100Futurismo – musica

Luca Leonello Rimbotti

L’impatto della modernità industriale, che raggiunse il suo apogeo all’inizio del Novecento, ebbe il pregio di liberare i valori tradizionali dal peso morto di tutto il vecchiume conservatore e reazionario. Da allora, due ideologie del Moderno si contesero la storia: il progressismo egualitario e cosmopolita, quello che ci ha portati dove siamo: all’incolta poltiglia mondialista; e il progressismo tradizionalista, che imbracciò la tecnologia moderna come un’arma per rilanciare antiche e antichissime identità rinnovate, rinverginate, ripotenziate: e furono il Futurismo prima e il Fascismo subito dopo. Un attacco frontale alla dissoluzione universalista, alla cancredine egualitaria, un inno alla forza selvaggia, alla barbarie del rinnovamento, alla velocità di esecuzione di un piano di rivolta. Il Futurismo ha gettato tutti i ritrovati della società modernista dentro il calderone della genialità, e ne ha tirato fuori sensazionali programmi di rovesciamento e ricominciamento. Col poderoso sorgere della forza meccanica dispiegata, non lo sgomento della vittima  intristita, ma la volontà sfrontata dell’artefice seppe meglio comprendere quello che stava succedendo. Saper cogliere il senso di un’epoca, il Grund di una rivoluzione aleggiante. Subito reinterpretare i segni dell’innovazione. E cavalcare a rotta di collo tutto ciò che è rottura, antagonismo, lotta, distruzione e reinnalzamento.

russolo

Il Futurismo è stato una formidabile febbre innovatrice, che è corsa come un ferro rovente su tutti i volti sfatti della società borghese: ha semplificato la cultura, ha riattivato la politica di milizia, ha rimesso in sella le gerarchie, ha ribattezzato gli eroismi, ha reinventato gli stili, ha ingurgitato tutta la ferraglia produttivista e ne ha composto un poema alla diversità. Nulla è più anti-egualitario, più “diversista” (come diceva Marinetti), più devoto alle “ingiustizie” create dal talento superiore, più entusiasta demiurgo delle dittature minoritarie, delle razze dominatrici, della vita intesa come superba e suprema lotta… nulla è più sovranamente tribale, aggressivo, bellicoso, pieno di vita, di come lo è il Futurismo… Ancora oggi, è più vivo il Futurismo – morto alla metà degli anni Quaranta (con le ultime spinte dell’Aeropittura e con l’Ode alla X Mas di Marinetti del ’44)… essendo morto il ventre storico e culturale da cui fu partorito – di quanto non lo siano le cadaveriche avanguardie che per qualche decennio hanno cercato invano di seguirne le piste…

C’è in quella lava di cultura incandescente che sono state l’estetica, l’etica e la concezione del mondo futuriste tutto un universo rifatto o da rifare: lo stile di vita, il cameratismo di branco novatore, la politica dell’assalto e del colpo di mano, la pittura che compone le fecondazioni del caos, la grafica che dirompe nel disorganico e nel decostruito, la poesia che insegue i suoni del parlato, dell’urlato, del fragore che è nel grandioso, nel turbinante, nell’immensamente travolgente… poi c’è anche il ribaltamento del suono, la rivoluzione della capacità uditiva, il ribellismo all’ordinamento della partitura, la distruzione dell’ordine borghese legato alla fila indiana delle note… armonia e melodia violentate in nuove disarmonie e nuovissimi incidenti meccanico-sonori…

La musica futurista è stata uno dei capolavori concettuali del Novecento. Ha divelto le certezze ottuse del borghesismo partendo dall’istinto… dal suono che ti parla senza fronzoli, che ti assalta la mente senza dogmi… con l’unico valore che conserva un messaggio di primitiva, anzi primordiale intrusione… Suo malgrado, ha anche dato nutrimento a intere schiere di avanguardisti della parte sbagliata: quelli dell’alternativa “antiborghese” sovvenzionata dalla grande borghesia e portata avanti a furia di strattoni libertari e neomarxisti… insomma quelli che, distruggendo e basta, annaspando nel disastro mentale e senza codici ancestrali inscritti nel corpo e nell’anima, non potevano comprenderne il messaggio: distruggere, sì, ma per ricostruire partendo dall’Origine…

Le avanguardie vere di creazione sono infatti quelle che a un certo punto sforbiciano le esuberanti frondosità intellettualistiche per liberare la nuda verginità della Prima Ora. Sono la barbarie santa che ogni volta riapre la strada all’Arcaico Eterno che è dentro chiunque percepisca il legame istintuale dell’Uomo con l’Atavico…

httpv://www.youtube.com/watch?v=9SgsqmQJAq0

È così, ad esempio, che i pazzi sperimentalismi della musica futurista, quale fu pensata da Balilla Pratella come atonalismo, da lui esemplificato come enarmonia, ci giungono all’improvviso come riemersioni sbalorditive e inaspettate dal nostro più lontano passato dorico: non fu il tetracordo greco basato sulla complementarietà simultanea di quattro suoni, per l’appunto chiamata enarmonia, in cui l’irregolarità del getto sonoro sovrapposto operava quegli “stridori” composti da musici d’avanguardia quali Euripide o Timoteo, che venivano derisi da Aristofane con l’incredibile e precisa taccia di “futuristi”? O non era il battito percussivo della musica greca detto “diastaltico”, cioè energizzante e producente stimolo di volontà, fuori da ogni nostra nozione di “armonia”, della quale non si aveva del resto allora idea alcuna? E non fu Nietzsche a riconoscere nella musica dionisiaca l’origine del tragico, individuando nel coribante percosso e abitato dal suono informe e assoluto le stigmate certe di un nuovo artefice di civiltà? Quale migliore parallelo di quello tra il binomio ellenico musica-tragico e il binomio futurista musica-guerra?

Quando oggi musicisti di affollata frontiera, come un Tiziano Maioli, per spleen intellettuale si danno al recupero e alla ricostruzione filologica delle sonorità arcaiche greche o romane, sottolineandone la composizione atonale, non fanno che archeologia musicale. I futuristi, al contrario, facevano controcultura musicale antagonista ad alto tasso di propaganda etnico-nazionalista e social-imperialista. Andavano a tutta velocità verso il futuro e…come spesso succede incontravano l’arcaismo, quello vero, quello del potere degli organi sensitivi acuminati dalla tecnica. E difendendo le leggi gerarchiche della vita attraverso la loro più dinamica esaltazione possibile.

Marinetti chiamò non per caso “orchestra” i frastuoni metallurgici della moderna battaglia di materiali. Saper cogliere la potenza sonora e la ricchezza fragorosa dell’inorganico è essenziale dettaglio futurista. Materia che canta e urla… Carrà, da parte sua, diceva che ci sono certi quadri da cui escono suoni…La capacità distorsiva della materia sottoposta a pressione, urto e contrasto – o dilagante immaginazione – dà esiti musicali. Questo concetto Balilla Pratella e Luigi Russolo lo sperimentarono in memorabili concerti live, ancora oggi ricordati come luoghi dell’anticipazione possibilista dello sperimentale. Ma in loro non c’era il decadente “sperimentalismo” di certa musica progressive contemporanea.

httpv://www.youtube.com/watch?v=p9tBmuSJnic

La musica futurista, in questo senso, non fu affatto solo “sperimentale”. Fu semplicemente un rovesciare i suoni della vita, per quello che sono, dentro l’imbuto sonoro delle capacità uditive umane. Certo, magari a un primo ascolto i risultati saranno stati di puro frastuono dissonante…ma l’essenziale era l’idea centrale: come di una frusta rumorista pensata per risvegliare il primitivismo organico giacente inutilizzato nell’uomo. Il fine dei futuristi era la ricreazione dell’Uomo Nuovo. L’uomo moderno doveva essere una macchina perfetta scintillante di volontà e di assoluto, come l’arcaico. Per questo il loro mito fu l’eroico. Nulla di più lontano da certe derive – che pure hanno attinto a piene mani dalla musica futurista – della cultura musicale novecentesca. A cominciare da Schönberg in poi…e fino alla musica elettronica…In proposito, si parla sempre  della musica “elettro-acustica” del francese Edgard Varèse (del resto conosciuto e apprezzato da Busoni e Strauss…), oppure dei recenti tedeschi Einsturzende Neubauten come dei classici epigoni della musica futurista… ma allora potremmo metterci dentro anche certe elucubrazioni siderali del mellotron dei Tangerine Dream, oppure le movenze robotiche computerizzate dei Kraftwerk o  le solitudini post-wagneriane di un Klaus Schulze… tutte buone cose, certo, ma il Futurismo andava ben oltre. Voleva più vita, voleva più sensi, voleva più movimento, voleva più istinti. Voleva saldare l’avanguardia alla massa, al popolo…voleva l’eroe, voleva il dominio, voleva grande Kultur, era un movimento totale, era dunque rivoluzione, e rivoluzione sovrumanista in senso proprio…

httpv://www.youtube.com/watch?v=WwgoZ5uMgcA

Ma proviamo a dirne una: la moderna musica elettronica ha un precedente – e quindi quella futurista ha un erede – che è compiutamente fuori contesto rispetto alle sdraiate retroguardie dell’odierno progressismo. La Elektro-Akustische Musik fu inventata negli anni Trenta in Germania, attraverso le sperimentazioni dell’Istituto Heinrich Herz di Berlino e le realizzazioni di AEG e Telefunken, che nel 1936 produsse il Grösston-Orgel usato alle Olimpiadi di quell’anno, e poi il Volkstrautonium o il Warbo Orgel o il Theremin… sì, proprio il distorsore vocale usato… quarant’anni dopo da Robert Plant dei Led Zeppelin… vogliamo dirlo? Diciamolo: la techno-music presentita visionariamente dai rudimentali strumenti futuristi ha avuto pratica attuazione di massa precisamente dalle parti del Terzo Reich… piuttosto che negli sperimentalismi tedeschi anni-Settanta o tanto meno negli improduttivi atelier parigini o newyorkesi…

Personalmente trovo che di solito la musica elettronica di oggi non solo non percuote – come volevano Russolo e Pratella -, non solo non ridesta, non sferza e non fustiga… ma al contrario seda e avvia a dormienti evasioni, tutto fuori che eversive e rivoltose… Ottima cosa per cerchie di esoteristi del suono di nicchia, ottimo materiale per recital di tiepida “provocazione” contaminante… ma che volete, bene che vada i contemporanei assi dell’elettronica musicale – magari quella computerizzata – menano ai mondi un po’ idioti e soporiferi della renitenza e del rilasciamento del muscolo: non si potrebbe pensare sovversione più involutiva rispetto alla sovversione dionisiaca vera cui puntava il rumorismo futurista… Per ottenere esiti di portata futurista, in cui il muscolo – quello del corpo e quello del cervello – si vuole invece tenderlo al massimo, alla musica elettronica occorre copulare pesantemente col potere della forza traente e disgregante: i suoni postmoderni delle varie sigle industrial, ambient, garage, noise…e persino certi bombardamenti house da discoteca sui quali potremmo discutere…hanno tutti una loro parte in commedia, d’accordo, ma…come dire…per essere definiti parenti del Futurismo occorre molto altro, occorre avere grande background, insomma lo vogliamo gridare ben chiaro: ci vuole non solo un’estetica, ma un’etica e un’ideologia….un’ideologia grande e grossa, che niente di meno – come quella futurista diceva chiaro e tondo – vuole rivoltare il mondo e non soltanto amplificare un altro tra i tanti rumori metropolitani…ma ecco che a volte, ad esempio con gli attuali Rammstein, già si ottengono quelle funzionalità attivizzanti, di vero e proprio innalzamento al delirio volontarista, che si proponeva il Futurismo in quanto annientatore del quietismo riflessivo della retroguardia… Ma con i Rammstein siamo fuori dalle cerchie di desolazione progressista… fuori dalle stanche militanze universaliste di segno pacifista-egualitario… e ben dentro invece all’ideologia dello sfrenamento infusivo dell’uomo faustiano con la macchina sonora… Un inferno in cui ad esempio si trovano a loro agio certi acuminati vertici del Death-Black-Metal del tipo dei Dark Funeral o Darkthrone… Facciamoci caso, questi mostruosi demolitori hanno dalla loro proprio un must futuristico per eccellenza, che invece manca del tutto alla musica elettronica, quella “ricercata” e perbenista: la velocità. E non è poco. Una velocità assurda, costante, annichilente… l’idea di un motore, come venne cantato da Marinetti, in qualità di organo sensuale fatto di tubi, fuoco, fiamma, acciaio, incandescenza, che corre al massimo dei giri… trova in queste dimensioni del Metal spinto all’estremo la sua più ovvia collocazione attualizzata…

L’odierna distorsione chitarristica, che già fu nelle strumentazioni futuriste, e la percussione macchinista del drummer, in questi casi di dissennato oltranzismo heavy-metal raccolgono con gesto naturale l’eredità del concetto marinettiano di uomo-macchina producente rumorosità estreme di risveglio, unificando altissimo voltaggio e altissima velocità. Ma poi ancora: tra le più rinomate performances di Pratella non ci fu verso il 1914 “L’aviatore Dro”…che portava in scena una motocicletta rombante? Ma oggi non fanno forse lo stesso i Judas Priest nelle loro liturgie live, quando è il momento di Breakin’ The Law?

larte-dei-rumori-fondo-magazineDel resto, il talento inventivo di Russolo – che si accanì a fabbricare di sua mano  mostri sonori come il “Rumorarmonio”, l'”Intonarumori” o il “Russolophone” – concepiva l’inserimento della rumoristica spontanea della civiltà delle macchine all’interno di un patrimonio sonoro di creazione: suoni industriali, il tram che sferraglia, l’altoforno che ringhia, il maglio che lacera l’aria… Pratella aveva affermato di voler «dare l’anima musicale delle folle, dei grandi cantieri industriali, dei treni, dei transatlantici, delle corazzate, degli automobili e degli aeroplani…», poi si mise a raccogliere i canti popolari romagnoli…vedi come l’antico e il moderno combaciassero in quelle teste…e poi tutto questo, dopo che nel 1913 Russolo buttò giù i suoi principi di “rivoluzione musicale” nel manifesto su L’arte dei rumori, si coagulò alla perfezione con la volontà di «creare finalmente una nuova realtà musicale, con un’ampia distribuzione di ceffoni sonori…». Catturare e fondere i rumori e crearne di nuovi, col metodo della violenza d’impatto: questo il suo scopo di artista, secondo un principio di aderenza totale alla realtà della vita qual’essa è.

La musica è la colonna sonora della vita. La musica del motore o della corazzata o della fabbrica era la preferita dai futuristi. La ritmica del metallo in azione. Perfetta inquadratura proto-jüngeriana. Anzi, a sentire Marinetti, la materia non solo canta, ma danza addirittura: non celebrò proprio lui la “danza dello shrapnel“, un seducente addobbo video-acustico per trincee? Opera d’arte totale, dunque, e in piena regola. Alla maniera dei tragici greci e alla maniera wagneriana…e adattata ai tempi di rivolgimento tellurico e di rifondazione ideologica…Cosa possiamo comprendere noi oggi, immersi come siamo nel liquame mondialista, di tali inaudite preziosità? E cosa ne possono poi comprendere gli altri, che questo liquame chiamano “il migliore dei mondi”? La musica costruttiva del rumorismo futurista intendeva sferrare un colpo micidiale e definitivo ai deja vu di tutti i perbenismi. Intendeva infrangere il muro dell’umanamente possibile. Intendeva far ballare all’Europa un’ultima danza, che non fosse né il walzer dei vecchi né il fox-trot dei disperati. Poiché aveva alle spalle una concezione del mondo di ferro e di sangue, semplicissima ed eloquentissima. Questa: «La danza futurista italiana non può avere altro scopo che immensificare l’eroismo, dominatore di metalli e fuso con le divine macchine di velocità e di guerra».

Luca Leonello Rimbotti

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