Obama e la nuova Era dell’Acquario

È stato incoronato! In Visione planetaria si è compiuto l’evento. Nella Washington bianca, nel senso che i luoghi del potere, non so se volutamente, sono bianchissimi (la Casa Bianca, il Lincoln Mall, gli altri edifici annessi) il predestinato, ha preso possesso del Regno Universale. Barack Obama, dismesse le mutande da bagno con cui si è fatto democraticamente ritrarre dai paparazzi in cerca di gossip, ha indossato un abitino nero e camicia bianca a metà strada tra lo young urban professional e i Black Muslims, forse per bilanciare con uno stile un po’ funereo, il damascato giallo della moglie che fa tanto tenda da salotto impolverata. La Obama Crew ha assistito all’investitura ed al discorso, prima in deferente silenzio, poi esplodendo in un  entusiasmo irrefrenabile, cospargendo i selciati della capitale di calde lacrime.

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Obama ha annunciato l’avvento di una nuova era (quella dell’Acquario?) «l’America ha un ruolo da svolgere nell’inaugurare una nuova era di pace», preannunciando, in tono messianico: fatiche, difficoltà, belve feroci e serpenti pronti a mordere il calcagno della virginea maestà americana. Ma questo sforzo sarà ricompensato da un periodo in cui la prosperità verrà dispensata a tutti. Questo discorso d’insediamento, che a molti è sembrato l’annuncio di un futuro paradisiaco, seppur carico di responsabilità, a me è parso il riproporsi di quell’incubo che, per i non Americani, è il “sogno americano”. Ai suoi concittadini, Obama chiede di riaffermare in loro stessi il principio secondo il quale la Frontiera è dura e va affrontata con fatica, consapevoli delle sofferenze, ma corroborati dalla certezza che quella fatica risolleverà il paese, ponendolo nuovamente a capo, come forza trainante, del mondo intero. Questo sforzo è il tributo che si offre all’America ed ai suoi padri fondatori. Alla stessa dura responsabilità sono richiamati gli alleati, visti esattamente come erano visti dai suoi predecessori. L’America è pronta a riprendere la leadership globale, in forza della sua ritrovata vitalità ed in forza della superiorità dei valori che gli americani incarnano. Gli alleati-sudditi sono tenuti ad adeguarsi. Per i nemici islamici nessuna redenzione, solo ai moderati viene offerta una possibilità, vincolata ad un loro primo atto di sottomissione «al mondo islamico diciamo che siamo alla ricerca di una nuova strada da percorrere in base ad interessi condivisi ed al reciproco rispetto. Se sarete disposti ad allentare il pugno, troverete la nostra mano tesa verso di voi». Quella che, in apparenza, sembra una mano tesa ai poveri del mondo «alle nazioni povere, promettiamo di lavorare assieme a voi per far fruttare i vostri campi a far scorrere l’acqua potabile; per sfamare gli indigenti e nutrire le menti affamate di conoscenza…», nella sua indeterminazione, che non fa capire per chi frutteranno quei campi e a chi andrà quell’acqua potabile, appare, in realtà, una velata minaccia, specie se vista all’ombra di tutto ciò che Monsanto e consorelle hanno combinato con i vari prodotti OGM che in primo luogo vincolano i piccoli produttori alle semenze vendute dalle multinazionali, o se si va a vedere i tentativi di privatizzare delle società idriche, tesi ad impedire il libero approvvigionamento (per non parlare degli ultimi dazi sulle acque minerali italiane che per ritorsione gli USA hanno applicato). E di quale conoscenza dovrebbero cibarsi le menti affamate di questi popoli è facile da immaginare se si va a quel passaggio del discorso che testualmente dice «sappiate che l’America è amica di ogni nazione e di ogni uomo, donna e bambino che cercano un futuro di pace e dignità, e che siamo ancora una volta pronti a indicare la strada».

Che l’arroganza di ieri, seppur mascherata da morbidi paludamenti, sia la stessa che informa lo spirito di Obama è confermato da lui stesso. «Non chiederemo scusa per il nostro stile di vita, né rinunceremo a difenderlo» fa da specchio alla dichiarazione di Gorge W. Bush quando dichiarava «Il livello di benessere degli Americani non può essere oggetto di trattativa». Inquietante poi il richiamo al destino da predestinati «Questa è la fonte della nostra fiducia: sapere che Dio ci chiama a forgiare un destino incerto». Senza andare al “Gott mit uns” di teutonica memoria, né ai vari “Dio è con noi” che hanno puntellato la storia, bastava che Obama si ricordasse di Bob Dylan e della sua “With God on our side”: « I’ve learned to hate Russians / All through my whole life / If another war starts / It’s them we must fight / To hate them and fear them / To run and to hide / And accept it all bravely / With God on my side» («Ho imparato ad odiare i Russi/ per tutta la mia vita/ se inizierà un’altra guerra/ sarà loro che dovremo combattere/ Odiarli ed averne paura/ correre e nascondersi/ e accettare tutto coraggiosamente/ con Dio dalla nostra parte»). Basta sostituire ai Russi gli Iracheni, o gli Afgani e la canzone torna miracolosamente attuale.

Ma la dichiarazione che più ha fatto eccitare le Obama girls (per non parlar dei boys) è stata «perché un uomo, il cui padre meno di sessant’anni fa sarebbe stato scacciato da un ristorante di questa città, oggi è qui davanti a voi per prestare il più sacrosanto dei giuramenti». Eccola alla fine l’America migliore, gongolano tutti, una Nazione che ha saputo emendarsi dal suo profondo razzismo fino a portare un nero afro-americano alla Presidenza. Io però la leggo in modo diverso, percependo i risvolti di quella che è l’ipocrisia americana, una miscela esplosiva di stile anglosassone e Protestantesimo. Negli anni cinquanta, ricorda Obama, i neri erano ancora fortemente discriminati nella patria della democrazia, in quella stessa nazione che aveva valicato l’oceano per mettere fine al razzismo nazista, punta dell’iceberg razzista europeo. I suoi migliori virgulti erano caduti per questo principio. L’America era entrata in guerra ed aveva pagato un pesantissimo tributo di sangue per insegnare al mondo intero a non essere razzista e per punire chi invece lo sbandierava apertamente. Cercava insomma di ripulire casa altrui (con Dio dalla sua parte) senza pulire casa propria.

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E che negli anni Sessanta il problema era tutt’altro che risolto lo dimostra quest’episodio che mi raccontò mio padre. Nel 1964, trovandosi a New York per lavoro, gli capitò, girellando qua e là, di entrare in un bar di Manhattan che si rivelò il posto sbagliato per un bianco. I frequentatori erano tutti neri che subito lo circondarono con circospezione. Uno di quelli gli fece «Ehi bello, non trovi niente di strano qui?». Mio padre rispose che no, non ci trovava niente di strano in quel bar. «Non vedi che sei il solo bianco qui dentro? Forse hai sbagliato posto! Da dove vieni, bello!». «Dall’Italia» rispose mio padre. A questo punto il volto del suo nero interlocutore si aprì in un sorriso. «Allora sei uno di noi, amico. Ti offro una birra, dài!». Ecco negli anni Sessanta i neri avevano capito la lezione. In America il razzismo ci sarà sempre, fa parte della cultura wasp che non cambierà mai. Quello che cambia è l’oggetto del razzismo: prima i neri, poi gli Italiani, poi i portoricani, poi gli ispanici, poi i cinesi. Per un afro-americano integrato oggi, ci sarà sempre un ispanico discriminato.

Il resto è tutto un omaggio a Hollywood ed alla società della comunicazione di massa con le sue necessarie liturgie: il giuramento sulla Bibbia che fu di Lincoln che salda gli eroi del passato con la missione che Dio ha indicato all’America, i bagni di folla e l’isteria a poco prezzo. Insomma vedendo l’abbronzato e dolce nuovo presidente mi viene da pensare che nelle vene d’America scorre “brown sugar” e tutto ciò che si dice in questi giorni sia proprio causato da quella droga abbronzata e dolce. E anche qui le parole della canzone di Lou Reed Heroin si intrecciano in modo inquietante con questo innamoramento eccessivo, sovraeccitato e devastante:

«Cause when the smack begins to flow

Then I really don’t care anymore Ah,

when that heroin is in my blood

And that blood is in my head

Man thank God that I’m good as dead

And thank your God that I’m not aware

And thank God that I just don’t care

And I guess that I just don’t know

Oh, and I guess that I just don’t know».

(«Perchè quando la botta comincia ad arrivare / allora non mi importa proprio più nulla / perché quando l’eroina è nel mio sangue / e il sangue è nella mia testa / ringrazio Dio, sto meglio che se fossi morto! / ringrazio il tuo Dio che non sono cosciente / ringrazio Dio che non me ne frega più niente / e ammetto che non so proprio nulla / e ammetto che non so proprio niente»).

Wall Street, dove circola più coca che ero e la consapevolezza, seppur tossica, è più vigile, ha risposto con un -4% augurale. Per quanto tempo potrà l’America, dopo aver drogato la finanza, la produzione, i consumi, i mutui, i debiti, continuare ad iniettarsi dosi dell’abbronzato e dolce presidente prima di cominciare a disintossicarsi?

Mario “vox clamans in deserto” Grossi

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