Tributo a Ludwig II

L’europa a Neuschawanstein

Dicono che fosse pazzo, ma non è il caso di crederci. Successe allora, sarebbe successo poi. Quando un potente esce dal quadro degli interessi “occidentali”, si va per le spicce: lo si dichiara pazzo. Ludwig II di Wittelsbach, re di Baviera [nella foto sotto a destra] salito al trono a diciannove anni nel 1864, fu dichiarato matto quando alla lobby conservatriceludwig_ii_bavarya-ghp_fondo-magazine e cattolica che comandava nella Baviera ottocentesca (ma solo in quella ottocentesca?) parve evidente che la strada imboccata dal quell’incontrollabile sovrano avrebbe finito con l’estrometterla dal potere. Per anni Ludwig mise a dura prova l’establishment reazionario con le sue idee sempre più “balzane”: prima l’amicizia e la protezione di Richard Wagner, la cui intimità col giovane re aveva suscitato invidie nei cortigiani; poi la guerra a fianco della Prussia nel 1870, voluta da Ludwig in aperta ostilità col Parlamento e con i poteri forti. Infine, quelle trovate insopportabili di dilapidare enormi patrimoni (che però erano suoi personali) facendosi costruire un castello dopo l’altro, in nome di pericolose fantasie romantiche e pangermaniche.

Riguardo alla presunta follia di Ludwig, lo storico Greg King, nella sua biografia di Ludwig, riporta un fatto lampante. «La voce fatta girare a corte che era malato di mente non ebbe mai alcun riscontro. L’unico che lo visitò, nel 1884, senza qualificarsi come dottore alienista (e quindi potendo osservarlo al naturale), dopo lungo esame decretò che il re era “perfettamente normale e nel pieno possesso delle sue facoltà mentali». Il verdetto non venne mai divulgato dalla famiglia reale, tenuta in pugno dal partito cattolico-reazionario. E fu così che si giunse alla deposizione del sovrano e al suo confinamento presso il castello di Berg, sotto stretta sorveglianza, sulla base di semplici diffamazioni appositamente fabbricate: un complotto in piena regola.

Occorre ricordare che proprio la guerra del ’70 contro la Francia – a seguito della quale la Baviera entrò a far parte dell’Impero tedesco, proclamato l’anno seguente – aveva scatenato le più dure reazioni dei conservatori. Per imporre l’intervento, Ludwig dovette lottare non poco contro lo schieramento dei nobili, degli alto-borghesi, dei preti papalini e filo-francesi. Si fece dei nemici giurati. Ludwig aderì ugualmente alla Confederazione germanica del Nord, che sarebbe sfociata nel Reich. E ugualmente mandò l’esercito al fronte e richiese a Bismarck di affrettare le tappe dell’unificazione nazionale. Poi favorì lo scatenamento del Kulturkampf germanico in Baviera, sfidando la stampa conservatrice e il dominio dei Gesuiti. Amico di Ignaz von Döllinger – il prelato che in quegli anni fu a capo di uno scisma tedesco tradizionalista e anti-romano – Ludwig dette prova di essere un lucido e determinato governante. Tutt’altro che pazzo. Il suo progetto era semplice: sottrarre la “cattolicissima” Baviera alla mano pesante del Vaticano, liberarla dal vincolo oscurantista reazionario, avviarla al recupero della sua tradizione cristiano-tedesca, di orientamento “nordico”, risvegliando la solidarietà pangermanica e quella cultura popolare pre-cristiana legata alle saghe nibelungiche che proprio la musica e la poesia di Wagner avevano potentemente contribuito a rilanciare.

Tutto questo, per il “politicamente corretto” dell’epoca, era più che abbastanza. Quel monarca assolutista e insieme popolare rappresentava un pericolo per la burocrazia “moderata”. Continuando sul passo intrapreso da Ludwig, la Baviera sarebbe tornata pienamente tedesca, sfuggendo così al disegno “occidentalista” di impedire l’egemonia continentale del Secondo Reich. C’era bisogno di mantenere i buoni cattolici bavaresi affezionati alla birra e alla parrocchia, ma stando ben attenti a che non si mettessero in testa strane idee. Mezzo secolo più tardi, un analogo tentativo di far partire ancora dalla Baviera la rinascita del germanesimo avrebbe prodotto grosso modo e su altra scala i medesimi risultati politici: una coalizione di ferro fra tutte le reazioni.

Ma qual’era insomma questa impresentabile ideologia di Ludwig, in nome della quale venne denunciato come pazzo, deposto, incarcerato, sottoposto wagner_fondo-magazinea sottile violenza psicologica, fino a spingere quell’animo sensibile e sognatore al suicidio, o – come taluni storici ipotizzano – addirittura a sopprimerlo direttamente, annegandolo in un lago?

Per capirlo, bisogna andare a Neuschwanstein. Qui si spalancano le porte del mito: e il mito è il nemico numero uno degli “occidentalisti” di allora come di oggi: una società borghese e faccendiera, abituata a far di conto e ignara delle proprie radici è estranea a ogni rappresentazione del sublime e dell’eroico. Il castello di Neuschwanstein – ai giorni nostri oggetto di un turismo volgare, neanche fosse Disneyland – fu voluto da Ludwig sull’onda dell’entusiasmo dopo la visita alla Wartburg, la fortezza turingia frequentata dai poeti cantori e che fu sacra icona della feudale Deutschtum. Neuschwanstein appare come un sogno poggiato su una rupe. Qui Ludwig dette davvero fondo alla sua santa “follia”, che è poi l’antica sapienza europea: passione per la grandezza e la nobiltà d’animo, amore per la vita eroica e per la purezza ideale, desiderio di rianimare il lato attivo e combattivo della bellezza. L’architettura fiabesca è un contenitore di valori. Dentro, noi troviamo ovunque la presenza della cultura trobadorica e graalica, in un composto di Romanticismo e leggenda germanica. Tannhäuser, Sigfrido, Lohengrin sono onnipresenti negli interni lussureggianti di ogni sfarzo. E la celebrazione di Wagner, l’unico grande genio europeo di quell’epoca, è sottintesa in ogni dettaglio. I quadri di Ferdinand Piloty, il pittore realista che rappresentò i vari Wolfram von Eschenbach, Tristano, Parsifal, ci conducono alla saga popolare come in un viaggio mitico.

L’uso smodato del rococò non fu per Ludwig una questione di semplice gusto estetico: in quello stile ridondante egli ravvisava la grandezza regale del Re Sole, da lui idolatrato come l’esponente massimo dell’assolutismo e della natura sacrale del comando. Ludwig abbinò quest’idea tradizionale del potere con quella nazionale-popolare incarnata da Wagner. Ne uscì la volontà di fondere il popolo tedesco e il suo sovrano in un’unità spirituale, così da rendere l’autorità della guida una cosa sola con le glorie del popolo. Quando l’8 giugno 1886, all’improvviso e sulla base di un referto medico falso, Ludwig venne arrestato a Neuschwanstein, fece in tempo a lanciare un proclama al suo popolo, incitandolo alla sollevazione armata contro il colpo di Stato. Altro che pazzo. Reagì al volo abbozzando una difesa e facendo arrestare a sua volta la commissione salita a prelevarlo. Ma entro poche ore, isolato dal suo popolo, poté essere facilmente neutralizzato. La Baviera perse la sua occasione, ma oggi rimane l’esempio di quel mistico sovrano. La solitudine, il disprezzo per l’avida società del suo tempo e i sogni di grandezza tradizionale fecero di Ludwig un perfetto “inattuale” alla Nietzsche. Di lui Wagner disse un giorno: «Se io sono il suo Wotan, egli è il mio Sigfrido».

Luca Leonello Rimbotti

 

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