100Futurismo – poesia

miro renzaglia

marinetti_fondo-magazineA voler essere sinceri e dirla tutta, della poesia riconoscibile come futurista, quella che cioè corrispondeva ai canoni dettati dai vari manifesti che si succedettero nel tempo, poco rimane da celebrare in senso squisitamente letterario… Vero è che il fenomeno si concepì come qualcosa che si poneva al di là della letteratura, come sarà facile leggere in questo passaggio di Filippo Tommaso Marinetti che ne declamava la forma voluta in essere:  «Io inizio una rivoluzione tipografica diretta contro la nauseante concezione del libro di versi dannunziana, la carta a mano seicentesca, fregiata di galee, minerve e apolli, di iniziali rosse e ghirigori, ortaggi mitologici, nastri da messale, epigrafi e numeri romani. Il libro deve essere l’espressione futurista del nostro pensiero futurista. Non solo. La mia rivoluzione è diretta contro la così detta armonia tipografica della pagina, che è contraria al flusso e riflusso, ai sobbalzi e agli scoppi dello stile che scorre sulla pagina stessa. Noi useremo perciò in una medesima pagina tre o quattro colori diversi d’inchiostro, e anche 20 caratteri tipografici diversi, se occorra…». Una rivoluzione, insomma, che cercava nel significante (i caratteri tipografici), più che nel significato; nel contenitore (il libro) più che nel contenuto i tratti che caratterizzassero la nuova era poetica.  Non per niente aveva annunciato ancora: «Bisogna introdurre nella letteratura tre elementi che furono finora trascurati: 1) il rumore (manifestazione del dinamismo degli oggetti); 2) il peso (facoltà di volo degli oggetti); 3) l’odore (facoltà di sparpagliamento degli oggetti)… Solo il poeta asintattico e dalle parole slegate potrà penetrare l’essenza della materia e distruggere la sorda ostilità che la separa da noi…». I risultati poetici di allora, a guardarli con occhio pulito  – lo ribadisco – hanno più valore storico che di intramontabile gusto estetico. E di questo, molto probabilmente, i primi ad accorgersene furono proprio i futuristi più avveduti che, infatti, di lì a poco evolsero verso altre forme di scrittura. Prova ne sia che alla prima copiosa produzione fedele ai dettati fondamentali dell’ estetica voluta da Marinetti conseguì quell’antologia dei “Nuovi poeti futuristi” (1925)  che di futurista in senso stretto ha ben poco, anzi: quasi niente…

palazzeschi-perela_fondo-magazineL’unico poeta che produsse qualcosa di ancora oggi futuristicamente valido fu Aldo Palazzeschi che, però, venne arruolato quasi a forza da Marinetti nella sua pattuglia, per via della lettura entusiasta che fece dei Poemi palazzeschiani, farciti com’erano da stilemi in aperta rottura con il liricheggiar leggiadro ed elegiaco di stampo dannunziano, e dove prorompono quei tratti stilistici fra l’ironia e il grottesco in funzione di dichiarata consapevolezza  che la via dal tragico al sublime in poesia fosse, ormai, del tutto impraticabile, causa gli abusi subiti nei secoli. Ma basta far mente locale al fatto che quella raccolta data editorialmente 1909, stesso anno del Primo manifesto futurista, per rendersi conto che la sua genesi era necessariamente antecedente e, quindi, estranea, se non per riconoscimento posteriore, al dettato futurista. Stesso discorso, vale per L’incendiario, pubblicato nel 1913 per le “Edizioni futuriste di poesia”, che fu composto tra il 1905 e il 1909, come sottolineato dal titolo completo dell’opera e come si perita di ribadire Palazzeschi finanche nella dedica: «a F.T. Marinetti che primo le amò, queste poesie gli vanno riconoscenti». Insomma, un modo gentile per dire: grazie per la stima, la pubblicazione e la pubblicità, ma nient’altro ti devo… Idem, ancora, vale per Il codice di Perelà, iniziato a scrivere nel 1908, anche se concluso nel 1910 e pubblicato nel 1911, sempre per le “Edizioni futuriste di poesia”. A voler essere benevoli, c’è solo un testo che potrebbe essere iscritto tutto dentro la “tradizione” futurista ed è il Manifesto del Controdolore, alla luce il 29 dicembre 1913. Però, fateci caso: la parola “futurismo” si affaccia tra le righe solo una volta, nelle conclusioni, quando Palazzeschi rivendica ad un «Noi futuristi…[la volontà di] guarire le razze latine, e specialmente la nostra, dal dolore cosciente, lue passatista aggravata dal romanticismo cronico, dall’affettività mostruosa e dal sentimentalismo pietoso che deprimono ogni italiano, etc…», quasi una concessione in estremo, mentre tutto il preambolo sembra essere, ad una lettura filologicamente attenta, una molto più evidente dichiarazione autopoetica ed individuale del Palazzeschi stesso.  Prova ne sia che, solo qualche mese dopo, nel 1914, sulla rivista “Lacerba”, dichiarerà ufficialmente di non considerarsi più futurista. Il di lì a poco schierarsi di Marinetti e del Futurismo a favore dell’intervento italiano nella Grande Guerra, troverà nel neutralismo di Palazzeschi motivo per la rottura dei rapporti anche su parecchi piani personali… In definitiva, pur non volendo escludere che l’influenza  della rivoluzione futurista, che di questo in ogni caso si tratta, abbia contribuito a spingere Palazzeschi ai limiti la sua ricerca sperimentale e l’abbia, in qualche modo, influenzata e finanche vitalizzata, sembra evidente che non di osservanza ai canoni marinettiani si tratta ma di molto più probabile manovra di assimilazione futurista sul preesistente percorso di scrittura del poeta il quale, per un breve tratto, scelse di marciare, allineato ma parallelo e non del tutto di buon grado, sul percorso del movimento.

Notti filtrate_fondo magazineFuturista a tutto tondo fu, invece, Mario Carli. Futurista della primissima ora, eroico combattente volontario e ardito nella Grande Guerra (medaglia d’argento al valor militare e ripetute promozioni sul campo, fino al grado di capitano); partecipatore entusiasta all’impresa fiumana; dichiaratamente nazional-bolscevico;  entrato presto in rotta di collisione col fascismo (sancito con un articolo che già dal titolo, Arditi non gendarmi, spiegava bene i motivi della sua criticità) finì per abbracciarne definitivamente la causa solo negli anni ’30, fino a diventare console diplomatico del Regime, prima a Porto Alegre in Brasile e, poi, a Salonicco in Grecia. Pubblicista instancabile e fondatore di riviste (due fra tutte “Testa di Ferro” e “Impero”  insieme, quest’ultima, a Emilio Settimelli); scrittore fecondo e poliedrico, spaziò con il suo stile febbrile dal romanzo sperimentale Retroscena (1915), al resoconto della sua esperienza nella Repubblica del Carnaro Con d’Annunzio a Fiume (1920), alla poesia di cui darà completo manifesto nella raccolta La mia divinità (1923). Raccolta nella quale spiccano i 10 testi del poemetto in prosa Notti filtrate che sfonda in avanti l’orizzonte della poetica futurista. Se Palazzeschi, infatti –  come si diceva sopra – in qualche modo fa da premessa alla nostra Avanguardia artistico-letteraria, Mario Carli la spinge oltre lo scenario che si era data, anticipando a sua volta e sorprendentemente quegli esiti di scrittura che solo qualche anno dopo avrebbero avuto con il Surrealismo di Breton, Éluard, Soupoault, etc… piena manifestazione poeto-critica. Il poema, infatti, proprio come consapevolmente progettato da Carli già nella premessa a Il Barbaro. Storia enfatica di uno spirito (1912) è una «composizione libera e caotica» che «non tollera di essere ascritta a nessun genere». Una scrittura, insomma, “automatica”, “sonnambolica”, “onirica”, assolutamente “non pensata”, il cui flusso è dichiarato libero dalle restrizioni sintattico grammaticali e, ancora di più, dai registri imposti dal tema e dall’argomento…  Non siamo ancora alle spericolate sperimentazioni del surrealista “cadavere exquis” o delle parole ritagliate da un giornale e ricomposte a caso secondo ricetta dadaista o, ancora, al cut-up del beat Burrowghs, ma è fortemente ipotizzabile che il dado fu lanciato proprio da queste Notti Filtrate, il cui valore è, oggi, ampiamente acquisito dalla più avveduta critica letteraria. E poco importa sapere se, come qualche critico ha azzardato, ci fu vero contatto fra Carli, che a Parigi era di casa, e la neonata pattuglia surrealista, tanto da far avanzare l’ipotesi di una contaminazione diretta e consapevole dell’uno sugli altri, come pure crono-filologicamente sarebbe plausibile: quando una turbina elettrica è in moto, le lampadine si accendono ovunque e a prescindere dalla distanza fisica…

Qualcuno, a questo punto, potrà obiettarmi che la scelta per la celebrazione del 100Futurismo, sia stata da me fatta cadere su due autori, Palazzeschi e Carli che, alla lettura offerta, rappresentano uno, la premessa al Futurismo e, l’altro, il transito oltre il Futurismo stesso. In tal caso, risponderò che era esattamente questa la mia intenzione: da un lato dimostrare come la nostra Avanguardia storica non sia uscita magicamente dal cilindro inventivo di Filippo Tommaso Marinetti e, dall’altro, che il suo spirito rivoluzionario non sia finito con lui… L’importanza di quella che deve essere considerata la sua rivoluzione artistica (di Marinetti, del Futurismo…)  non sta in una pretesa originalità assoluta (e, come diceva Pound: «l’originalità assoluta è assolutamente brutta»)  ma nell’aver saputo cogliere, da quell’autentica antenna dell’umanità che lui (Marinetti…) era, le istanze di totale rinnovamento artistico, culturale e finanche politico (non sembrerà un caso che le avanguardie delle due rivoluzioni europee del ‘900: quella italiana e quella russa, si proclamassero futuriste…) che si stavano agitando a fior di pelle di  un Secolo appena agli arbori, scatenandone lui, Filippo Tommaso Martinetti, l’incendio dell’ espressione artistica e meta-artistica. Ciò che di avanguardia è venuto dopo: dal Surrealismo al Dadaismo, dai Novissimi alla Beat generation, dalla Pop-art al Cobra allo Spur ed ultra, e a tutte quelle che ancora  verranno, sarà per sempre debitrice, per il suo valore, accertato o in corso di verifica critica, a quelle tavole della nuova legge estetica scritta 100 anni fa sulla prima pagina de “Le Figaro”, il 20 febbraio del 1909.

miro renzaglia

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