Ultimatum alla terra

Come reagireste voi se un giorno qualunque, spaparanzati sul divano di casa, una pantera della polizia vi venisse a prelevare in tutta fretta, senza preavviso, per portarvi in una segretissima base militare? E come vi comportereste se, una volta giunti a destinazione, all’improvviso vi venisse comunicato che un oggetto volante non identificato sta per impattare sulla terra alla folle velocità di 10 per 3 alla settima metri al secondo? Male, ci comporteremmo. Anzi, malissimo.

E peggio ancora reagiremmo se venissimo a sapere che quello che ci sta piombando sulla capoccia non è un meteorite o un fottuto asteroide, bensì un’astronave aliena enorme e perfettamente sferica come ultimatumallaterra_fondo-magazineil “Geode” della Villette parigina. Abilmente “guidato” da un invisibile pilota, il “visitor” arriva a frenare bruscamente poco prima del temuto impatto per finire poi a parcheggiare, con abile manovra, proprio nel bel mezzo di Central Park a New York. A questo punto è facile immaginare la scena. Enorme folla di curiosi eccitati, frenesia, panico, polizia, esercito, caos e terrore. Terrore acuito ancor di più allorché, da un pertugio apertosi sulla superficie della torbida sfera, fa capolino Klaatu, una creatura che tutto gli puoi dire tranne definirla “umana”.

E’ quello che accade nel film Ultimatum alla terra, di Scott Derrickson, con Keanu Reeves e Jennifer Connelly. Insomma, “impattare” a tu per tu con un marziano sortito da un immenso pallone dev’essere certo un’esperienza traumatica, tant’è vero che a un soldatino acquattato tra il folto “comitato d’accoglienza” schierato in via precauzionale tutt’intorno al bolide, la mano posata sul grilletto viene a tremare. Lo sparo conseguente colpisce in pieno Klaatu, che stramazza tra le braccia della bella scienziata “incaricata” dell’incontro ravvicinato del “terzo tipo”, l'”impegnata” Helen Benson.

D’un tratto, ecco che appare il gigantesco Gort, un robot dall’aspetto terribile che, inviperito nel vedere il padroncino trattato a quel modo, sciabola a 360 gradi un laser ultrasonico che stordisce tutti i presenti, paralizzandoli. Poi, con gesto affettuoso, l’enorme cyborg solleva l’inerte Klaatu e lo coccola come farebbe una mammina protettiva e premurosa, per poi consegnarlo, una volta constatata la gravità delle sue condizioni, alle cure della bella Helen. “Scartocciato” miracolosamente vivo da una schifosa placenta gelatinosa e molliccia e ripresosi a tempo di record dallo spiacevole incidente, Klaatu annuncia agli allibiti astanti di voler tenere un discorso all’Onu, davanti ai capi dei governi di tutte le nazioni del mondo per indurre il genere umano a un ripensamento sul modo aggressivo e rapace di profittare delle risorse del nostro pianeta, atteggiamento col quale un’umanità dissennata sta portando l’ecosistema terrestre al collasso. «La Terra non è vostra», risponde imperioso l’extraterrestre all’impietrita Segretario di Stato Usa.

Naturalmente le “autorità della Terra”, un fantomatico Presidente americano che non appare mai ma che facilmente si può identificare in Bush junior e una Condoleezza Rice in versione bianca e buzzicona, gli rispondono picche e cercano anzi di trattenerlo con la forza per sottoporlo a interrogatorio. A questo punto il mellifluo Klaatu, sulle prime dichiaratosi “amico” del genere umano, si rivela per quello che è: un antipaticissimo, presuntuoso rappresentante di una lontana ma progredita confederazione che, forte dell’avanzata tecnologia e di una moralità “superiore”, intende svolgere un non richiesto né gradito ruolo di “gendarmeria” planetaria, decisissima a mantenere l’ordine a suon di pulizia etnica. «Se la Terra muore, anche voi morirete. Se voi morirete, invece, la Terra vivrà….».

E’ questo il sinistro ammonimento del “nunzio” ecologista, il quale per tutto il film non ride mai, non piange mai, non beve, non fuma, non fa l’amore, insomma, non fa un cazzo di nulla, neppure guidare l’automobile (forse per timore d’inquinare?) se non il grillo parlante, rompicoglioni e sparasentenze, sempre con la puzza sotto il naso, fermamente determinato a difendere l’ecosistema terrestre anche al prezzo di eliminare l’intera razza umana dalla faccia del pianeta proprio come fa la Zucchett coi sorci domestici.

httpv://it.youtube.com/watch?v=bpdlPnvM38o
(Scott Derrikcson, Ultimatum alla terra, 2008)

A questo punto, una persona dotata di elementare buon senso manderebbe affanculo il marziano con tutta la sua arroganza di tontonmacute dell’universo mondo, stucchevole riflesso intergalattico di tutte le più melense fisime progressiste sulle sofferenze di Gea, sul nino, la nina, il buco nell’ozono, l’effetto serra, il riscaldamento globale, la deforestazione dell’Amazzonia e tutte le altre cazzate con le quali i furbacchioni alla Al Gore stanno facendo un mucchio di quattrini alla faccia dei gonzi. Invece l’algido Klaatu trova un inaspettato alleato nella bella scienziata, sicuramente “progressista” anche lei, madre adottiva di un bel bimbo di colore, simpaticissimo e molto più giudizioso della sconsiderata mammina.

Il marmocchio infatti non ha dubbi e, al contrario di Helen, appena vede Klaatu gli sta ipsofacto sui coglioni: «Io penso che bisognerebbe ucciderlo subito, tanto per essere più sicuri…». Il fatto è che il marziano, durante il suo travagliato soggiorno terrestre, ha contattato di straforo un altro collega, da tempo “naturalizzato” cinese. I due si riuniscono in “summit” attorno a una tavola calda per scambiarsi i loro punti di vista e le proprie esperienze per fare il punto della situazione.

Naturalmente la conclusione è prevedibile e scontata: non c’è proprio nulla da fare. I terrestri sono incorreggibili, avidi, ingordi, autodistruttivi e guerrafondai. Saccheggiano e si impossessano a proprio vantaggio di tutto quello che giudicano giovevole ai propri interessi. Per proprio sporco tornaconto non esitano a sopraffare e uccidere chiunque, uomo o animale si frapponga sul loro cammino. Per arricchirsi non indietreggiano davanti a nessun ostacolo, e a causa di ciò la terra sta per soccombere miseramente. La vita per gli stessi terrestri – è il giudizio del “collega” cinese di Klaatu – è un vero calvario.

Però… Però, nonostante tutto, ‘sta cazzo di esistenza umana, malgrado le tribolazioni e le sofferenze, il dolore e la vecchiaia, la disperazione e la morte, ha qualcosa di nobile e vale sicuramente la pena di viverla fino in fondo. Tanto che il marziano con gli occhi a mandorla, che pure potrebbe svignarsela in “patria” dopo aver concluso felicemente la sua missione “all’estero”, intende restare sulla terra, fermamente determinato, dopo aver vissuto, anche a morire da umano. Perché è questo il destino riservato alla nostra specie dai saccenti “probiviri” del dispotico “organismo” intergalattico abituato a decidere a insindacabile discrezione la tutela o l’eliminazione dal cosmo delle forme di vita meno “malleabili”.

A questo punto, insomma, sia che Klaatu viva o no, il processo di “disinfestazione” della superficie terrestre dalla nefasta presenza dei pidocchi parlanti è inesorabilmente iniziato e nessuno, se non lo stesso Klaatu, può fermarlo… Che dire? Più che dall’americano Derrickson il film sembra girato da Pecoraro Scanio. Solo la perfezione e l’abbondanza degli effetti speciali tradiscono l’origine statunitense della pellicola. Si tratta di un attraente – epperciò ancora più pericoloso – polpettone ecologista che dovrebbe essere deferito alla corte marziale militare mondiale per alto tradimento. Tradimento da imputare al regista per aver descritto la propria patria come una terra popolata da una manica di stronzi.

Oddio, è universalmente noto che i figli dello zio Sam “galleggiano” per vocazione, ma Derrickson è pur sempre un cinematografaro stelle e strisce, e chi è così carogna colla propria gente chissà cosa sarebbe capace di fare con gli altri. Tradimento, in secondo luogo, del genere umano, considerato simile a un gregge di pecore carnivore, ottuse ed egoiste ma pronte al primo allarme a rifugiarsi tutte tremebonde tra le braccia del papa o degli ayatollah. Odifreddi ha mietuto vittime anche sull’altra sponda dell’Atlantico a quanto pare. Tradimento del buon senso, perché ci hanno proprio scassato i cabbasisi con le prediche ambientaliste da parte di quelli che l’ambiente sono usi metterselo sotto i piedi. Non c’è leader “verde”, italiano o no, a cominciare dal suddetto Pecoraro per finire al pentamilionario Beppe Grillo, che non ami viaggiare su pestiferi Suv o che non possegga inquinantissimi cabinati grossi come portaerei con i quali girovagare per diporto scacazzando allegramente gasolio e nafta.

Il Celentano ex ragazzo della via Gluck, per esempio s’è costruito una mega villa nel milanese così grande che solo per riscaldarla inquina come una metropoli. Per non parlare di Al Gore, che vive in una specie di ranch supertecnologico e nocivo per l’ambiente almeno quanto Cernobyl per l’Ucraina. E poi è stato provato e riprovato che i cambiamentiultimatum_alla_terra_fondo-magazine climatici sono sempre avvenuti, avvengono, e sempre avverranno indipendentemente dalla presenza o meno di noi bipedi molesti.

Insomma, Kyoto o non Kyoto, il giorno che la biosfera deciderà di sloggiarci lo farà in un secondo senza neppure lasciarci il tempo di fare né “a” né “ba”. Tsunami indonesiano docet. Tradimento nei confronti dei presuntuosi “schutzen” extraterrestri, così bischeri che ti assemblano un matamoros al titanio che aborrisce la violenza come Gandhi ma non esita a disinfestare la biosfera dagli uomini come il Baygon fa coi bacarozzi. Evidentemente i radical chic di Hollywood usano attribuire agli alieni gli stessi vizi e fissazioni di cui sono vittime loro per primi. Tradimento del “prequel” del film di cui parliamo, quell’Ultimatum alla Terra del 1951, di Robert Wise, anch’esso made in Usa, che aveva almeno dalla sua la bravura degli attori, una solida sceneggiatura e la scusante di essere stato ideato quando il mondo, appena uscito da una guerra “calda” già si preparava a disputarne una fredda, e la fine pareva inesorabilmente approssimarsi con l’inquietante incrociarsi di perentori ultimatum tra mugik e yankee. Tradimento, infine, nei confronti di noi spettatori, attirati in una trappola con lo specchietto degli effetti speciali e costretti poi a sorbirci ‘ste stronzate partorite dalla mente di fancazzisti abituati a scorrazzare in potentissime Chevrolet tra Sunset Boulevard e Santa Monica, ma pronta a colpevolizzare un qualunque Fantozzi appena gira la chiavetta d’accensione di un’utilitaria.

Angelo Spaziano

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