Tributo a Giuseppe Giulietti

“Se tener duro è bene, assaltare è meglio”

Qualunque sforzo di liberazione non può che partire da Fiume, dove le nuove forme di vita non soltanto si disegnano ma si compiono; dove il cardo bolscevico si muta in rosa italiana: in rosa d’amore

Gabriele D’Annunzio

Giuseppe Giulietti [nella foto sotto a destra] è stato  uno dei maggiori protagonisti dell’impresa fiumana. Ideologicamente scomodo,difficilmente etichettabile, fa parte di quell’immane schiera di relegati nell’oblio della memoria storiografica.

«Vi è un uomo in Italia che ha fatto per il proletariato marittimo quello che nessun pioniere del movimento sindacale umanitario ha mai fatto in tutto il mondo. Quest’uomo è il romagnolo Giuseppe Giulietti. Figlio di marinaio, nato in Rimini nel 1879. Di mente sveglia, fornito di buon senso di giustizia, fino dalla sua apparsa fra gli uomini s’innamorò del Socialismo,giulietti_fondo-magazine toccandogli il cuore i grandi dolori umani che vedeva sparsi ovunque,  sentì destare nell’animo i primi aneliti verso la giustizia in azione e non a chiacchiere. Chiamato al servizio militare non gli mancò l’occasione di vedere atti di cupa ingiustizia contro i camerati marinai e gli sperperi che si consumavano a danno del popolo. Appena libero dal servizio militare, viaggiò come Capitano di lungo corso, compiendo il suo dovere verso l’armatore ma anche verso i suoi umili compagni di bordo. Per questo fu colpito dal nuovo armatore della sua compagnia. Nell’attesa di rimbarcarsi riorganizzò i marittimi e da allora continuò a difenderli. Diede così vita alla Federazione che oggi tutti i marittimi riunisce e affratella. Il Capitano Giulietti seppe, in pochi anni, portare la Federazione all’apogeo delle vittorie; premunirsi e difendersi dagli attacchi armatoriali; disfare le sorde camarille gesuitiche e una infinità di nemici sordi e invisibili, annidati, talvolta, fino dentro la famiglia federata. Dal Comandante al Mozzo; entrò con spirito lungimirante nel terribile conflitto germanico poichè il Giulietti aveva intuito che più che una guerra di armi sarebbe risultata una guerra d’idee. Infondere a tutti i fratelli del mare quell’ardire che è tutta l’anima sua di fiero combattente». (1)

Fervente interventista, fu a fianco di Mussolini, quando questi venne espulso dai socialisti. Giulietti contribuì economicamente al sostentamento del Popolo d’Italia, nei primi anni dell’avventura editoriale di Mussolini.  Nel 1919 aderisce all’impresa fiumana, capitanata da D’Annunzio, nella convinzione  che quest’iniziativa rappresenti il miglior esperimento rivoluzionario dopo l’insurrezione bolscevica del ’17.

Significativa di questo  percorso ideologico è la figura dell’altro ardito fiumano, Mario Carli. Egli scrive: «Prendendo la Russia come modello tipico di rivoluzione sociale, si vede anzitutto che il bolscevismo è stato un movimento, non tanto grettamente espropriatore, quanto rinnovatore, perché ha voluto ricostituire in base a ideali vasti e profondi l’edificio sociale, assurdamente sbilenco sotto il decrepito regime zarista. Inoltre il bolscevismo russo, animato da un potente soffio di misticismo, non si è mosso con quei criteri di pacifismo codardo, che fanno dei cortei proletari italiani altrettante processioni d’innocenti agnellini. Il popolo russo ha saputo anche difendere la sua rivoluzione, e gli eserciti di Lenin si sono battuti, spesso, vittoriosamente, contro i bianchi paladini della reazione. Assodato poi che i socialisti italiani non credono nella rivoluzione, non la vogliono e non fanno nulla per provocarla, possiamo stabilire in modo definitivo che noi legionari non avremo mai alcun contatto, e neppure alcun cenno d’approccio, con quella ottusa cocciuta grettissima cretinissima chiesa che è il Partito Ufficiale Socialista italiano.(2)  Il nostro sogno più caro di artisti e di lottatori è sempre stato quello di sollevare la miseria materiale e spirituale delle masse, e se domani avremo modo di sopprimere in loro prima la fame, poi l’ignoranza, potremo dire di aver raggiunto uno degli obiettivi fondamentali di tutta la nostra azione. Noi chiediamo di meglio che chiamare accanto alle élites anche i rappresentanti del «numero» a partecipare alla vita collettiva, a decidere dei propri interessi e del proprio destino. Il soviet (altra parola-spauracchio per i mosci borghesi di tutti gli Stati) è un prodotto così ragionevole e così utile dei nuovi tempi, ed è già così diffuso, sotto la forma sindacale, negli ambienti amministrativi e industriali, che non si capisce perché non debba entrare senz’altro nella vita politica e militare. Indiscutibilmente Fiume e Mosca sono due rive luminose. Bisogna, al più presto, gettare un ponte fra queste due rive» (3).

Anche Marinetti, che durante l’impresa fiumana, aveva eletto D’Annunzio a  “capo storico del futurismo”,  nel ’20 scriveva: «Il primo maggio dello scorso anno la città russe furono decorate con dipinti futuristi. I treni di Lenin erano colorati all’esterno con forme dinamiche colorate molto simili a quelle di Boccioni, Balla e Russolo. Ciò fa onore a Lenin e ci rallegra come una vittoria nostra».

D’altro canto il ministro della cultura sovietico, Lunaciarskij, aveva dichiarato, in un discorso ufficiale del partito comunista, che Filippo Tommaso Marinetti era un autentico intellettuale rivoluzionario. Scambio di complimenti che scatenò le ire di  Gramsci e dei compagni ordinovisti.

A Fiume, Giulietti [sotto in una scultua di G. Scapecchi a Rimini] si rende protagonista del dirottamento del mercantile Persia, un mirabile colpo di mano avvenuto il 10 ottobre 1919. La nave trasportava un  carico di armi destinate alle truppe antibolsceviche della Russia “bianca”. L’azione venne così rivendicata: in difesa del proletariato russo abbiamo fatto del nostro meglio per impedire tale trasporto rimini-giulietti-scapecchi_fondo-magazine(…) i mezzi che dovevano servire a combattere la libertà e la redenzione del popolo russo serviranno per la libertà e la redenzione del popolo fiumano.

Ecco una lettera di D’Annunzio che documenta il fatto: «La bandiera dei Lavoratori del Mare issata all’albero di maestra, quando la nave Persia stava per entrare nel porto di Fiume con il suo carico sospetto, confermò non soltanto la santità ma l’universalità della nostra causa. La federazione dopo averci arditamente mostrato il suo consenso e dato il suo aiuto, ci fornisce armi per la giustizia, armi per la libertà, togliendole a reazioni oscure contro un altro popolo, non confessate. Teniamo le armi e teniamo la nave. Adopreremo le armi, senza esitazione e senza misura, contro chiunque venga a minacciare la città che abbiamo per sempre liberata. D’accordo con te e con i tuoi compagni, consideriamo la nave come un pegno contro la malafede che di indugio in indugio tenta di sottrarsi alle promesse e ai patti. E confidiamo che la Federazione ci sostenga con tutta la sua potenza a impedire che il governo antinazionale distrugga a profitto di stranieri l’ordine commerciale fiumano e continui a rovinare il traffico del porto e ad affamarne i lavoratori. Ringrazio te che all’improvviso ci hai portato il tuo ardore allegro, il tuo vigore costruttivo, la tua fede guerreggiante. E nuovamente ringrazio i quattro tuoi Arditi che mutarono la rotta della nave dolosa con un colpo maestro, rapido, preciso, irresistibile, nello stile dei Ronchi. Dalla carbonaia nera, come dal nostro cimitero carsico, balzò lo spirito. La causa di Fiume non è la causa del suolo: è la causa dell’anima, è la causa dell’immortalità. Questo gli sciocchi e i vigliacchi ignorano, disconoscono o falsano. Tutti i miei soldati lo sanno, lo hanno compreso e divinato. E’ bello che lo sappiano e l’abbiano compreso così vastamente i tuoi Lavoratori del Mare. Dall’indomabile Sinn Fein d’Irlanda alla bandiera rossa che in Egitto unisce la Mezzaluna e la Croce, tutte le insurrezioni dello spirito contro i divoratori di carne cruda sono per riaccendersi alle nostre faville che volano lontano. Il mio compito di lavoratore del Carnaro, caro compagno, consiste nel far prevalere e risplendere la bellezza ignuda e forte della conquista da me presentita. Arrivederci, capitano Giulietti. Certo, il buon sale marino preserva la federazione da ogni corrompimento. Siamo tranquilli.  E, se tener duro è bene, assaltare è meglio».(4)

Nel 1919 la città di Fiume era diventata il crocevia di rivoluzionari,libertari e artisti delle correnti più disparate. Con il “poema legislativo” la Carta del Carnaro, redatta da Alceste De Ambris, la fantasia era andata al potere. “La poesia al posto di comando, per finirla con ogni comando”.

Il  19 gennaio 1920, a Roma, si tiene un incontro fra Giulietti , Nicola Bombacci, Enrico Malatesta e Giacinto Menotti Serrati. L’intento, era di diffondere in Italia come a Fiume, lo spirito della rivolta. Il progetto eversivo, fallì a causa del settarismo e della miopia di Serrati. In seguito Lenin dirà: «bisognava sfruttare la situazione creata dall’impresa dannunziana per volgerla ai fini della rivoluzione proletaria italiana, le proposte fatte al Partito (socialista) dovevano perciò essere ascoltate e discusse accuratamente».

I progetti  rivoluzionari morirono sul nascere e il Natale del 1920, con il suo “sangue fratricida”, pose fine alla reggenza.

La fama del sovversivo di Giulietti non tramonta neanche durante il fascismo, la polizia lo controlla in modo pressante, mentre Mussolini lo aiuta di nascosto con un sussidio che lo salva dalla fame. Sarà un capo d’imputazione morale nel dopoguerra, quando il 2 maggio 1945 lo catturano come spia del fascismo. Viene assolto dopo quattro mesi di carcere.

Morirà il 20 giugno 1953.

Le navi erano apparse nel punto dove il cielo e il mare si confondono, la geometria delle forme violentò l’orizzonte, l’umidità appesantì il tricolore. Dov’è il coraggio? Nell’amore. Una rosa è morta ed i suoi petali si sono persi nel vento… a Fiume. (5)

Romano Guatta Caldini

Note

(1) Giulio Tanini, Storia della federazione italiana lavoratori del Mare, Cap. XXVII

(2) Mario Carli, Con D’Annunzio a Fiume, Milano, Facchi Editore, 1920; pag. 106-107

(3) ib. pp. 109-110

(4) Giulio Tanini, Storia della federazione italiana lavoratori del Mare Cap. XIX

(5) G. Santangelo, opera teatrale di G. Marconi e F. Ceres

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