha ripetuto per mesi, guardando le persone negli occhi, infinitamente. Aggiungendo che questo non sminuisce le sue responsabilità oggettive e che egli si sente colpevole anche per Mario, pur non avendo partecipato al suo vile assassinio. Difficile, io direi impossibile, che una persona riesca a mentire così, vieppiù se poi è stato assolto  è inconcepibile condannarlo noi per partito preso. Marco ha chiesto di guardarlo da solo a solo e gli ha chiesto che gli parlasse di quel massacro. Morucci ha ribadito, punto per punto, parola per parola, quello che pensa della sua responsabilità in quella follia e Marco gli ha detto: “mi basta questo; sono passati trentaquattro anni e io combatto ancora. Sono passati trentaquattro anni e cerco ancora di incontrarvi ma siete sempre scappati. Sono stato allontanato anche dal processo. Ora volevo vedere uno di voi negli occhi e già questo mi basta. Tutto il resto, tutto quello che hai detto, mi va bene. Mi stava bene anche allora, figurati oggi”. Marco è un grande, anzi Marco è grandissimo. Ma anche Morucci ha avuto coraggio.

Noi e la guerra

Demagoghi, agit-prop,  combattenti simulati e beccamorti non capiranno. Non hanno gli strumenti (e in certi casi non hanno la purezza d’animo) per capire. Quello che ci è piaciuto, quello per cui molti di noi hanno detto “sono stato felice di essere presente”  è  l’aver sentito il riconoscimento della dignità del combattimento. Noi fummo qualcosa di più che non una fazione di tribù urbana, fummo i cultori della metafisica della guerra, come via esistenziale dell’uomo in lotta con se stesso, ed è stato notevole assistere al recupero della sua essenziale, virile, nudità, una volta che nel confronto il velo bipartisan dell’idiozia è caduto. E forse (m’illudo) i trentenni mangiacomunisti che s’indignano quando lancio appelli per la giustizia a favore di ricercati rossi inizieranno a capire che non è per innamoramenti trasversali che lo faccio ma per adesione ad un’essenzialità che a loro sfugge. Così capiranno perché a quegli appelli partecipano persone che hanno ancora in corpo le pallottole sparategli da commandos omicidi comunisti, come è il caso di Miro Renzaglia, o militanti esemplari come Maurizio Murelli che, più volte, in carcere dovettero farsi largo a colpi di caffettiera bollente per evitare il linciaggio cui li avevano condannati compagni di prigionia perché i fascisti non dovevano vivere, neanche dietro le sbarre. Se i combattenti simulati, se gli aspiranti eredi di anni di cui non hanno che un’idea astratta, provassero a capirli,  comprenderebbero anche il valore del messaggio di Marco che è di Vittoria mentre la loro ripetizione all’infinito dell’angoscia non è neppure una vendetta (che è una categoria importante) ma cecità mediocre.

“Siamo nati in un tempo sbagliato ma siamo nati per davvero”

E se osservasse bene questi comportamenti, forse Angelo Mellone rivedrebbe il suo giudizio così negativo sugli anni settanta e capirebbe cosa intendeva Ugo Maria Tassinari dicendo che almeno quella violenza aveva un senso mentre qualla quotidiana di oggi (da Guidonia a Nettuno) è  priva di qualsiasi significato. Da quella violenza sono nate anche persone serenamente pacificate, magnanime (ossia di grande animo) che nessun beccamorto di scribacchino riesce a comprendere dalla sua bassa prospettiva. Il che non dico, sia ben chiaro, per riproporre la logica di quegli anni. Da tempo sto cercando d’impedire che ciò si ripeta, malgrado i piccoli i vari Di Pietro o Ferrero per interessi partitici meschini niente facciano per ostacolarla.  Ma ritengo giusto, più ancora che necessario, cogliere le altezze e le profondità esistenziali che quei tempi hanno prodotto, le grandezze dei Marco, che sono poi le stesse dei Volontari della guerra perduta. Ciò detto, preferisco mille volte chi, come Angelo Mellone, quegli anni li rifiuta a quelli che provano a rimetterli in scena come scimmie virtuali e scambiano gli atteggiamenti (ovvero le gabbie) con gli uomini (ovvero l’autenticità) nel giocare i loro war game semivirtuali di tribu urbana.

Ieri a Casa Pound, nel “covo dell’intolleranza”, sono stato particolarmente bene, perché i   Volontari della nostra guerra civile perduta, da tutti, hanno assaporato infine un forte gusto di autenticità.

Gabriele Adinolfi

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