100Futurismo – rassegna stampa

Andrea Gigliesi

È certo: Marinetti non sopporterebbe un nuovo Futurismo

Secolo d’Italia. Edizione Domenicale (25.1.2009)

Le celebrazioni appena iniziate sanno un po’ di “riparazione”, danno l’idea di una compensazione che cerca di riequilibrare un lungo e greve ostracismo. «Le commemorazioni in atto – commenta Giordano Bruno Guerri, autore del volume Filippo Tommaso Marinetti. Invenzioni, avventure e passioni di un rivoluzionario, in uscita per Mondadori la prossima settimana – costituiscono un riconoscimento tardivo verso un movimento che ha cambiato per sempre il modo d’intendere l’arte. Il futurismo è da tempo apprezzato senza riserve in tutto il mondo. Dopo una sorta di damnatio memoriae, nel nostro Paese si è optato per un risarcimento che rischia di scadere in manifestazioni apologetiche. È un comportamento paradossale, così come è paradossale che si rievochi il futurismo senza, purtroppo, riconoscere il giusto ruolo di Marinetti. Il fondatore del movimento viene ancora emarginato in modo assurdo: si fa finta che non sia mai esistito. Ma il futurismo senza Marinetti è come il cristianesimo senza Cristo o, se si preferisce, come il fascismo senza Mussolini. Senza il suo fondatore la prima avanguardia del Novecento non sarebbe mai esistita. Il futurismo è stato un movimento globale con un inventore unico, con un unico teorico».

Avanguardia delle avanguardie, il futurismo non esaltò solo lo schiaffo, il pugno, il pericolo, la “violenza travolgente e incendiaria”. Anzi. In spregio alla fissità, alla immobilità, alla tradizione stantia e al moralismo, il movimento marinettiano celebrò il progresso, l’innovazione, la tecnologia. In una visione ottimistica protesa verso il riscatto del genere umano contro ogni tipo di vassallaggio, il futurismo alimentò il culto della dinamicità e la fede nell’avvenire. Ed è proprio nella vitalità, nella speranza e nella forza d’urto dell’elemento visivo che risiede l’attualità del messaggio futurista.

Nonostante la sua modernità, il futurismo rimane confinato all’epoca storica in cui sorse e si sviluppò. Non potrà rivivere. «Lo stesso futurismo – spiega Guerri – aborrirebbe un nuovo futurismo. Cionondimeno il movimento marinettiano ha generato tutte le avanguardie del Novecento, sarà il “nonno” di tutte le avanguardie che verranno».

Le celebrazioni del centenario futurista tendono dunque a una rievocazione che continua a lasciare ai margini il fondatore del movimento. Ma i distinguo, a ben vedere, non interessano solo Marinetti.

Alcuni futuristi, come Enrico Prampolini, Gerardo Dottori e Francesco Cangiullo sono ancora poco noti. L’attenzione si concentra prevalentemente sui vari Carrà, Balla e Boccioni. Marinetti, secondo Guerri, rimane inviso anche perché «fu un uomo felice e felice di vivere. E questo suo volto gaudente cozza con l’immagine che l’Italia predilige: quella dell’intellettuale tragico e tormentato. Marinetti si godette la vita. E anche questo non piace. Eppure di Marinetti ce ne vorrebbero. Dieci, cento, mille».

Leonardo Varasano


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Quel che resta del Futurismo. L’Avanguardia che innervosì il ‘900

Repubblica 14 gennaio 2009

Sicuramente tra tutte le Avanguardie il Futurismo è stato il movimento più nervoso del Novecento, un secolo nervoso per eccellenza. Si evince dal primo manifesto di Filippo Tommaso Marinetti, pubblicato il 5 febbraio 1909 sulla Gazzetta dell’Emilia, e apparso il 20 febbraio sulle pagine del quotidiano francese Le Figaro, che esplode come una violenta deflagrazione sullo sfondo di un’Italia contadina e analfabeta, ancora abbondantemente assopita tra scampoli e retaggi di una cultura tardo-romantica, ottocentesca. Velocità, dinamismo, azione, modernità, il mito della macchina e del progresso, insieme al disprezzo per la tradizione e l’accademismo, costituiscono i nuovi valori dello Sturm und drang, impeto e assalto, futurista: per il rinnovamento della società italiana e il superamento delle vecchie ideologie attraverso l’impiego massiccio e bulimico del manifesto, forma di militarizzazione della parola usata come proclama e dichiarazione di guerra contro il mondo passatista.

I proclami di Marinetti si susseguono con intensità crescente, fino a inondare, con la tipica verve linguistica e lo spirito pungente che caratterizza la formazione, ogni aspetto del vivere civile e ogni forma di espressione artistica: dal romanzo al teatro, dalla poesia alla danza, dalla fotografia all’architettura, dal cinema alla moda, dalla radio al design, dalla tipografia alla musica, dalla cucina alla politica, al concetto di donna e quello di amore, approdando, in un documento stilato a quattro mani da Balla e Depero, all’estrema ipotesi di una Ricostruzione futurista dell’Universo. Nel tentativo di agguantare la vita e di trasformarla attraverso l’arte, il Futurismo si fa nervoso, “caffeina d’ Europa”, nei suoi manifesti sprizza insonnia, impazienza, irruenza, vitalismo, superomismo, conflittualità.

Il superamento di ogni modica quantità, l’amore per il pericolo e l’azzardo, l’apologia della macchina e dell’industria, la pubblicazione del primo Manifesto su un quotidiano della città più cosmopolita d’Europa, ci segnalano una modernissima ansietà di comunicazione: oltrepassare il recinto del linguaggio e bucare l’immaginario collettivo di una società di massa magari disattenta. È facile fare i conti con le Avanguardie storiche. Insonnia futurista contro sogno surrealista, vitalismo contro platonismo dell’astrazione, esplosione contro scomposizione cubista, nichilismo attivo contro anarchia dadaista, euforia contro lamento espressionista.

Achille Bonito Oliva

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Chissà se Marinetti avrebbe gradito

Libero 27 gennaio 2009

Non sarà la notte bianca, sarà la notte futurista, anzi giorno e notte e non una sola. L’assessore Umberto Croppi lo aveva promesso quando rinunciò alla manifestazione settembrina, ed ecco che il 20 febbraio, in occasione del centenario della pubblicazione a Parigi del Manifesto Futurista di Marinetti, Roma celebrerà la nascita del movimento che rivoluzionò il mondo culturale di inizio ‘900.

Ci sarà di tutto, di più e per tutti i gusti e anche disgusti: pittura estrema, architettura di luce, e anche “massaggi ai muscoli atrofizzati dello spettatore” che, se poteva avere un senso al debutto del secolo XX, fa un po’ sorridere in tempi di fitness (anche cerebrale) ad oltranza. E poi spettacoli teatrali, musicali, cinematografici, molte cose interessanti, molte divertenti, alcune discutibili.

Non era facile pensare a questa ricorrenza cercando di non tradire il mandato marinettiano, che escluderebbe la celebrazione, simbolo di un passatismo da superare nella dinamicità proiettata verso un domani che rifiuta la storia. E in effetti, il tutto è pervaso da una sottile vena di contraddizione che costringe ad equilibrismi concettuali di una certa arditezza.

A volere essere conseguenti e veramente “futuristi”, bisognava rinunciare all’idea della celebrazione centenaria e magari organizzare un bel rogo di libri e quadri (futuristi) che, ormai musealizzati, contraddicono il verbo marinettiano. E’ la ineliminabile aporia delle rivoluzioni avanguardistiche, quando esse diventano storia, cioè quel che non volevano essere. E allora, dovendo comunque fare i conti con l’insormontabilità del problema, forse sarebbe valsa la pena vivere la contraddizione fino in fondo, e organizzare anche un bel convegno per fare il punto su un movimento di cui tanto si è parlato a proposito, e spesso a sproposito.

Si dirà che i convegni sono faccende noiose quando vengono appaltate agli accademici che si parlano addosso; in parte è vero, ma non si deve obbligatoriamente chiamare i professori a fare lezioncine garbate e fini a se stesse, sarebbe stato interessante coinvolgere qualche appassionato studioso capace di resuscitare, intellettualmente, non muscolarmente, lo spirito della celebre scazzottata alle Giubbe Rosse, che, per l’appunto, scaturì da una divergenza di vedute sull’arte futurista tra Soffici e il gruppo milanese.

Comunque a Tommaso Marinetti FutuRoma sarebbe probabilmente piaciuto, anche se si rimane nel dubbio se ad apprezzarlo sarebbe stato il geniale inventore rivoluzionario o il “cretino fosforescente”, come lo apostrofò D’Annunzio.

Simonetta Bartolini

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Semplificato e rimpicciolito: il Futurismo a una dimensione

L’unità 27 gennaio 2009

Nell’anno del Futurismo le celebrazioni del centenario si presentano purtroppo all’insegna della superficialità: mostre dispendiose ma senza senso, iniziative slegate dalla storiografia e dalla critica. Difficile poter dire che in quest’anno del centenario del <<manifesto di fondazione>> del Futurismo non si sia entrati in modo del tutto inadeguato, con molto disordine, molta approssimazione e improvvisazione. Ancora una volta si è infatti persa l’occasione per una grande iniziativa unitaria di consistenza e supporto nazionale ma di portata internazionale.

Si susseguono lungo la penisola mostre futuriste anche dispendiose di cui si fatica a comprendere il senso e che si segnalano più per immotivazione, equivoci, assenze, presenza spesso di opere marginali, dubbie, quanto non clamorosi falsi.

Ci si arrabatta a mettere insieme più iniziative differenti, ciascuna di identità problematica poco comprensibile (come si programma a Milano,; dove peraltro mesi fa in una inadeguata retrospettiva di Balla proponeva, fra numerosi capolavori, alcuni clamorosi falsi), o si ospita quale evento saliente l’inadeguata mostra parigina (dal Pompidou alle Scuderie del Quirinale dal 20 febbraio). Mentre a fronte d’un ricorrente chiacchiericcio espositivo non circolano nuove iniziative di ricerca, non si propongono avanzamenti di conoscenza sulle complessità d’ambiti d’attività creativa praticati nella prospettiva di una ricostruzione futurista dell’universo (titolo del manifesto di Balla e Depero del 1915). Non si approfondiscono aspetti di personalità maggiori, non personalità minori, non realtà territoriali locali, regionali (perché il Futurismo italiano, se nacque a Milano e si affermò subito anche a Roma e a Firenze, fra secondi anni Dieci e soprattutto Venti e Trenta, ebbe una diffusione peninsulare e insulare, costituendo un riferimento di «modernità»: così per Guttuso o Sassu o Munari giovani).

Non a caso, nelle iniziative attuali, la tentazione ricorrente è di disaggregare quella che è stata storicamente l’unità dialettica del movimento. Di disaggregarla rispetto alla distensione temporale della sua molteplice attività, che irrefutabilmente, corre dalla fondazione, appunto nel febbraio 1909, ad opera di F.T. Marinetti, leader carismatico sostanzialmente indiscusso (più di quanto non lo sia stato Breton per il Surrealismo), alla morte del medesimo nel dicembre 1944. Con il risultato di tornare a una concezione storiografica vecchia di almeno cinquant’anni fa, quando il Futurismo era considerato soltanto come pittura e questa riferita a Boccioni, la cui morte nel 1916 – quando peraltro scompare anche il più importante architetto futurista, Sant’Elia – sembrava suggellare una conclusione dell’esperienza. Ecco dunque, come accaduto a Parigi al Pompidou, che si ritenga ancora possibile ridurre una presentazione del Futurismo al 1912.

Tuttavia il 2009 certamente offre ma non conclude un’ulteriore occasione di conoscenza e approfondimento di quello che resta il maggior apporto italiano alla cultura artistica contemporanea. Il varo del progetto pluriennale di Nuovi Archivi del Futurismo, patrocinati dalla Quadriennale di Roma (come i famosi primi, fra 1958 e 1962), e programmati dal medesimo editore De Luca, va in questo senso. Come, intanto, il volume a più voci appena pubblicato I futuristi e le Quadriennali, Electa, Milano.

Enrico Crispolti

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Esplosione futurista

Il Tempo 17.01. 2009

Ragazzi, è qui la festa? Sì, è qui a Rovereto ed è una festa futurista. E infatti, nell’attesa del 20 febbraio, centenario del Manifesto, esplodono i primi tappi di spumante per celebrare il concittadino Depero. Fortunato di nome, torna fortunato di fatto.

C’è tanta voglia di vedere e da un bel po’ fioccano prenotazioni.  Roba da non credersi: il Futurismo ha cento anni, ma torna ad averne venti, ti dice che non solo il Novecento è in gran parte cosa “sua”, ma anche il 2000 ha molto da imparare dal FTM e compagni di lotta. E più che mai da chi, come Depero, ebbe a patire nel dopoguerra solitudine, umiliazioni e ristrettezze. Come è noto, buona parte del Futurismo italiano fu fascista e Depero stette dalla “parte sbagliata” fino in fondo, con tanto di libello fascista a maggior gloria della “guerra del Duce” (“A passo romano”, 1943). Vade retro, reprobo! E tutto quello che aveva fatto come artista? Bisognava buttar via il pittore, l’aeropittore, lo scultore, il coreografo, il letterato, il grafico, il creatore di marionette, il disegnatore pubblicitario per la Campari, l’Alberti (produttrice del Liquore Strega), la Schering (Veramon), l’Unica (cioccolata), la San Pellegrino (acqua minerale) ecc.? Bisognava cancellare il ricordo di un grande artista italiano leonardesco, che aveva realizzato cuscini, manifesti, copertine, mobili, soprammobili, lampade, tarsie in panno e in ‘buxus’ (un materiale a base di cellulosa) giocattoli, e nei suoi soggiorni americani aveva realizzato centinaia di bozzetti per spettacoli teatrali e riviste di moda come “Vogue”, “Vanity Fair”? Insomma il Depero che si offre ora ai visitatori, nella sua Casa, in un trionfo di immagini e di “cose”? Beh, lui ce la mise tutta per allestire il suo Museo, ricco di oltre tremila opere e inaugurato nel 1959 alla sola presenza delle autorità cittadine e dell’artista (l’inaugurazione ufficiale non ebbe mai luogo e Depero morì l’anno dopo). Brutti tempi per duri e puri come Depero, visto che per la critica, astiosa, il Futurismo era nato nel 1909 col “Manifesto” ed era morto nel 1916, con la scomparsa di Boccioni. E dopo? Robaccia fascista. Ma era questo “secondo Futurismo”, con Depero in prima fila, che aveva portato l’arte nella vita. Era stato questo “secondo Futurismo” che era andato all’assalto delle città per trasformarle, entrando nelle redazioni dei giornali, nei ristoranti, nei cinema, nelle stazioni, negli aeroporti. Questa, la vera ondata “movimentista”, annunciata nel Manifesto del marzo 1915, firmato con Balla e Prampolini. Con parole d’ordine ancora più “totalizzanti” di quelle dell’Archetipo marinettiano del 1909. Infatti, si annunciava la “ricostruzione futurista dell’universo”. Tutti pazzi? E più che mai Depero che, dal 1919 (si veda il materiale raccolto nella Sala 1), comincerà a farsi anche a teorizzare l’autoréclame, che non è “espressione di megalomania, ma necessità per far conoscere rapidamente al pubblico le proprie idee e creazioni”. Pazzi. Creativi. Eccessivi.

Mario Bernardi Guardi

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Il futurismo ci attende

Arteconomy24 23 Novembre 2008

Cent’anni fa, come ora,  Filippo Tommaso Marinetti era febbrilmente impegnato nell’ultima stesura del manifesto di fondazione del suo nuovissimo movimento, il futurismo, che aveva in animo di annunciare con grande clamore su tutti i giornali italiani nei primi giorni del nuovo anno.

Cent’anni dopo si moltiplicano un po’ dovunque le celebrazioni per questo anniversario, con libri e mostre, la prima delle quali, «Le Futurisme à Paris», aperta da ottobre al Centre Pompidou, è un singolare esempio di omaggio a denti stretti, come spesso accade in Francia quando si parla di cose italiane. Perché se è vero che sulla facciata del Pompidou campeggia un’immensa riproduzione di un’opera di Boccioni, è però altrettanto vero che una volta entrati si rileva subito il “gallocentrismo” della mostra, che presenta per l’ennesima volta il futurismo come un movimento gregario del cubismo francese. Del futurismo è stata infatti scelta una congiuntura precisa, quella della tangenza (appunto) con il cubismo, in occasione della mostra del 1912 da Bernheim-Jeune: due, tre anni non di più, seppure rappresentati dalle sue massime icone (dalla Città che sale e la seconda versione degli Stati d’animo di Boccioni ai Funerali dell’anarchico Galli di Carrà, tutti del MoMA), che solo un’accoppiata di corazzate come il Pompidou e la Tate, dove la mostra finirà il suo percorso, possono pensare di ottenere in prestito (e infatti nella tappa intermedia, alle Scuderie del Quirinale, queste opere non ci saranno), ma ordinati in due sale soltanto, che non solo finiscono per mutilare il nostro movimento, oscurando tra l’altro un maestro come Balla (che in quella mostra non era presente e che figura qui con due opere, con funzione di esempio si presume) ma che in più, limitandosi alla sola pittura e scultura, museificano e quasi “imbalsamano” quel movimento che i musei voleva distruggere «sputando ogni giorno sull’altare dell’arte», e che era fondato sul dinamismo e sulla continua trasformazione. Di cui qui non c’è ovviamente traccia. In altre parole, la mostra parigina finisce per proporsi più come un viaggio attraverso l’arte degli anni Dieci che come un omaggio al nostro movimento.

Ada Masoero

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100 anni di Futurismo

Il Secolo XIX 9 febbraio 2009

QUESTI futuristi, V.E. lo sa, nemici delle arti, dei musei, delle accademie, degli istituti di cultura, della musica classica, di tutto ciò che essi  considerano convenzionale, sono veri esaltati che senza essere politicamente affatto rivoluzionari o repubblicani, amano il rumore e il disordine, perciò odiano la tranquillità e la pace che chiamano  indegne dell’uomo moderno”.

In questi termini – spregiativi ma non del tutto inappropriati – il prefetto di Milano ragguagliava il Ministro dell’interno a proposito della manifestazione interventista organizzata da un manipolo di giovani capitanati da Filippo Tommaso Marinetti il 16 settembre 1914.
Il Futurismo – lanciato sulla scena mondiale su Le Figaro il 20 febbraio 1909, con un manifesto dai toni reboanti,  anticipato, cosa che pochi ricordano, dalla Gazzetta dell’Emilia il 5 dello stesso mese – aveva in quel momento  già alle spalle una somma considerevole di esperienze, di scandali e di controversie, non meno che di successi.
Polemico verso ogni forma di “passatismo” ed esaltatore del nuovo, spregiatore della bellezza classica cui intendeva sostituire un’estetica della velocità e della macchina, il movimento marinettiano lo era davvero,  così come era bellicista, nazionalista, imperialista.

Sandro Riscaldone

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Febbraio 1909-  Zang Tumb il futurismo rifà l’universo Marinetti firma il manifesto dell’avanguardia che accenderà l’immaginario del secolo

La Stampa 18.01.2009

Coi petti gonfi di un immenso orgoglio, avevano lanciato un’insolente sfida alle stelle dichiarando superata la Mitologia e l’Ideale mistico. Esaltando coraggio e rivolta, gli opponevano la bellezza delle automobili da corsa e delle locomotive, la vibrazione dei cantieri, il fumo delle stazioni. E gli undici punti del loro Manifesto del futurismo traboccavano di una violenza così distruttiva e incendiaria che Le Figaro, nel pubblicare in prima pagina il documento, prendeva le distanze dalle idee straordinariamente audaci e di un’oltranza spesso ingiusta del firmatario, Tommaso Marinetti. Era il 20 febbraio del 1909. A un secolo di distanza, dopo Parigi e Mosca anche l’Italia si prepara alle celebrazioni con mostre, spettacoli, e convegni. Tanto fermento sarà finalmente l’occasione di riscoprire e valutare senza pregiudizi una figura complessa come Marinetti?

Serviranno a restituire a lui e al futurismo l’importante ruolo di precursori in seno all’avanguardia storica e di agenti propulsori di una modernità e di un rinnovamento che per l’Italia era strettamente legata allo sviluppo industriale?

Decina Lombardi Paola

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Centenari Su un quotidiano italiano, il proclama di Marinetti. Non sarebbe ora di correggere i manuali?

Futurismo: a Bologna il Manifesto

Il 5 febbraio 1909 esce sulla «Gazzetta dell’ Emilia», il 20 su «Le Figaro»

Corriere della Sera 1 febbraio 2009

Forse sarebbe il caso di aggiornare i manuali d’ arte e di letteratura. Il Futurismo? Fondato da Marinetti, con il Manifesto pubblicato a Parigi sulla prima pagina de Le Figaro il 20 febbraio 1909, si legge. In realtà le cose stanno diversamente. Il primo quotidiano su cui esce il Manifesto non è Le Figaro ma, 15 giorni prima, la Gazzetta dell’ Emilia di Bologna. Sempre in prima pagina. La notizia è nota da alcuni anni fra gli specialisti; e una copia del giornale emiliano era nella rassegna parigina, appena chiusa, al Centre Pompidou, dedicata al centenario del Futurismo. La stessa, dal 20 febbraio passa a Roma, alle Scuderie del Quirinale e, dopo, alla Tate di Londra. Altre esposizioni: al Mart di Rovereto (aperta dal 17 gennaio), a Palazzo Reale (dal 6 febbraio) e alla Permanente (7 febbraio) di Milano, al Museo Correr di Venezia (dal 5 giugno). Ma non basta. Come nubi minacciose incombono altre decine di mostre sul Futurismo. Ogni città, paesino, sobborgo, cantuccio della nazione ha sicuramente partorito un seguace di Marinetti. Basta trovarlo. Torniamo a Bologna. Proprio sull’ apparizione del Manifesto nella Gazzetta dell’ Emilia punta la mostra curata da Beatrice Buscaroli (catalogo Bonomia University Press, con interventi di Stringa, Nottoli, Ortenzi, Ventura e Prete), che si apre giovedì, scandagliando tutto ciò che ha coinvolto la pattuglia emiliana (Ago, Aterol, Alberti, Casarini, Caviglioni, Cinti, Korompay, Sabattini, Tato). Interessante, in proposito, la ricostruzione di tutta la «vicenda italiana» del Manifesto, fatta da Nico Stringa. Se Parigi, infatti, rappresenta il palcoscenico internazionale dal quale Filippo Tommaso vuole presentare il suo programma futurista, in Italia è già tutto pronto da oltre un mese. È il terremoto di Messina del 28 dicembre 1908 a bloccare la distribuzione delle migliaia di copie, in italiano e francese, destinate a giornali e ad intellettuali di tutt’ Europa. Per decine e decine di giorni i quotidiani si dedicano alla sciagura siciliana. Marinetti si rende conto che, diffuso in quel frangente, il proclama del Futurismo non possa avere eco. Decide, quindi, di rimandare tutto. Così, a fine gennaio 1909, lo spedisce, in centinaia di copie, come «lettera raccomandata». La Gazzetta dell’ Emilia lo pubblica per prima, preceduta da una nota: «Il Futurismo lo ha inventato Marinetti, il più “dinamico” dei poeti d’ Italia. La rivista Poesia ci manda il proclama focosissimo con cui il nuovo partito letterario scende a combattere. Vedremo se alle premesse seguiranno le idee, i libri e i fatti». Seguono altri giornali. Ma, tranne la Gazzetta di Mantova, gli altri giornali si limitano a dare solo una notizia succinta – il Caffaro di Genova, Il Pungolo di Napoli, la Gazzetta di Venezia, la Perseveranza di Milano, il Piccolo della Sera di Trieste, La Stampa di Torino – magari con chiose ironiche, stroncature, parodie. E il Corriere della Sera? Neppure una riga. Qualcuno dà la responsabilità a Ugo Ojetti, «conservatore e tradizionalista». Bologna guarda sì al passato, ma è capace di recepire le ventate di modernità che arrivano dall’ Europa, su tutti i campi (Guglielmo Marconi, per esempio, nel 1909 vince il Nobel per la Fisica). Anche se una decina di anni dopo verrà accusata da Marinetti di «lue passatista», la città ha un atteggiamento di simpatia per questo matto ed i suoi amici che volevano rivoluzionare il mondo. Basterebbe citare qualche episodio degli anni a venire: «Con Boccioni, Russolo, Carrà, Pratella e Settimelli invado l’ università di Bologna – scrive Marinetti – nella quale, occupata militarmente da noi, svolgiamo per quattro giorni dei corsi di Futurismo liberatore». È il 19 gennaio 1914. Dopo, al Teatro del Corso ha luogo la prima serata futurista. Che finisce con fischi e lancio di ortaggi, ma anche con molti applausi. La giornata si conclude al caffè San Pietro: lampadari rotti, tavoli rovesciati, schiaffi e pugni. Marinetti si offre di rifondere il danni, ma il direttore del locale rifiuta: i futuristi, provocati, si erano «giustamente e legittimamente» difesi. Il 20 marzo, la prima «leggendaria» mostra futurista, che in realtà di leggendario non ha nulla. Ci sono Mario Bacchelli, Giacomo Vespignani e i «tre tortellini»: Morandi, Licini e Severo Pozzati. Pittori «futuristi»? Come avviene in casi simili, non si va tanto per il sottile. Basta l’ adesione; non importa se le opere hanno poco a che fare con l’ assunto. Manifesto: anche se la Gazzetta dell’ Emilia pubblica il programma «incendiario», perché esso abbia un effetto eclatante bisogna andare altrove, al crocevia della cultura europea. Vale a dire a Parigi. Marinetti è nato ad Alessandria d’ Egitto. Fra gli amici del padre, avvocato, c’ è anche il ministro Mohamed El Rachi Pascià, il quale, una volta in pensione, si trasferisce a Parigi e diventa azionista de Le Figaro. Marinetti (33 anni) – che ha vissuto per parecchio tempo nella Ville Lumière, dove ha pubblicato alcuni lavori scritti in francese (I vecchi marinai, 1897); La conquista delle stelle, 1902; Re Baldoria, 1905) – porta in giro per la Parigi notturna e romantica la figlia di Mohamed El Rachi Pascià, Rose Fatine, giovane (20 anni) e rotondetta. Dalla corte alla ragazza alla richiesta di pubblicare su Le Figaro il Manifesto, il passo è breve. Il direttore del quotidiano obietta, temporeggia; alla fine, cede. Così, anche se con qualche distinguo, sabato 20 febbraio il Manifesto esce in prima pagina. Anche la seduzione fa parte della filosofia del Futurismo (la velocità «è un afrodisiaco»). Nel 1916, di ritorno dal fronte, Marinetti scrive Come si seducono le donne (ristampato da Vallecchi nel 2003 e, in anastatica, da Excelsior nel 2007). In automobile – suggerisce -, nei fienili, in treno. Proprio sulle rotaie, Marinetti ha diverse avventure «al ritmo furibondo della locomotiva Controllore sagace + treno velocissimo + notte d’ agosto + assenza di viaggiatori nello scompartimento x seduttore = bellissima bolognese mangiata e bevuta». Solo che, stavolta, la «bolognese mangiata e bevuta» nulla aveva avuto a che fare con la pubblicazione del Manifesto sulla Gazzetta dell’ Emilia.

Sebastiano Grasso

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Back to the future

Newstatesman 15 gennaio 2009

Marinetti’s futurist manifesto, published 100 years ago next month, launched one of the most brilliant and disturbing episodes in 20th-century art

Almost 100 years ago, on 20 February 1909, Filippo Tommaso Marinetti’s “The Founding and Manifesto of Futurism” was published. Thanks to family connections, he managed to get it on the cover of Le Figaro, France’s most respectable and conservative daily. Here began one of the most brilliant and disturbing episodes in 20th-century art, an extreme from which, it could be argued, most subsequent art has been in panicked retreat.

Traduzione: Quasi 100 anni fa, il 20 febbraio 1909, fu pubblicato il “Manifesto del Futurismo” di F. Tommaso Marinetti. Grazie a conoscenze di famiglia, riuscì a farlo pubblicare sulla prima pagine di Le Figaro, il quotidiano francese più rispettato e più conservatore. Qui iniziò uno degli episodi più brillanti ed inquietanti di tutta l’arte del XX° secolo, un estremo da cui quasi tutta l’arte susseguente si è ritirata nel panico”.

Owen Hatherley

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100 Years of the Futurist Manifesto

NY Times 28 gennaio 2009

It is the 100th anniversary of the Futurist Manifesto, as Chris Bangle, design chief of BMW, noted to me recently.

Published in the French newspaper Le Figaro on Feb. 20, 1909, by Filippo Tommaso Marinetti, an Italian poet and writer, the Futurist Manifesto was one of the first documents to celebrate the automobile as an object of beauty and to cite speed and acceleration as aesthetic elements. “We declare that the splendor of the world has been enriched by a new beauty: the beauty of speed,” Marinetti proclaimed.

“A racing automobile with its bonnet adorned with great tubes like serpents with explosive breath … a roaring motor car which seems to run on machine-gun fire, is more beautiful than the Victory of Samothrace,” he continued in the most memorable passage.

Traduzione: “Il capo del design di BMW, Chris Bangle, mi ha detto che quest’anno è il centesimo anniversario del Manifesto Futurista. Pubblicato da Marinetti, un poeta e scrittore italiano, sul quotidiano francese Le Figaro, il 20 feb. del 1909, il Manifesto fu uno dei primi documenti a celebrare l’automobile come oggetto di bellezza, ed a citare la velocità e l’accelerazione come elemento estetico. ‘Noi dichiariamo che lo splendore del mondo è stato arricchito di una nuova bellezza, la bellezza della velocità’, proclamò Marinetti. Un’auto da corsa, con il cofano adornato di tubi, come dei serpenti che esalano fiamme […], un’auto da corsa che va, alimentata come dal fuoco di un mitragliatore, è cosa più bella della Vittoria di Samotracia’, continua Marinetti nel passaggio più memorabile.

Phil Patton

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Cento Anni di Futurismo in un diluvio di mostre

Panorama 25 Novembre 2008

“In aeroplano, seduto sul cilindro della benzina, io sentii l’inanità ridicola della vecchia sintassi ereditata da Omero”. Così Filippo Tommaso Marinetti, dal cui acronimo il poeta afferma di aver coniato la parola Futurismo, fa esplodere la vecchia grammatica, mette al rogo tutto ciò che è “passatista”, che sa di stagnante muffa di biblioteche, rigorosamente da bruciare, come i mielosi chiari di luna: un nulla in confronto alle poetanti “lune elettriche”. Ora riscaldiamo i motori dell’animo perché i futuristi sono tornati, e mostre, convegni si stanno avvicendando fra Italia ed Europa per festeggiare il centenario della nascita del movimento, datata al 20 febbraio del 1909, quando sulla prima pagina del Figaro apparve a firma di Marinetti il primo manifesto del Futurismo. I festeggiamenti sono iniziati in Francia con Il Futurismo a Parigi – Un’Avanguardia esplosiva al Centre  Pompidou, con un ricco parterre di interventi sul promossi dall’Istituto di cultura italiana a Parigi

Alberto Bertoni dell’Università di Bologna, che interverrà a Parigi sul tema del “verso libero” futurista, afferma che occorre togliere i futuristi da quella imbalsamata idea che fossero solo “una manica di esibizionisti”: “Nel manifesto tecnico del 1912 firmato da Marinetti viene lasciata una delle eredità non plateali ma più rivoluzionarie per tutto il mondo occidentale, non solo per Italia e la Francia, dove si svilupperà il cubofuturismo, ma anche per il Nord America con l’Imagisme e il vorticismo del sud America, per non parlare della Russia che di colpo esce da un mondo ancora di icone, proiettata con il futurismo russo nella totale modernità. Viene creata una filosofia dell’immaginazione che in poesia si sviluppa con il verso libero emblema della poesia moderna. E il riconoscimento che il caso entra a far parte della percezione del mondo”.

La mostra di Parigi passerà a Roma, alle Scuderie del Quirinale, decurtata di una serie di opere, ma rimpolpata da altri capolavori futuristi presenti in Italia, a partire dal 20 febbraio 2009, proprio nella data del centenario, e rimarrà aperta fino al 24 maggio per approdare alla Tate Gallery di Londra il 12 giugno (fino al 13 settembre 2009).

Altri grandi mostre si apriranno a gennaio 2009 al Mart di Rovereto e nel mese di giugno a Palazzo Correr di Venezia, dove è già stata aperta una deliziosa anticipazione, dedicata a Depero. Opere della collezione Fedrizzi. In mostra fino a primo marzo 2009 piccoli capolavori dell’artista roveretano, dal Libro imbullonato (1927) a Nitrito in Velocità (1922), e opere inedite che documentano una anticipatrice attitudine multimediale di Depero, tutte raccolte da Giuseppe Fedrizzi (1918-1979) in anni di frequentazione con l’artista, caduto in disgrazia come molti ex futuristi che avevano aderito al fascismo: Fedrizzi decise di dargli una mano comperando una serie di opere, soprattutto di grafica.Futurismo e Modernità. Artisti e collezionisti in Lomellina è la mostra aperta fino al 14 dicembre 2008 al Castello di Vigevano.

È la prima sezione della mostra a prendere in esame l’aereopittura degli anni Trenta, espressione del secondo Futurismo. Ed è “Regina” a spiccare fra le artiste assieme a Olga Biglieri Scurto, “Barbara”, celebrata da Marinetti come la prima artista donna pilota. Accanto alle loro, ecco opere di aereopittori da Tulio Crali a Gerardo Dottori, o sculture futuriste di Thayath e Di Bosso.A Milano nella galleria Fonte d’Abisso che dalla sua nascita trent’anni fa a Modena aveva scelto di occuparsi di futurismo, una rassegna su Giacomo Balla, uno dei padri nobili del movimento: Balla pittura. Balla scultura, aperta fino al 24/01/2009. In bella mostra il “logo” del futurismo Linee forza del pugno di Boccioni, nella versione in metallo, un inno alla dinamica di uno di quei pugni tirati nelle memorabili risse futuriste. E ancora: ad Aosta una mostra che vuole indagare i Futurismi presso il Centro Saint Benin. La dicitura al plurale sta a dimostrare come il futurismo non sia stato solo Marinetti, Boccioni, Balla e come testimonia Carlo Frassinelli in Risorgimento Grafico del 1922 “Futurismo non vuol dire accettare come leggi immutabili tutto quello che dice Marinetti e che gli altri futuristi hanno detto e fatto; Futurismo non è una formula ma… un ‘sublime disinfettante spirituale’ che è al di sopra delle persone e abbraccia tutta la terra e vuol dire … superamento, libertà”. Nonché ritorno al Futuro.

Principali rassegne

Le Futurisme à Paris. Une avantgarde explosive
Parigi, Centre Pompidou, fino al 26 gennaio; Roma, Scuderie del Quirinale, dal 20 febbraio al 24 maggio; Londra, Tate Modern, dal 12 giugno al 20 settembre, cataloghi 5 Continents.

Depero. Opere della collezione Fedrizzi
Venezia, Museo Correr, fino al 1 marzo, catalogo Electa.

Futurismo100 – Illuminazioni. Avanguardie a confronto
Rovereto, Mart, dal 17 gennaio al 7 giugno, catalogo Electa.

Futurismo 1909-2009. Dinamismo+Arte+Azione
Milano, Palazzo Reale, dal 5 febbraio al 7 giugno, catalogo Skira.

F.T. Marinetti e il futurismo
Milano, Fondazione Stelline, dall’11 febbraio al 6 giugno.

Futurismo100 – Astrazioni
Venezia, Museo Correr, dal 5 giugno al 4 ottobre, catalogo Electa.

Futurismo100 – Simultaneità
Milano, Palazzo Reale, dal 15 ottobre al 25 gennaio 2010, catalogo Electa.

Futurismo, Avanguardia Avanguardie
Roma, Scuderie del Quirinale, 20 febbraio 24 maggio 2009.

ROSSO+NERO
Futurismo: per un centenario incendiario
Echaurren collezionista artista antagonista
MIAAO Museo Internazionale delle Arti Applicate Oggi
Torino, dal 20 febbraio al 5 aprile 2009

Futurismo Live- Graziano Cecchini
Ferrara, 20. 2. 2009

a cura di Andrea Gigliesi

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