Angry young men. Revival…

Cercare di superare indenni il neo-futurismo d’accatto dei passatisti vestitisi a festa per questo febbraio 2009 era già abbastanza duro. Affrontare contemporaneamente anche il ritorno di tutte le sottoculture in ordine sparso, lo confessiamo, potrebbe rivelarsi letale. Già, perché il nuovo millennio, entrato nella storia fra rulli di tamburi, con promesse di apocalissi prossime venture e saltuari slanci di ottimismo sfrenato, non sembra ancora riuscire a trovare un’anima tutta sua. E allora via con le operazioni nostalgia. Nostalgia di qualunque cosa, basta che sia pronta all’uso. Nel 2007 abbiamo celebrato il ’77. Nel 2008 è scoppiata la ’68mania. L’ultimo revival riguarda gli Angry Young Men, i “Giovani arrabbiati” della Londra degli anni ’50. L’occasione è fornita dal ritorno sugli scaffali delle librerie italiane de La solitudine del maratoneta, di Alan Sillitoe (Minimum fax, pp. 223, 11,50 €), corrosiva raccolta di novelle di uno dei principali esponenti di quella ondata contestatrice ante litteram.

la-solitudine-del-maratoneta_fondo-magazine«A coniare il termine “arrabbiato” – spiega Marco Cicala sul Venerdì di Repubblica – era stato tale Leslie Allen Paul (scrittore ed attivista catto-marxista di cui oggi non si ricorda più nessuno), ad imporlo fu invece il drammaturgo John Osborne con la “scabrosa” pièce Look back in anger (Ricorda con rabbia) che nel ’56 venne presentata al Royal Court Theatre di Londra e scatenò il putiferio». Erano gli anni, quelli, in cui le ferite della guerra si stavano pian piano rimarginando, e tutto sembrava andare nel migliore dei modi. Tutto “doveva” andare nel migliore dei modi. Ulteriori variazioni di programma rispetto al percorso previsto non erano ammesse, non erano tollerate. Eppure qualcosa non quadrava. Già da qualche anno giravano per il Regno unito degli strani giovanotti adoratori del rock americano, costantemente abbigliati con vestiti tra l’elegante e l’eccentrico. E se c’era da menar le mani non si tiravano indietro, per il maggior scandalo dei tabloid, pronti ad avventarsi come avvoltoi sulle risse titaniche tipo quella di Notting Hill del 1958. Erano i Teddy Boy, la prima avvisaglia, per l’Europa che usciva dalla guerra, che non tutto sarebbe filato liscio. Ad un livello più letterario e culturale c’erano appunto nello stesso periodo gli “arrabbiati”. «Con l’abituale pressapochismo – spiega ancora Cicala – l’industria culturale sbatte ora quei […] ragazzacci dei primissimi Sixties nello stesso calderone dei Beatles, di Mary Quant e di quella Swinging London di cui pure erano la perfetta antitesi. Senza di loro, invece, non ci sarebbe stata, forse, l’onesta insurrezione dei punk».

E’ interessante ricordare come in quegli anni un pensatore sideralmente distante dalle sottoculture londinesi – ma pure a suo tempo vivace esponente dell’avanguardia – come Julius Evola stesse scrivendo un libro tanto importante quanto frainteso come Cavalcare la tigre, in cui, in uno dei capitoli iniziali, i Teddy boy e le diverse varianti della nuova ribellione nichilista venivano descritti in termini assolutamente non moralistici quali fenomeni particolarmente eloquenti del disagio esistenziale di chi si trovi a vivere nel mondo in cui “Dio è morto”. Una valutazione certo non entusiastica, ma che concedeva se non altro il beneficio dell’autenticità a quei giovani arrabbiati che non si facevano ingannare dalle promesse postbelliche di prosperità.

Nel frattempo i tempi continuavano a cambiare. Per le strade di Londra cominciavano a girare dei tipi strani in Lambretta. Erano i “mod”. Dall’America, intanto, giungevano le suggestioni hippie. La parte più proletaria e rude dei mod non si lasciò influenzare, ed anzi esasperò i caratteri stradaioli e operai della nuova sottoculura, fondando gli “hard mod”. Era il primo germe della rivolta skinhead, nata apolitica ma con forte tendenza nazionalistica. Sulle orme degli Skrewdriver, le teste rasate flirteranno con il National Front, mentre altre frange del movimento resteranno apolitiche o fonderanno gli Sharp, o skin di sinistra. E, in tutto questo, nasceva e si affermava il punk, mentre i cultori delle sonorità più dure diventavano “metallari”.

teddy_boy_fondo-magazineInsomma un bel groviglio, destinato ad avere qualche strascico originale anche negli anni ’80 con i “paninari” nostrani per arrivare fino agli odierni “emo”. Di questi ultimi abbiamo già parlato su queste colonne. Si tratta, per capirci, dei nuovi depressi, dei neogotici, di quei ragazzini, insomma, che girano con il frangettone davanti agli occhi, le unghie smaltate di nero e un’aria tra l’androgino e l’incompreso. Ma, come in ogni sottocultura che si rispetti, non manca chi rivendica il “tradimento” dei ragazzini che ascoltano i Tokyo Hotel, cultori dei meri lati esteriori di una tradizione musicale – l’emocore – che sarebbe invece di tutto rispetto artistico. In tutto questo i genitori letteralmente impazziscono. In una involontariamente esilarante puntata delle Invasioni barbariche di qualche tempo fa, una sorta di assistente sociale settantenne, operatrice in non so quale “telefono amico”, lanciava il pericolo “emo” dopo aver ricevuto telefonate allarmate di padri e madri di ragazzini col frangettone. La solerte operatrice si era allora documentata in internet e, rivelazioni sconvolgenti alla mano, aveva contatto autorità varie denunciando il pericolo. Peccato che la nostra eroina si fosse informata su “Nonenciclopedia”, parodia corrosiva della più istituzionale Wikipedia, nota per le acide prese in giro dei fenomeni di costume.

Ansie e anziani a parte, rimane il fatto che le sottoculture sono un fenomeno da studiare con attenzione. Non a caso in apertura abbiamo citato il futurismo. Le sottoculture rappresentano in effetti la spinta vitale dell’avanguardia nel mondo dell’esplosione dei mass media, del consumismo e delle mode come stile di vita. Rappresentano la stessa critica globale rapportata però ad un mondo in cui il potere non ha più una fisica ma, foucaultianamente, una microfisica, ovvero è diffuso e inafferrabile. Quello che era impulso rivoluzionario diventa rivolta nichilista. Persino i difetti dell’avanguardia vengono replicati su un’altra scala: i rigidi legami di subordinazione al padre-padrone (Marinetti, Tzara, Breton, Debord), l’espulsionismo patologico, lo scissionismo a oltranza, diventano nelle sottocolture piatto conformismo e fedeltà acritica ai dettami del conformismo “anticonformista”. Paradossi neotribali: ci si ribella all’omologazione, al mondo degli uguali, alle regole sociali che stabiliscono chi è “in” e chi è “out” per poi replicare gli stessi meccanismi di imitazione e esclusione in sedicesimo. Da qui la fobia del “poser”, ovvero di chi finge, di chi non è “original” o “true”, di chi è commerciale, di chi adotta solo gli stili esteriori di una sottocultura senza condividerne il “vero” spirito.

Ciononostante, avanguardie e sottoculture – pur nella loro distanza – costituiscono una delle parti più vitali del Novecento, la parte giovanilistica, ribellistica, libertaria. Ed è triste che oggi ci si riesca a relazionare con questi fermenti solo tramite l’emulazione, la nostalgia, la rievocazione stantia. Magari per amarcord patinati e accademici. Sarebbe invece interessante cercare di operare una trasmutazione alchemica. Attualizzare le spinte vitalistiche nel tempo delle reti. Trasformare la tribù in comunità. La sottocultura, finalmente, in cultura.

Adriano Scianca

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