Tributo a Mino Maccari

…e allo spirito toscan-fascista strapaesano e selvaggio

Abbiamo spesso considerato che il Fascismo non ha, oggi, manifestazioni d’allegria. I suoi giornali umoristi fanno piangere. I giornali politici sono quasi sempre lugubri. Il Fascismo che non sa ridere ci stringe il cuore. L’apolitica che non sa ridere non fa per noi.

Mino Maccari

C’è tutto un altro fascismo in giro per la toscana. Un fascismo gioioso, strafottente e strapaesano…

«Siamo nati in campagna! Abbiamo bazzicato per le osterie! Abbiamo amici fra i barrocciai, fra i vetrai, fra i contadini, fra gli artigiani!… Si finisse a Piccadilly, ed alla Fifth Avenue, sempre ragioneremo e discorreremo alla maniera antica italiana.» Così Mino Maccari [nella foto sotto] descrive l’ambiente che gravitava attorno a  “Il Selvaggio”, rivista settimanale che vide la luce il 13 luglio 1924 a Colle Val d’Elsa, grazie all’intesa di Maccari e del vinaio di Poggibonsi Angelo Bencini.

mino-maccari_fondo-magazineL’alone goliardico del progetto e il retroterra culturale ce li fornisce sempre il fondatore: «Doveva essere un giornaletto locale, che so?, raccontare del trasferimento del macellaio e delle corna del farmacista. Eravamo nel 1924, avevano ammazzato Matteotti. Io ero giovane, dannunziano, megalomane, esibizionista, vanitoso. L’idea di fare un giornale mi solleticava. E poi la mettifoglio della tipografia era bella, bianca con gli occhi della Madonna  si, la famosa Neve. Insomma mi convinsi. Ma non avevo un’ideologia. Vivevo di sentimenti, di passioni, di scherzi. Hegel e Marx io non gli ho mai letti; di Nietzsche e mi sembra anche di Stirner, che era uno dei maestri del Mussolini rivoluzionario, ci parlò Pellizzi, che era coltissimo. A me piacevano Montaigne, Voltaire, Leopardi e Shopenhauer, gli spiriti liberi…».

Mino Maccari si laurea in legge ma la sua passione è la pittura,troppo intellettualmente indisciplinato per accettare gli obblighi e le servitù della vita forense. Passa il tempo a «disegnare, incidere rozzamente piccoli culs de lampe di cattivo gusto, gironzolare per la campagna per quelle colline boscose variate da prati, campi e vigneti, disseminati di casolari antichissimi, dipingendo dal vero con qualche vaga aspirazione macchiaiola, vuole dedicarsi al suo diario, scrivere versi in rima, constatare che l’Italia è in mano ai maiali».

Nonostante l’allegria portata delle giovani leve del fascismo rivoluzionario, nel periodo in cui nasce “Il Selvaggio” non c’era molto  di che gioire all’interno del Partito. Dopo l’omicidio Matteotti molti avevano cominciato ad appendere la camicia nera al chiodo, accingendosi ad aprire le danze dell’ennesimo ballo mascherato tipico del trasformismo italico.  In questo clima Maccari e pochi altri decidono di serrare le file e tirare fuori dall’armadio “il Santo Manganello, raddrizzatore e persuasivo”.

Scrive Maccari: «Nato per la volontà di pochissimi squadristi, subito dopo l’affare Matteotti, quando tanti fascisti si affrettavano a togliere il distintivo dall’occhiello, questo scalcinatissimo settimanale ha fatto il proprio dovere meritandosi gli autorevoli rimproveri dell’ autorevole Adolfo Baiocchi, per aver detto male di Garibaldi. Neppure gli intellettuali del fascismo hanno trascurato “Il selvaggio“: Bottai per tentare di sfotterlo; Suckert (Malaparte) per portare al nostro fianco il suo metro e novanta di statura… L’anima del fascismo, quale l’abbiamo sentita in noi è profondamente rivoluzionaria, e dobbiamo con franchezza dichiarare che quest’anima rivoluzionaria non s’è esaurita e neppure espressa completamente in quell’episodio cominciato bene e finito».

Il movimentismo  che caratterizzava il giornale saltava subito all’occhio. “Il Selvaggio” porta come sottotitolo “battagliero fascista” mentre alla sinistra della testata si trova il motto di Marinetti “marciare e non marcire”, a destra “né speranza né paura”. Ma nonostante venisse riportata la dizione marinettiana, “Il Selvaggio” si caratterizzava per la sua spiccata vena anti/modernista, nemica di qualsiasi prodezza della tecnica. Orco Bisorco (pseudonimo di Maccari) si scaglia  ferocemente contro l’urbanizzazione e i deliri industrial/capitalisti delle cloache statunitensi: «Noi possiamo vantarci di essere i più strenui difensori del fascismo rurale

e delle qualità probe, oneste, forti della nostra gente; noi soli la difendiamo – e non per estetismo – dal bastardume novecentista, dalle teorie futuriste-bolsceviste, dalle impostazioni sfacciate della cosiddetta civiltà di marca americana».

Vittime predestinate di Maccari sono i Ras che rappresentano la peggiore deriva gerarchista ed  intellettualmente castrante, a cui il fascismo sia andato incontro.

Ecco un passo: «Ispezionate le province, camerata Farinacci, ma ispezionatele a fondo e troverete delle carogne da buttar via e dei buoni da utilizzare. Perché molto spesso la disciplina, localmente, diventa il mezzo col quale un pugno di faziosi stretti da vincoli oscuri, sottomettono i nuclei pensanti e le intelligenze che oltre a portare al partito un contributo di pensiero, di idee e volontà, romperebbero le uova

nel paniere misterioso dei sullodati signori».

La voce di Maccari si fa sentire anche quando l’antisemitism

o si trasforma in attività professionale per mestieranti della carta stampata: «A Telesio Interlandi / Or ciascun si raccomandi / presentando com’è logico / l’albero genealogico».

Ma il capo dei Selvaggi oltre ad essere un fine intellettuale è  soprattutto un artista. In linea con Gramsci capisce che se si vuole cambiare l’Italia bisogna agire sugli italiani e per farlo si deve egemonizzare la cultura. Allora quale mezzo migliore se non l’arte?

«Non c’è che l’arte. L’arte è l’espressione suprema dell’intelligenza di una stirpe. Una rivoluzione è anzitutto e soprattutto un atteggiamento e un orientamento dell’intelligenza, dunque dalla produzione artistica noi avremo l’indice del valore d’una rivoluzione. Il discorso del duce alla Mostra del Novecento conferma tale concetto: esso ha pesato in modo decisivo sulla crisi del “Selvaggio” il cui atteggiamento aveva già tutti i caratteri di una manifestazione artistica; sicché nessuno potrà meravigliarsi dell’ avere il Selvaggio chiuso il suo periodo squadristico ed eletto a compito di una sua nuova vita di coltivazione dell’arte.»

il-selvaggio_fondo-magazine

Intanto nel 1926, nei pressi del Caffè Paskowski, grazie alla collaborazione di Leo Longanesi, Ardengo Soffici, Ottone Rosai e altri ribelli nasce il movimento culturale “Strapaese”. Scrive Maccari: «Qui o signori, incomincia la storia di Strapaese, di uno strano luogo, dove il sindaco veste di fustagno, non c’è la tassa sui cani e non ci sono orinatoi, perché la gente piscia al muro dove si fa e non si dice dove i moccoloni ruzzano e le donne sono sempre gravide  situato un po’ più giù di Firenze un po’ più su di Siena».

In seguito dirà: «Strapaese era la tendenza che si opponeva, in campo artistico a quei gruppi di intellettuali che cercavano un rapporto con le avanguardie europee. Il Selvaggio era appunto l’organo di Strapaese che si atteggiava a popolaresco e plebeo, sprezzante di ogni moda e corrente che venisse d’oltre confine».

Grazie all’esposizione della “Mostra d’Arte del Gruppo del Selvaggio”, Maccari dà libero sfogo alla sua ira iconoclasta. Se la censura blocca la satira nei confronti del regime, per il resto gli era lecito sparare a zero sulle sue componenti più colluse: «Una folla di parassiti, preti, massoni, uomini d’ ordine, libertini, capitalisti, militaristi, snob e artisti venduti».

Oltre alle mostre vengono organizzati convegni e pubblicazioni dove si concede spazio alle eresie dei giovani provenienti dai GUF. Purtroppo però l’avventura culturale si conclude nel peggiore dei modi. Era il 1943…

Ma chiudere in questo modo il mio tributo a Maccari non renderebbe giustizia allo spirito irriverente dell’Orco. Quindi preferisco concludere con un passaggio de La pelle, la toscanissima pelle di Curzio Malaparte.

«I ragazzi seduti sui gradini di Santa Maria Novella, la piccola folla di curiosi raccolta intorno all’obelisco, l’ufficiale partigiano a cavalcioni dello sgabello ai piedi della scalinata della chiesa, coi gomiti appoggiati sul tavolino di ferro preso a qualche caffè della piazza, la squadra di giovani partigiani della Divisione comunista “Potente”, armati di mitra e allineati sul sagrato davanti ai cadaveri distesi alla rinfusa l’uno sull’altro, parevano dipinti da Masaccio nell’intonaco dell’aria grigia. Illuminati a picco dalla luce di gesso sporco che cadeva dal cielo nuvoloso, tutti tacevano, immoti, il viso rivolto tutti dalla stessa parte. Un filo di sangue colava giù per gli scalini di marmo.

I fascisti seduti sulla gradinata della chiesa erano ragazzi di quindici o sedici anni, dai capelli liberi sulla fronte alta, gli occhi neri e vivi nel lungo volto pallido. Il più giovane, vestito di una maglia nera e di un paio di calzoni corti, che gli lasciavano nude le gambe dagli stinchi magri, era quasi un bambino. C’era anche una ragazza, fra loro, giovanissima, nera d’occhi, e dai capelli, sciolti sulle spalle, di quel biondo scuro che s’incontra spesso in Toscana fra le donne del popolo, sedeva col viso riverso, mirando le nuvole d’estate sui tetti di Firenze lustri di pioggia, quel cielo pesante e gessoso, e qua e là screpolato, simile ai cieli di Masaccio negli affreschi del Carmine.

[…] l’ufficiale partigiano seduto davanti al tavolino di ferro […] tese il dito verso uno dei ragazzi, e disse: – Tocca a te. Come ti chiami?

– Oggi tocca a me – disse il ragazzo alzandosi – ma un giorno o l’altro toccherà a lei.

– Come ti chiami?

– Mi chiamo come mi pare – rispose il ragazzo.

– O che gli rispondi a fare, a quel muso di bischero? – gli disse un suo compagno seduto accanto a lui.

– Gli rispondo per insegnargli l’educazione, a quel coso – rispose il ragazzo, asciugandosi col dorso della mano la fronte madida di sudore. Era pallido, e gli tremavan le labbra. Ma rideva con aria spavalda, guardando fisso l’ufficiale partigiano. L’ufficiale abbassò la testa e si mise a giocherellare con una matita.

A un tratto i ragazzi presero a parlare fra loro ridendo. Parlavano con l’accento popolano di San Frediano, di Santa Croce, di Palazzolo.

– E quei bighelloni che stanno a guardare? O non hanno mai visto ammazzare un cristiano?

– E come si divertono, quei mammalucchi!

– Li vorrei vedere al nostro posto, icché farebbero, quei finocchiacci!

– Scommetto che si butterebbero in ginocchio!

– Li sentiresti strillar come maiali, poverini!

I ragazzi ridevano, pallidissimi, fissando le mani dell’ufficiale partigiano.

– Guardalo bellino, con quel fazzoletto rosso al collo!

– O chi gli è?

– O chi gli ha da essere? Gli è Garibaldi!

– Quel che mi dispiace – disse il ragazzo, in piedi sullo scalino, – gli è d’essere ammazzato da quei bucaioli!

– ‘Un la far tanto lunga, moccicone! – gridò uno della folla.

– Se l’ha furia, la venga lei al mi’ posto – ribattè il ragazzo ficcandosi le mani in tasca. L’ufficiale partigiano alzò la testa, e disse: – Fa’ presto. Non mi far perder tempo. Tocca a te.

– Se gli è per non farle perdere tempo – disse il ragazzo con voce di scherno – mi sbrigo subito. E scavalcati i compagni andò a mettersi davanti ai partigiani armati di mitra, accanto al mucchio di cadaveri, proprio in mezzo alla pozza di sangue che si allargava sul pavimento di marmo del sagrato.

– Bada di non sporcarti le scarpe! – gli gridò uno dei suoi compagni, e tutti si misero a ridere.

Ma in quell’istante il ragazzo gridò: – Viva Mussolini!  e cadde crivellato di colpi.

Romano Guatta Caldini

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