100Futurismo – culinarte

Mario Grossi

Cosa non è Futurismo mi fu chiaro un anno fa, dopo aver trascorso una delle peggiori settimane della mia vita. In occasione di un viaggio di lavoro a Torino, la mia società aveva organizzato una visita al Castello di Rivoli nel Museo di Arte Contemporanea ivi residente. Trascorsi, insieme ai nostri ospiti, due ore veramente surreali, in cui dei volenterosi giovanotti si sforzavano di spiegarci il senso di quelle sculture, quadri e allestimenti. Devo dire che questo genere d’arte assai poco figurativa mi ha sempre creato disagio in quanto non riesco mai a capire se sono io un imbecille oppure si tenta di spacciare per arte della pura opera mistificatoria. Fu così che mi fermai straniato di fronte ad una tenda sgangherata, strappata ed istoriata con strani segni tracciati con vernici spray e poi di fronte a un pannello di foglie rese grigie da un qualche bagno cromatico.

cucina-futurista_fondo-magazine

Conquistai l’uscita come una liberazione, pregustando la cena che di lì a poco ci avrebbero servito nel ristorante che occupa una parte delle scuderie annesse alla residenza sabauda, gestita da un famoso chef, vate della “novelle cousin”. Mi ero illuso. Quella cena costituì la seconda stazione della mia personale Via Crucis. Accompagnati da musica di sottofondo ci fu servito in lenta sequenza (conservo ancora il menù): crocchette di baccalà mantecato con chips di patate violette, Risotto Carnaroli mantecato con zafferano con straccetti di mozzarella di bufala con salsa di tartufo nero, filetto di fassone piemontese con guazzetto di verdure, Chibuste alla vaniglia, frutta, coulis di frutti rossi. Nonostante le descrizioni comprensibili mi passarono davanti agli occhi, in enormi piatti bianchi, delle macchie di colore che dalle tinte violette dell’antipasto passarono al giallo e all’arancione del primo, al verde smeraldo contrapposto al rosso purpureo del secondo, fino al trionfo di bluette immerso nell’avana del dessert. Bocconcini cromatici dall’incerto sapore e dal nulla volumetrico che si stagliavano violenti nell’albore del piatto.

La sera successiva poi, tornato a casa, completai la sofferenza scoprendo di essere stato invitato dal Sindaco a un concerto di Sakamoto nello splendido scenario della Villa Aldobrandini. Su un palco era posizionato un tavolone metallico con sopra un PC ed uno schermo a far da scenografia. Sakamoto seduto e quasi immobile di fronte allo schermo del suo computer ogni tanto pigiava un tasto, dagli amplificatori uscivano suoni metallici gracchianti simili a scariche elettriche, accompagnati da immagini simili alle tracce degli oscilloscopi sullo schermo alle sue spalle. Nel tripudio generale io rimasi un po’ interdetto (conoscevo il Sakamoto di venti anni fa che pur nella sperimentazione ancora permetteva una labile comprensione) per quella esibizione.

Fu così che mi fu chiaro che tutto questo non è Futurismo.

Certo la propensione alla sperimentazione, il desiderio di modernità e di futuro, la frattura con il consueto e con l’ovvio, l’esaltazione del cromatismo, l’utilizzo di varie discipline all’interno della stessa rappresentazione potevano far supporre qualche comunanza. Non è così. Del Futurismo mancavano gli ingredienti che, per me, sono fondamentali: l’antiaccademia, la rappresentazione totale, la compartecipazione attiva dello spettatore all’evento che si condensano in un unicum. Tutte quelle prove artistiche nel campo dell’arte, della cucina, della teatralità musicale erano invece astrusi tentativi ultra accademici, ed esaltavano solo la rappresentazione snobistica di un’arte avulsa dalla vita.

Il Futurismo è, al di là degli aspetti di contorno (esaltazione della velocità, massa che si trasforma in energia, cromatismo vorticoso, simultaneità) soprattutto tre cose: rivolta contro la spocchia accademica tesa ad infrangere il muro del tabù intellettuale, rappresentazione totale inserita nella vita quotidiana tesa alla sua trasformazione, compartecipazione dello spettatore tesa a farlo protagonista della sua personale arte quotidiana. Proprio per questo, reputo che, sommamente, lo spirito futurista si sia incarnato in due discipline che, ritenute marginali, ne costituiscono invece il nucleo più vero: la Cucina e il Teatro di Varietà.

Dunque la Cucina come rappresentazione totale antiaccademica compartecipata: «Questa nostra cucina futurista, regolata come il motore di un idrovolante per alte velocità, sembrerà ad alcuni tremebondi passatisti pazzesca e pericolosa: essa invece vuole finalmente creare armonia tra il palato degli uomini e la loro vita di oggi e di domani. Salvo le eccezioni decantate e leggendarie, gli uomini si sono nutriti finora come le formiche, i topi, i gatti e i buoi. Nasce con noi futuristi la prima cucina umana, cioè l’arte di alimentarsi. Come tutte le arti, essa esclude il plagio ed esige l’originalità creativa».

cucina-futurista1_fondo-magazineSe la Cucina deve essere una rappresentazione totale antiaccademica compartecipata si comincia con la rivoluzione della lingua e dei termini gastronomici ed esterofili: il bar diventa il quisibeve, il picnic pranzoalsole, il cocktail polibibita, il barman mescitore, il sandwich traidue, il dessert peralzarsi, il menù listavivande. I vocaboli delle ricette vengono modificati: il pureè diventa poltiglia, il flan pasticcio, i marrons glacès castagne candite. Nascono neologismi: contattile, dismusica.

Ma se bisogna titillare la fantasia del commensale anche le descrizioni dei piatti devono seguire questo stile.  Esempi clamorosi di queste presentazioni dell’evento sono riportati nei vari menù, pardon listavivande, dei pranzi e delle cene futuriste. Cito il celebre primo pranzo futurista che si tenne alla Taverna Santopalato la sera dell’8 marzo 1931. Nella lista tra gli altri vennero serviti: Brodo solare, Aerovivanda tattile con rumori ed odori, Equatore + Polo Nord, Dolcelastico, Reticolati del Cielo.

Se la Cucina deve essere una rappresentazione totale antiaccademica compartecipata è necessario che il pranzo perfetto esiga un’armonia della tavola (cristalleria, vasellame, addobbo) coi colori delle vivande e l’originalità assoluta delle stesse come nella Vivanda Simultanea composta da «una gelatina di pollo per metà incastonata di quadrati di carne di giovane cammello cruda, strofinata con aglio e affumicata e per metà incastonata di sfere di carne di lepre stracotta di vino. Da mangiarsi, innaffiando ogni boccone di cammello con un sorso di acqua del Serino e ogni boccone di lepre con un sorso di Scirà».

Se la Cucina deve essere una rappresentazione totale antiaccademica compartecipata è necessaria «l’invenzione di complessi plastici saporiti, la cui armonia originale di forma e colore nutra gli occhi ed ecciti la fantasia prima di tentare le labbra» come nel Carneplastico creato dal pittore futurista Fillìa, interpretazione sintetica dei paesaggi italiani composto da «una grande polpetta cilindrica di vitello arrostita ripiena di undici qualità diverse di verdure cotte. Questo cilindro disposto verticalmente nel centro del piatto è incoronato da uno spessore di miele e sostenuto alla base da un anello di salsiccia, che poggia su tre sfere dorate di carne di pollo».

Se la Cucina deve essere una rappresentazione totale antiaccademica compartecipata è necessario fare intervenire i cinque sensi e stimolarli tutti: tatto, gusto, olfatto, vista, udito. Da qui «l’abolizione della forchetta e del coltello per i complessi plastici che possono dare un piacere tattile prelabiale. L’uso dell’arte dei profumi per favorire la degustazione. L’uso della musica limitato negli intervalli tra vivanda e vivanda. L’uso dosato della poesia e della musica come ingredienti improvvisi. La creazione di bocconi simultanei e cangianti». Esempio eccelso lo si trova nelle indicazioni dettate da Fillìa per l’Aerovivanda, tattile con rumori ed odori «La seconda portata consiste di quattro pezzi: nel piatto verrà servito un quarto di finocchio, una oliva, un frutto candido e l’apparecchio tattile. Si ingerisce l’oliva, poi il frutto candito, poi il finocchio. Contemporaneamente, si passa con delicatezza il polpastrello dell’indice e del medio della mano sinistra sull’apparecchio rettangolare, formato da un ritaglio di damasco rosso, di un quadratino di velluto nero e di un pezzettino di carta vetrata. Da una sorgente canora, accuratamente nascosta, si dipartono le note di un brano di opera wagneriana, e, simultaneamente, il più abile e garbato dei camerieri sprizza per l’aria un profumo. Risultati sbalorditivi: provare per convincersene».

Se la Cucina deve essere una rappresentazione totale antiaccademica compartecipata è necessaria la partecipazione del commensale che naturalmente guarda, ascolta, annusa, assaggia, ma compartecipa anche all’esecuzione del pasto come nel Pranzo Eroico Invernale, dove alla portata di carne cruda squarciata dal suono di tromba, tra un boccone e l’altro, è lui stesso a soffiare nello strumento per emettere irruenti note.

Dunque il Teatro di Varietà come rappresentazione totale antiaccademica compartecipata che trova il suo più compiuto significato nelle trascinanti astruserie di Petrolini con le sue macchiette, parodie, colmi, maltusiani che segnarono un’epoca e vennero poi costantemente ripresi dagli epigoni come canone immarcescibile.

Se il Teatro di Varietà deve essere una rappresentazione totale antiaccademica compartecipata è necessario che sia “assolutamente pratico” e deve «distrarre e divertire il pubblico con degli effetti di comicità, di eccitazione erotica o di stupore immaginativo. Genera il meraviglioso futurista con caricature possenti, abissi di ridicolo, ironie impalpabili e delizione, parole gravi ridicolizzate da gesti comici, parole storpiate, smorfie e buffonate».

petrolini_fondo-magazine

Effetti di comicità che Petrolini raggiunge quando, con una maschera straniante che ne fissa il volto in una smorfia, declama Fortunello, racconto idiota

Sono un tipo: estetico
asmatico, sintetico,
linfatico,  cosmetico…

utilizzando la lingua, la parola in libertà, trasferisce il canone futurista nella sua sarcastica rappresentazione non-sense piena di significato

…Ne fo’ d’ogni colore
Sono un commendatore.
Io sono molto stitico
Sono un uomo politico…

Fedele al richiamo dell’eccitazione erotica sciorina tutta una serie di doppi sensi tra maltusiani

È la lingua quella cosa
Che si muove per parlare
Ma talor può capitare
Che si muova stando mut
È l’uccello quella cosa
Che la gabbia ha sempre odiato,
ma quand’è addomesticato
ci va dentro che è un piacer

…e cretinerie:

Che me n’importa a me se son bizzarro
Io succhio le pastiglie pel catarro!
L’amante oggi m’ha detto: Amore mio
Dammene un paio chè le succhio anch’io!
E rigirara e fai la rota,
ma il catarro giacchè tu non l’hai,
succhia questo qui,
che non è pastiglia, ma ti giuro che ci rassomiglia!…

Per arrivare al Manuale dello chauffeur dove il doppio senso a sfondo erotico si sublima nell’automobile:

Per guidare un’automobile
Non ci vuol studio speciale:
basta leggere il manuale
ch’io ho composto a bella post…

Lubrificazione… C’è chi lubrifica con l’olio; c’è chi lubrifica col petrolio… Io mi son trovato sempre bene, lubrificando con la vesellina… Ciò è molto importante!… La pompa, che serve a gonfiare le gomme, deve essere robusta e facile a manovrare. Pompare con precauzione, fermarsi ogni tanto e tastare la gomma, per constatare il grado di durezza… Ciò è molto importante!…

Se il Teatro di Varietà deve essere una rappresentazione totale antiaccademica compartecipata è necessario fare intervenire i cinque sensi e stimolarli tutti: tatto, gusto, olfatto, vista, udito.

E allora posso sostenere con Martinetti che «utilizzando il cinematografo, il Teatro di Varietà è arricchito d’un numero incalcolabile di visioni e di spettacoli irrealizzabili», ma aggiungo che oltre all’evidenza della vista e dell’udito, gli altri sensi sono soddisfatti: l’olfatto per gli afrori della platea, il gusto per quello che in sala si sgranocchia sputacchiando poi le bucce sul pavimento, il tatto per le mani che si allungano dalla prima fila nel tentativo di sfiorare le gambe delle ballerine.

Se il Teatro di Varietà deve essere una rappresentazione totale antiaccademica compartecipata è necessario che “utilizzi la collaborazione col pubblico” come è testimoniato ancora da Petrolini che, parodiando Nerone, duetta con un pubblico fuori scena nel botta e risposta: «Più bella e più superba che pria! Bravo! Grazie!».

E come è sottolineato dal diretto dissenso che si esplicitava nel lancio di ortaggi marci (o del gatto morto) sul palco, come è fotografato da un altro maltusiano sempre di Petrolini che sbeffeggia proprio Marinetti

Martinetti è quella cosa
Che facendo il futurista
Ogni sera fa provvista
Di carciofi e di patate

Ma la partecipazione del pubblico passa anche per un altro punto indicato nel Manifesto del Teatro di Varietà dove si legge: «Il Teatro di Varietà utilizza il fumo dei sigari e delle sigarette per fondere l’atmosfera del pubblico con quella del palcoscenico».

Alla fine la Cucina ed il Teatro di Varietà si configurano come i due contenitori della rappresentazione totale che, utilizzando (comprendendole e sublimandole) tutte le altre arti, poesia, musica, pittura, scultura, fanno da paradigma al Movimento futurista.

Tutti diventano artisti ogni giorno a tavola e al varietà e sono coinvolti in quella rivoluzione totale che può fare di noi poeti, pittori, teatranti, musicisti, fruitori ma anche protagonisti di una forma d’arte, alta e popolare, che trasforma la nostra vita in un’opera personale al di là del guardonismo passivo che ci obbliga alla marginalità.

Mangiare, bere, andare a spasso, questa è la bella vita del magalasso. Il Futurismo tentò di trasformare questo gaudente passatismo in un nuovo stimolo di trasformazione della vita, a partire proprio dagli istinti primordiali di tutti quanti, applicando lo spirito artistico a questa materia prima che costituisce, volenti o nolenti, l’humus di tutte le passioni umane. In questo fu veramente rivoluzionario e questo penso sia il suo lascito migliore. Per questo credo che tutte le mostre, le celebrazioni, le esaltazioni museali che si preparano quest’anno non sarebbero per nulla piaciute a Martinetti e soci, mentre avrebbero sicuramente apprezzato una futuristica bisboccia a tavola e al varietà!

Con uno sberleffo finale di commiato

Marinetti è quella cosa
Futurismo + cazzotto
Dieci pel bel giovinotto
Tra-ta-ta zun-zu bun-bu…

Mario “vox clamans in deserto” Grossi


Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks