Tibet libero? No, grazie…

Alessandro Cavallini

Di recente, poche settimane fa, prima a Roma e poi a Venezia, il Dalai Lama ha ricevuto la cittadinanza onoraria, tra le danze rituali di invocazione e condivisione tipiche del suo paese, e le molte bandiere esposte dai numerosi sostenitori della causa tibetana in segno di solidarietà. Ad accompagnarlo l’immortale schiavo del Mondialismo, il radicale Marco Pannella.

Ovviamente pieno sostegno anche da parte del primo cittadino della città lagunare, l’ex filosofo marxista Massimo Cacciari, che ha ribadito l’omaggio «all’intelligenza con cui il Dalai Lama porta avanti la battaglia per la libertà e l’autodeterminazione di un Paese che ha sempre lottato per la propria indipendenza». Il Tibet, ha poi aggiunto, è circondato «da un’aura mitica in tutto il mondo, ed è oggetto di nostalgia e rispetto da parte di tanti intellettuali occidentali». Cacciari ha quindi sottolineato che «ancora la battaglia non è conclusa» e rivolgendosi al Dalai Lama ha spiegato la volontà di «manifestare il nostro appoggio conferendole la cittadinanza onoraria a sostegno della sua azione per la libertà e l’autodeterminazione per il popolo tibetano».

E da parte sua il leader spirituale (o meglio dovremmo dire lo stipendiato d’oro degli imperialisti yankees) del Tibet ha dichiarato che nel 1956, nel corso di un incontro in India, «i rappresentanti del governo cinese ci dissero che il Tibet è un Paese speciale: già allora chiedemmo quindi una autonomia speciale». Ha poi ricordato alcuni passaggi della storia recente, ricordando le promesse più volte giunte dal governo cinese sulla maggiore autonomia da concedere al Tibet. «Stiamo passando un periodo ancora difficile e tragico – ha concluso il Dalai Lama, rivolto alla sala gremita di autorità – abbiamo ancora bisogno del vostro sostegno: per favore, continuate a darcelo».

Peccato però che il gran capo spirituale, tanto amato da Richard Gere e gli altri omuncoli divi di Hollywood, abbia dimenticato di dire cos’era il Tibet prima dell’annessione alla Repubblica Popolare Cinese: nel 1953, la maggioranza della popolazione rurale – circa 700.000 su una popolazione totale stimata 1.250.000 – era composta da servi della gleba. Vincolati alla terra, veniva loro assegnata soltanto una piccola parcella fondiaria per poter coltivare il cibo atto al sostentamento. I servi della gleba e il resto dei contadini dovevano in genere fare a meno dell’istruzione e dalle cure mediche. Trascorrevano la maggioranza del loro tempo sgobbando per i monasteri e per i singoli Lama di alto rango, e per un’aristocrazia secolare, laica, che non contava più di 200 famiglie. Essi erano in effetti proprietà dei loro signori, che gli comandavano quali prodotti della terra coltivare e quali animali allevare. Non si potevano sposare senza il consenso del loro signore o Lama. Se il suo signore lo avesse inviato in un luogo di lavoro lontano, un servo avrebbe potuto essere facilmente separato dalla sua famiglia. I servi potevano essere venduti dai loro padroni, o sottoposti a tortura e morte.

E noi dovremmo appoggiare i sostenitori di un regime feudale? E poi perché l’opinione pubblica urla quotidianamente contro il pericolo del fondamentalismo islamico ma appoggia in massa la lotta di chi vorrebbe restaurare un sistema teocratico come quello tibetano? Noi per fortuna non siamo dei pecoroni e quindi lasciamo volentieri a Pannella e ai suoi amici pervertiti continuare a sostenere le ragioni (?) dell’autodeterminazione del Tibet. Meglio un sistema capital-comunista come quello cinese, che garantisce un minimo di assistenza sociale per tutti, che il ritorno al feudalesimo. Perciò, finchè la situazione sarà questa, noi non potremmo che continuare a dire: TIBET LIBERO? NO, GRAZIE.


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