Sulla socializzazione/5…

Matteo Cavallaro è un giovane studente della facoltà di Scienze politiche dell’Università di Torino e un militante controverso di Rifondazione comunista. Per la sua tesi di laurea: Il mito della socializzazione, ha realizzato  una serie di interviste a diverse personalità di area, fra le quali Luca Leonello Rimbotti. Nel testo che segue.

Corporativismo e Socializzazione
è questa la nostra rivoluzione

Inizierei chiedendoti una descrizione sintetica, tre righe proprio, con giudizio, della socializzazione. La approfondiremo più avanti nell’intervista, ma serve per sottolineare da subito quali sono i caratteri per te davvero importanti di quell’esperienza.

La socializzazione è storicamente il progetto di sollevare le masse italiane dalla condizione di impolitica estraneità allo Stato, in cui erano state mantenute per secoli dai governi pre-fascisti, e di farle partecipare alla vita politica nazionale. Dare più dignità, più giustizia lucalrimbotti_fondo-magazinee anche più potere al lavoro. Bene o male, si tratta di un’idea nuova, mai prima tentata in Italia. L’unico esempio storico di rivoluzione sociale in Italia.

L’esperienza della socializzazione è a tuo dire un patrimonio condiviso da tutta la c.d. “Area”? Sarebbe interessante, se te la sentissi, distinguere tra l’eredità come “immaginario” e l’eredità come “posizione politica”. Quanti cioè la portano “nel cuore” di militanti come uno splendido passato, ma appunto passato, e quanti invece la ripropongono in chiave presente e futura.

Non conosco nel dettaglio tutti i risvolti dei vari e molteplici micro-ambienti che oggi si rifanno a quella esperienza. Tuttavia, per quanto ne so (e non potrebbe essere diversamente), la socializzazione viene considerata dalla Destra radicale attuale (nazionalpopolare, nazionalrivoluzionaria o Destra sociale o come altrimenti viene chiamata o chiama se stessa) un punto fermo di quel fenomeno di protezione e promozione della dignità del lavoro, di emancipazione ideologica e sociale del popolo, di sollecitazione dell’attivismo e della partecipazione, che sono tutte caratteristiche tipiche del fascismo storico. Il quale – conservatore per alcuni lati del suo pensiero, come ad es. il ruralismo (ma anche qui si introdusse la modernità: bonifiche, meccanizzazione, razionalizzazione del lavoro, assalto al latifondo…) – tendeva ad abbinare a questo un’accentuata tendenza “populista” modernizzatrice, di attivizzazione delle masse, tesa al coinvolgimento del lavoratore all’interno della macchina solidaristico-riformatrice. Ciò che veniva espresso col mussoliniano “andare verso il popolo”, oppure con la formula legata all’accorciamento delle distanze sociali…L’eredità della socializzazione non appartiene tanto al lato mitico e sognante dell’ideologia fascista – che pure c’è ed è sostanziale in altri contesti -, ma piuttosto al lato “modernista”, riformatore, anzi proprio rivoluzionario, secondo una chiara volontà di effettuare una sorta di ingegneria sociale innovatrice, ma senza distruggere l’identità tradizionale del popolo, né sconvolgerne i consolidati tessuti solidaristici. Questa eredità di interventismo sui meccanismi sociali e produttivi non può non venire rivendicata da ognuno che si senta erede del fascismo. In quanto, di quello, la socializzazione costituisce l’essenza, il nodo centrale, in ogni caso il punto d’arrivo storico in materia sociale ed economico-politica. Lungi dall’essere un relitto del passato, la socializzazione può rappresentare in questa luce a tutt’oggi – anzi, a mio parere soprattutto a tutt’oggi – un’organica risoluzione delle distruttive contraddizioni interne al metodo grande-capitalistico di ultima generazione. Del resto, sia il MSI nell’intero arco della sua parabola, sia poi il MSI-Fiamma Tricolore che da quel partito si è scisso nel ’95 o le odierne frange legate alla Destra Sociale, hanno sempre posto e ancora pongono, e con forza, la rivendicazione corporativa, con la punta di diamante della socializzazione, al centro dei loro programmi: “Italia, Repubblica, Socializzazione” ne era e ne è lo slogan. Basta pensare a esponenti della sinistra missina come Beppe Niccolai, che ha sempre animato questo versante, di contro a certi ambienti liberalconservatori del MSI, che storicamente avevano grande peso politico (dai tempi di Michelini et similia…). Pensa inoltre a un personaggio come Manlio Sargenti (che fu l’estensore delle leggi socializzatrici, era sottosegr. al Min. dell’Economia della RSI), che ha continuato fino ad oggi (un paio di anni fa era ancora vivo, non so oggi) a difendere l’ideale socializzatore come l’unica via d’uscita dal capitalismo cosmopolita.

Quanto è importante nell’immaginario politica d’area il ricordo di questo evento?

È decisivo. Esso rappresenta la prova che il fascismo, se pure per lunghi anni afflitto da un’asfissiante presenza di storici poteri forti che non di rado ne condizionarono pesantemente le scelte, fu in misura non trascurabile in grado di mettere mano a decisioni revisioniste del sistema capitalistico, introducendo istituti e leggi mai prima azzardati da alcun governo, né proposti in solido da alcuna opposizione in epoca pre-fascista, socialisti compresi. L’immaginario post- (o neo-?) fascista si nutre come massimo referente ideologico del fatto storico che la RSI – nonostante la drammatica situazione in cui si trovò ad operare – fu in grado di dar corpo a un progetto di vero rivoluzionamento dell’assetto economico-sociale, e che riuscì anche – in taluni comparti, come quello meccanico e della carta – a raggiungere risultati di fatto. Vennero veramente socializzate un gran numero di imprese, comprese alcune rilevanti come l’Alfa Romeo, la Burgo, la Mondadori. Socializzazione non tanto come mito ideologico mobilitante, ma proprio come prova che un decisionismo libero e fortemente connotato ideologicamente è in grado di manomettere il sistema di ingiustizia sociale del capitalismo privato, attivando sistemi alternativi concreti e non solo propagandistici. Un’idea forte che in tale immaginario si abbina alla socializzazione è quella del riscatto del lavoro, della sua liberazione da una schiavitù che non è solo materiale, ma ancor più psicologica e spirituale. Un’uscita dal capitalismo e dai suoi condizionamenti di omologazione verso il basso: mero consumismo, avvilente aridità ideale.

A tuo dire questa eredità come si è trasmessa? Più in forma scritta o in forma orale? Più per immagini e suggestioni o attraverso analisi e ricerche?

La forma orale?…Ricordo che ai comizi del MSI gli oratori ne parlavano come di una conquista dei lavoratori tradita dal reazionarismo democristiano in combutta coi comunisti…ma in ogni caso, sulla socializzazione in epoca post-fascista si è scritto molto, e con analisi di attenta ricostruzione. Ambienti come l’Istituto di Studi Corporativi, la Fondazione Ugo Spirito, l’Istituto Storico della RSI, hanno al loro attivo pubblicazioni di spessore scientifico. Sull’argomento, insieme a tanto materiale superficiale e propagandistico, è circolato anche materiale scientificamente dignitoso e non di rado di alto profilo. Studiosi come Gaetano Rasi, Grossi, Capoferri, Accame, Auriti, Parlato, Perfetti…lo stesso Spirito (alcuni di costoro erano stati membri di punta del sindacalismo in epoca fascista, altri sono stati studiosi e teorici di corporativismo nel dopoguerra, altri ancora sono oggi affermati esperti della materia) hanno portato un notevole contributo scientifico all’analisi di un fenomeno che ha avuto una sua rilevanza internazionale negli anni Venti-Trenta (persino l’America di Roosevelt studiò il corporativismo e ne atttuò alcuni sistemi, oppure il “planismo” del belga De Man e molti altri ambienti del riformismo europeo), ma che ha sollevato interesse anche in decenni molto posteriori…E anche oggi il corporativismo – di cui la socializzazione è
l’epifenomeno di vertice – viene studiata come metodo sociale degno dell’interesse di storici, ma anche di politici. L’art. 46 della Costituzione italiana, per dire, contiene un riferimento alla possibilità di socializzare le imprese, che è diretta (anche se ovviamente sottaciuta) eredità dell’esperienza fascista: ma è rimasto inapplicato, lasciato in sordina e neppure mai rivendicato da alcun partito antifascista.

Nel mio lavoro io parto sostenendo l’idea che la socializzazione, più che come progetto politico, sia passato come “mito” nella c.d. “Destra Radicale”. Tradotto: questa è più il “sogno” di uno stupendo passato, che un ‘obbiettivo per il presente o per il futuro. Più, ricollegandomi alla domanda prima, una suggestione che un progetto. TI senti di condividere questa mia analisi? In cosa a tuo dire pecca o va approfondita?

Comprendo la tua impressione. Sai, l’attuale Destra radicale non dispone di attrezzature di partito credibili, con intelaiature di uffici adeguati e personale politicamente formato, in grado di elaborare ideologicamente il problema sociale…non ci sono pertanto i mezzi – e nemmeno tanto gli uomini… – in grado di operare in profondità e seriamente un rinnovamento degli studi sulla socializzazione, adeguandone magari il messaggio al tempo presente. Ci si limita, è vero, a indicarne genericamente le conquiste in un passato appunto “mitico”, spesso ci si accontenta di indicarne il fine ultimo secondo i grandi affreschi celebrativi: solidarismo sociale, liberazione delle masse redente dall’usura del capitalismo finanziario…e tuttavia iniziative locali come quella legata, ad es, al “mutuo sociale” in corso tra le sigle della piccola militanza di settore (comprensive di concreto aiuto a piccole frange popolari disagiate) indicano che se di “mito” si tratta, si cerca, per quanto sta nelle risicatissime possibilità, di farlo passare dalla fase celebrativa a quella realizzativa. Ma si tratta di microcosmiche realtà, sprovviste di ogni mezzo, e che operano nelle peggiori condizioni politiche immaginabili. Tuttavia un’utopia sociale – tu dovresti capirmi – quando è veicolata da persone che iniziano a lavorare sui fatti, cessa all’istante di essere un sogno trascendente, per modesti che siano i risultati, e diventa un fatto politico.

Per concludere questa parte molto generale, se mi dovessi consigliare due testi, qualsiasi, su questa esperienza, quali sceglieresti?

“Battaglie sindacali” di Francesco Grossi (un’intervista a un vecchio sindacalista dell’industria, che diventò membro della Camera Corporativa), pubblicato nel 1988 dall’Istituto di Studi Corporativi di Roma. E “Partecipazione del lavoro alla gestione dell’impresa”, più tecnico, il cui autore fu anch’egli sindacalista, ma agricolo, e ha continuato anche dopo la guerra il suo mestiere (Edizioni dell’Istituto Avogadro di Tecnologia di Roma, anno 1976).

Approfondiamo ora il discorso sulla socializzazione in senso storico. Siamo nel 1944, c’è la guerra, la RSI, il difficile rapporto con i tedeschi. Viene tuttavia deciso, in questo clima di incertezza e anche un po’ di scoramento di varare il decreto sulla socializzazione? Perché secondo te? Motivi propagandistici, la voglia di lasciare un testamento, l’idea che la vittoria passasse dal fare un passo aggiuntivo nella “rivoluzione fascista”?

La volontà del fascismo di fare, finalmente, la sua rivoluzione. Che, se anche la guerra fosse finita male, sarebbe rimasta come patrimonio dei lavoratori. Di questo Mussolini parlò con chiarezza più volte (ad es. le “mine sociali”). La RSI si sentì all’improvviso sollevata dal condizionamento della monarchia e del conservatorismo che rappresentavano un blocco sulla via del rinnovamento sociale. Per tanto tempo la “sinistra” corporativa e sindacale aveva fatto buon viso a cattivo gioco…Venne colta l’occasione, che si avvertiva come storica, di realizzare davvero e fino in fondo i presupposti del fascismo delle origini, quello sansepolcrista, che aveva, anche a detta degli studiosi odierni, un marcato orientamento progressista e “di sinistra”. Motivi propagandistici certo avranno agito…e dove non agiscono, se si pensa poi alle condizioni in cui operarono i fascisti in quel frangente…la propaganda fa parte del gioco. Ma ci furono oneste passioni, credo si possa dire che molte persone per bene credettero sinceramente in un riscatto all’ultimo minuto di un’idea che aveva vissuto momenti di grande prestigio, in Italia e all’estero. E che, obiettivamente, non ha né precedenti né successori in Italia. Si volle dare inizio alla socializzazione perchè a quel punto il fascismo doveva dimostrare nei fatti di essere rivoluzione. La polemica teorica era durata vent’anni, i risultati del corporativismo erano stati modesti in confronto alle attese…adesso bisognava agire. Le leggi del febbraio e del giugno ’44 furono la logica conseguenza di tutto il pensiero sociale del fascismo. Oltre al programma sansepolcrista, nella Carta del Lavoro del ’27, nell’introduzione della Magistratura del Lavoro, negli numerosi istituti sociali, batteva l’idea di una promozione del popolo ad un altro ruolo, che non quello di mero esecutore subordinato, e la proprietà dei mezzi produttivi già allora veniva sottoposta a limitazione, quando non gestita secondo utilità pubblica. La Carta del Lavoro, ad es., già prefigura la possibilità di effettuare una limitazione della proprietà privata e un’estensione della compartecipazione al lavoro. C’era poi anche il disegno, come si diceva sopra, negli ultimi mesi della RSI, di andare oltre le contingenze e di assicurare ai lavoratori una legislazione sociale avanzata anche se fosse sopraggiunta la sconfitta. Esiste tutta una letteratura storica, non solo memorialistica, in materia.

Per quale motivo non vi si è arrivati prima ? Non è forse stato un provvedimento “tardivo”?

Si tratta di un provvedimento tardivo se giudicato col senno di poi. La socializzazione non poté essere applicata, e lo stesso corporativismo rimase in buona parte sulla carta, per la nota presenza dei poteri forti: la Confindustria (pensa a un Benni, ben infiltrato nei gangli del regime…), dietro un apparente allineamento, di fatto lavorava contro e aveva le spalle ben coperte dalla monarchia, dall’esercito, dal Vaticano (che è stato sempre ostile al fascismo oltranzista): si deve riflettere, ad es., sul fatto che l’istituzione della Camera corporativa (che portava i rappresentanti delle categorie del lavoro nel circuito legislativo) è del ’39…La guerra è scoppiata quando il f., come disse Mussolini, pensava di essere “appena all’inizio” della sua storia e del suo processo evolutivo. La “socializzazione” appare “tardiva” rispetto a cosa? Rispetto al fatto che di lì a poco sopraggiunse la sconfitta? Ma quelli pensavano di vincerla, la guerra, e che il f. sarebbe durato ancora secoli…in quel caso la s. non sarebbe apparsa “tardiva”, bensì precoce…

Una domanda se vogliamo banale e scontata: la socializzazione fu una rottura rispetto al corporativismo? O ne fu la legittima continuazione?

L’una è lo sviluppo dell’altro. Se il corporativismo vuole sottrarre il lavoratore alla morsa del mero sfruttamento di classe ed elevarlo a soggetto consapevole della comunità nazionale – in qualità di produttore: di ricchezza, di potenza nazionale, di beni, di cultura del lavoro… – attraverso il suo inquadramento entro categorie legate alle diverse specificità del ciclo produttivo (le corporazioni), la socializzazione spinge questa idea un passo oltre: estingue il capitalista come “padrone”, in quanto ne fa il “capo d’azienda”, un dipendente anch’egli (senza bisogno di espropriarlo…si tenga pure la proprietà, basta che lavori come dice lo Stato attraverso la Conf. Sindacale unica…) e rende possibile all’operaio e al lavoratore in genere la partecipazione reale alla vita produttiva (assemblee di fabbrica, consigli, collegi sindacali…accesso alla suddivisione dell’utile d’impresa…), creando così nei fatti ciò che sino ad allora si era lungamente vagheggiato: la Stato Nazionale del Lavoro. Il “padrone” è sostituito dal “capo d’azienda”. A lui va – secondo la legge del febb. ’44 – un compenso, mentre ai lavoratori spetta la compartecipazione agli utili…ma anche ai rischi legati al sistema di gestione. La partecipazione alla gestione socializza i profitti e le perdite: per queste ultime venne istituita una cassa di compensazione. Al lavoratore, insomma, oltre allo stipendio vanno gli utili. Il capitalista è soppiantato dalla figura del tecnico: questa idea di una guida tecnica del lavoro – modernamente produttivista ed efficientista – la si trova anche nei vecchi “gruppi di competenza” bottaiani dei primi anni del regime, e la si ritrova anche in Spirito, che formulò una sorta di tecnocrazia corporativa, un funzionariato pubblico di esperti in conduzione d’azienda. C’è in questa terminologia un sound liberalcapitalistico? Ma la differenza era ed è essenziale: un regime totalitario popolare concepisce il tecnico non uno strumento dell’utile privato (come l’attuale manager in regime di capitalismo privato, che agisce svincolato dalla politica), ma dell’utile pubblico: in sostanza, l’economia è subordinata alla politica, che pone obiettivi, fini e scopi. I mezzi li lascia al tecnico. E la figura dell’operaio salariato viene sostituita con quella del “produttore”. Antioperaista in quanto anticlassista, la concezione sociale del f. è compartecipativa e interclassista.

L’idea di una partecipazione agli utili e alla gestione era già presente prima della RSI. Tu stesso nel tuo libro “il Fascismo di Sinistra” riporti esempi precedenti, come può essere considerata la corporazione proprietaria proposta da Spirito. Oltre al progetto di Spirito ve ne erano altri che possono essere considerati antesignani della Socializzazione? Quali?

Il sindacalismo integrale di Rossoni era il disegno di far pesare il ruolo dei lavoratori attraverso una loro potente confederazione unitaria: come sai, lo “sbloccamento” imposto nel ’28 (non una, ma molte deboli conf.) determinò la fine del progetto di sindacalismo fascista in chiave diciamo così dialettica (padroni-operai) e l’inizio del corporativismo “organico”: niente lotta di classe, prevale il principio di collaborazione interclassista, con lo Stato in veste di mediatore tra le parti. Le corp. del ’34 sono un congelamento del sindacalismo nella corporazione. Ma sia quello che questa promuovono un’idea impensabile in regime liberale: lo sganciamento dal paternalismo padronale e la creazione di uno strumento di rappresentanza del lavoro, di tutela degli interessi…, che poi funzionasse o, più spesso, non funzionasse, è un altro discorso…anche il comunismo dopotutto è rimasto un’utopia storicamente irrealizzata, giusto? La corporaz. proprietaria di Spirito era invece proprio il progetto di estinguere la proprietà privata del capitale, che passa alla societa “corporata”: i lavoratori sono anche azionisti. Quanto agli antesignani storici, rispondo al p. 7, che ripropone tale domanda.

Per il Manifesto di Verona, così come quello di San Sepolcro, nella tua Tesi di Laurea usi una bella definizione, chiamandoli “I programmi della sinistra egemone”. Questa egemonia, mi pare di capire dal tuo testo, ha avuto come massimo prodotto proprio il progetto della socializzazione. Questo progetto fu però condiviso da tutta la sinistra fascista o vi furono noti dissonanti anche in questo campo, oltre ai maldipancia che venivano da parte di alcuni esponenti della RSI?

La sinistra fascista era socializzatrice nel suo complesso. Durante la RSI ci furono numerose belle figure di animatori sindacali e di divulgatori dell’ideologia socializzatrice tra gli operai: un Giuseppe Solaro di Torino, ad es., oppure un Eugenio Facchini, federale di Bologna: l’uno e l’altro eliminati in maniera mirata dai GAP, proprio perchè pericolosamente in grado di far breccia nella fabbrica. Poi nella RSI ci furono anche ambienti ostili alla socializzazione. Ad es., Farinacci, che personalmente ritengo “di sinistra” per via del suo populismo di base e per il suo movimentismo di antica matrice squadristica, ma che era nemico del corporativismo e poi anche della socializzazione. Lo stesso ministro Tarchi, che veniva criticato per applicare la socializzazione “col contagocce”, venne sostituito da Mussolini con Spinelli, che era un ex-operaio tipografico.
Non conosco una sinistra che non fosse socializzatrice: Sargenti, Ruinas, Manunta…il comune obiettivo era l’abbattimento del capitalismo privato come soggetto politico. Ma non dimentichiamo che il primo socializzatore era Mussolini. Nelle sue conversazioni degli ultimi mesi con Silvestri, risalta la sua convinzione di operare una rivoluzione sociale, che avrbbe prodotto risultati durevoli anche se il f. fosse scomparso. Non avrebbe mai potuto prevedere che le leggi sulla socializzazione sarebbero state abrogate col primo atto politico del CNL in data 26 aprile: è questa la prova che l’antifascismo – che irride la soc. chiamandola retorica, ingannevole, di cartapesta… – ne percepiva al contrario esattamente la portata politica e sociale, tanto da volerla sopprimere il più alla svelta che gli fu possibile. Bisogna ricordare che la socializzazione venne abrogata con la firma di Mario Berlinguer, il padre di Enrico, che era un latifondista e grande capitalista…egli restituì ai padroni il piacere che questi aveano fatto al CLN. Come è noto, la resistenza venne finanziata dagli industriali del nord, che con una mano sabotavano la socializzazione nascondendosi dietro alle richieste dei tedeschi (che erano interessati solo alla produzione bellica e non alla socializzazione), e con l’altra mano finanziavano i partigiani…

Dopo il decreto nella RSI ci sono stati altri esempi nel mondo simili o almeno paragonabili ad esso? Penso a possibili somiglianze con alcuni aspetti del capitalismo renano o con l’importanza della CGT nel regime peronista. Quali differenze strutturali e strategiche vedi tra questi progetti?

Il regime peronista fu e si dichiarò corporativista, e proprio in riferimento all’esempio italiano. Sargenti, per dire, dopo la guerra andò in Argentina e collaborò con quel governo proprio come esperto in materia. Ugualmente accadde in Portogallo, dove l’Estado Novo di Salazar – durato fino agli anni settanta – mantenne un sistema di rappresentanza per categorie all’interno di una concezione organica e corporativa dello Stato. Ma in chiave molto quietista e conservatrice, del tipo franchista spagnolo.
Se vuoi una “provocazione” con fondamento storico, si può ben dire che anche Che Guevara fosse un corporativista, in quanto, prima di recarsi a Cuba, era un peronista e un seguace della “revolucion tercearia”, la “terza via” tra capitalismo e comunismo che il f. diceva di incarnare. Quando il Che va a Cuba è un peronista, e la rivoluzione di Castro fu notoriamente aiutata con finanziamenti del governo peronista: considerazioni di altro tipo (necessità dell’aiuto dell’URSS), gli suggerirono di farsi passare per comunista. Tuttavia, non conosco come bisognerebbe la dottrina sociale peronista. Non so in che misura la socializzazione fascista vi figurasse come punto programmatico qualificante apertamente rivendicato. So solo che il giustizialismo ha finito per imboccare una deriva neo-liberista, in anni recenti con personaggi come Menem e – in modo più presentabile – anche come l’attuale presidentessa Cristina Kirchner. Il peronismo attuale, spaccato e inquinato, è l’ombra di quello di Pèron.
Il capitalismo renano invece, a mio parere, non è che una versione moderata del turbocapitalismo. Al fondo c’è sempre l’ideologia consumistico-produttivista-liberista. Si tratta poi di una riedizione di tentativi paternalistici già tentati in qualche caso dalla socialdemocrazia nella Repubblica di Weimar. Se in alcune aziende si attuano sistemi di ripartizione di quote di profitto o di interesse sul fatturato, questo non implica concezioni nazionalpopolari di tipo epocale. Di bravi capitalisti (di solito piccoli capitalisti) che creano i metodi più vari di incentivazione produttiva – magari il famigerato “fuori-busta”) abbiamo casi locali anche in Italia, segnatamente lungo la via Emilia, dove tradizionalmente padrone e operai votavano PCI. È il vecchio paternalismo. Esistono situazioni simili anche in Giappone (premi produttivi, fondi aziendali…il “toyotismo”), ma niente richiama il disegno fascista di costruire un’intera società nazionale sul protagonismo del lavoro, sulla sua autonomia come soggetto politico che prende parte al circuito legislativo e gode per legge dello Stato di una reale cointeressenza nell’utile produttivo. Un regolamento aziendale o provinciale non è una legge dello Stato, e soprattutto non è un’ideologia di forte solidarismo popolare che non ammetta condizionamenti economici nelle scelte politiche di fondo.

Ed invece PRIMA della nascita del Regime? Da dove si origina il progetto socializzatore? Quali sono le sue radici?

Ti faccio due esempi di gran nome: Enrico Corradini, il fondatore dell’idea di “socialismo nazionale” in Italia e ideologo dell’imperialismo sociale (cioè la lotta di classe socialista dei paesi poveri contro quelli ricchi, applicato su scala internazionale): già prima della Prima guerra mondiale aveva usato il termine “socializzazione”, applicandolo anche ai mezzi di produzione. Intendeva così chiamare il lavoro a condividere la responsabilità, i meriti e i rischi dell’intrapresa economica. Propugnava una forma di sindacalismo nazionale, e le sue idee non furono ignote né ai sindacalisti rivoluzionari né ai sindacalisti fascisti della prima ora. L’altro esempio è la Carta del Carnaro, costituzione della Reggenza stilata da De Ambris a Fiume per conto di D’Annunzio. Per la verità, non si tratta di un preciso antecedente storico de
corporativismo: il programma sansepolcrista fu steso più di un anno prima. Tuttavia, nella Carta del Carnaro si ha un documento fratello di quello fascista. C’è chi parla di certi antecedenti della socializzazione – ma sarebbe meglio dire del corporativismo più in generale – a proposito della dottrina sociale della Chiesa, che dalla Rerum Novarum al neo-tomismo (un padre Gemelli, poi nel secondo dopoguerra un La Pira) ha riverberato concezioni organiciste di pace sociale e di collaborazionismo… si possono citare anche Fanfani, corporativista durante il f., ma anche Taviani. Altri operano lontani nessi tra il corporativismo fascista e il socialismo utopistico e umanitario ottocentesco (Fourier, Owen). Bombacci, il comunista amico di Lenin che era anche amico di Mussolini e partecipò alla RSI, aveva attinto teorie di alternativa al capitalismo e al collettivismo di Stato anche dall’anarchismo di Machno, che fu perseguitato dai sovietici nei primi anni dopo la rivoluzione…Ci sono poi suggestioni oppure precisi riferimenti di tipo nazionalista e soprattutto sindacalista rivoluzionario (pensa all’importanza di Sorel nel pensiero sociale di Mussolini e di molti futuri attivisti sindacali fascisti come Lanzillo, Orano, Olivetti), oppure ancora certe posizioni eretiche di Arturo Labriola…
Al di là di tutta questa interessante materia, diciamo che le origini delle teorie del solidarismo corporativo fascista sono nella volontà di promuovere la nazionalizzione delle masse, come ha detto G. L. Mosse: il popolo va tolto dal medioevo oligarchico liberale, e fatto entrare nella nazione. Come? Attraverso un’avanzata legislazione sociale. Un’ideologia nazionalista popolare non desidera governare masse amorfe e miserabili, vuole un popolo sano, forte, politicamente maturo, socialmente integrato, partecipe, costantemente mobilitato. L’integrazione delle masse nello Stato il f. l’attuò con le sue numerose provvidenze sociali – all’epoca senza paragoni -, di cui la socializzazione non fu che il logico e più avanzato terminale.

Da cosa “nasce” invece la scelta socializzatrice? Quali strumenti di analisi e quali fini vedi dietro a quel decreto? Giustizia sociale e analisi “di classe”? Il passo successivo verso la costruzione di una “società organica”?

La scelta socializzatrice nasce dalla volontà di differenziarsi non solo dal capitalismo, ma anche dal socialcomunismo. La famosa “terza via”. Né dittatura del padronato liberale né dittatura del collettivismo di Stato. Non delirio privatistico e nemmeno burocratizzazione statalista. Sia il primo che il secondo venivano considerati due momenti di un’unica interpretazione materialista, produttivista ed economicista. Il capitalismo privato e quello di Stato dovevano essere superati da una posizione intermedia, un “umanesimo del lavoro” (Gentile) e un’etica della solidarietà. Che teneva in vita la proprietà privata, ma la subordinava agli interessi comuni della nazione. Si diceva di elevare il lavoratore da collaboratore subordinato a partecipe della gestione e della proprietà e anche dei risultati economici della produzione. La comunità aveva più diritti dell’interesse singolo del privato. Ma lo Stato interveniva solo dove era essenziale. Le aziende socializzate, quelle statali (legate alla produzione essenziale per la vita nazionale, quindi l’energia) e quelle private erano inserite in questo quadro: ognuna con i suoi statuti (cfr. la legge fondamentale “della socializzazione”). Questa lettura non dipendeva da analisi di classe, ma proprio dal rifiuto del classismo, sia quello padronale che quello proletario. Il f. concepiva un’unica classe, il popolo. E nel concetto di “lavoratore” inseriva tanto l’operaio quanto l’impiegato e il tecnico. Anche il proprietario dei mezzi produttivi se lavorava secondo gli indirizzi politici dello Stato…era un “lavoratore”, anche l’artigiano o il commerciante e persino l’artista. Sargenti scrisse nel ’44 che, una volta eliminata la proprietà come figura decisiva nel processo produttivo, l’iniziativa privata veniva mantenuta ma solo se inquadrata nelle necessità politiche indicate dal piano. L’economia programmata tiene in conto le necessità non della singola azienda, ma dell’economia generale nazionale, che è espressa da tutta la “collettività produttrice”. Diceva Sargenti che la personalità umana ha valore se “agisce e produce” e che deve agire e produrre secondo una pianificazione che tiene in conto i fini comuni. La proprietà dei mezzi produttivi non è importante chi la detenga, ma come la si metta al servizio di interessi non solo economici, ma politici: “Come fine da raggiungere non ci si può proporre uno Stato autoritario, proprietario dei mezzi di produzione; una organizzazione, cioè, che dal socialismo di Stato scivolerebbe inevitabilmente nel capitalismo di Stato.”. Su tutto domina il concetto di “comunità nazionale”, secondo l’organicismo della collaborazione di classe e del solidarismo interclassista garantito da un potere centrale forte, carismatico, plebiscitario. Un potere che, più che autoritario, deve essere autorevole.

In cosa si differenziò maggiormente dal normale sistema capitalistico? Rispetto ad esso fu una riforma delle sue storture o una vera e propria rivoluzione?

Il corporativismo è anticapitalista. E molto più che antisocialista o anche anticomunista. Vedi ad. es il libro di Zunino (“L’deologia del fascismo”, il Mulino: ma la bibliografia su questo punto è sterminata…). Fortemente ostile al f., ovviamente…, ma ricordo che elenca numerosi casi di posizioni di questo tipo. La socializzazione non corregge il capitalismo, ma semplicemente lo elimina come fattore di importanza politica. Se tu togli dalle mani del capitalista cosa deve produrre, quanto, dove, con chi, per quanto tempo, a che prezzo, a quali costi…gli togli di mano tutto: a questo punto che detenga la titolarità dell’azienda e del capitale d’azienda diventa del tutto ininfluente. Viene espropriato della cosa più importante, la decisione. Del suo capitale non può fare ciò che vuole…ad es. non ci fa i giochetti finanziari e le speculazioni private…lo deve reinvestire, lo Stato gli sta addosso: con la socializzazione, Tanzi e Cragnotti sarebbero in prigione e i piccoli azionisti (rovinati dalle loro speculazioni) sarebbero stati risarciti e le loro aziende socializzate…durante la RSI un Donegani poté essere arrestato perché non stava in riga…Trai tu le conclusioni. Come dicevano Sprito e tanti altri, la proprietà aveva “valore pubblico”. Il valore privato viene disinnescato. La socializzazione si differenzia dal capitalismo liberal-liberista per il fatto che il capitale non ha potere politico e che il suo potere di gestione economica è limitato dalle decisioni del comando politico. L’economia non è libera, è subordinata. Il capitalismo, essendo per natura cosmopolita e snazionalizzato (il “libero mercato”), non è interessato alla comunità, ma alle maggioranze. Se ha dalla sua le maggioranze borghesi e piccolo-borghesi, debitamente sedotte dal consumismo, non gli occorre altro. Il fascismo è invece “totalitario” perchè è interessato alla totalità del popolo. Il discorso è impadroneggiabile in poche righe… Ma il fascismo non fu un “anormale” sistema capitalistico, ma una radicale contestazione del medesimo. La questione fondamentale è: chi comanda in un paese? Il potere economico o quello politico? Il f. risponde: il potere politico.

Ed in cosa dagli esempi di socialismo che si sono succeduti nella storia contemporanea?

Il socialismo puro non mi risulta sia mai stato al potere in alcun caso storico. Da nessuna parte ha fatto mai una sua rivoluzione. Le socialdemocrazie nord-europee? La repubblica di Weimar? Il centro-sinistra italiano? La democrazia sociale non è che un capitalismo intelligente, che usa le riforme per stabilizzarsi in regimi di liberismo avanzato. Le moderne società complesse abbisognano di dosaggi sociali per sedare la protesta. L’integrazionismo capitalista prevede il ricorso ad “ammortizzatori”. Non si tratta di “socialismo”, ma di situazioni “lib-lab” in cui il capitalismo di solito trova formule di assicurazione del proprio potere. Il benessere e il consumismo liberali prevedono strutturalmente ampie e fisiologiche percentuali di miseria e di declassamento sociale. La socializzazione persegue invece l’integrazione delle masse e la loro attiva partecipazione. Il partito, la casa del fascio, le organizzazioni di categoria, quelle giovanili, mettici anche le adunate di popolo, i riti comunitari, il senso di appartenenza dato dalla partecipazione attiva a eventi di massa (la “religione della patria”, l’ideale comunitario), il volontariato sociale, tutte cose che muovono nel profondo la solidarietà tra i membri della nazione e che vengono oggi studiate come punti essenziali del comunitarismo (vedi Emilio Gentile)…poi mettici i consigli di gestione, le assemblee, i collegi sindacali…i lavoratori che eleggono i loro rappresentanti…Il consiglio di gestione delle ditte socializzate, per dire, deliberava su tutte le questioni relative alla vita dell’impresa, ma nell’ambito della pianificazione decisa dallo Stato, redigeva il bilancio, la ripartizione degli utili…rileggi attentamente la legge del giugno ’44…il lavoratore, a quel punto, non è più il salariato sfruttato (brutalmente oppure sofficemente), ma diventa un protagonista della produzione. È il primato dell’etica comunitaria sull’economicismo individualista. Il socialismo democratico è estraneo a tutto questo, è una variante borghese e edulcorata del capitalismo classico, quello antico padronale con la faccia cattiva, ma si tratta dello stesso sistema. Il “politico” è debole, le carte in mano le tengono le grandi concentrazioni private (banche, trusts, multinazionali, società anonime…).

Come vedi il rapporto tra socializzazione e stato? Come si collegano, come si influenzano, cosa legittima cosa…

Lo Stato è il protagonista della socializzazione. Lo Stato esprime il momento della decisione politica. Non ha nessuno al di sopra di sé. Si diceva “socializzare l’economia per socializzare lo Stato”. L’una cosa è strettamente legata all’altra. La legittimità dello Stato (e specialmente di uno Stato come la RSI, che nacque da una rottura istituzionale) non deriva dalla continuità di uno jus publicum costituzionale, ma dalla legalità del suo essere Stato di fatto. Tutte le realtà politiche nuove rompono la catena della legittimità. Evidentemente, lo Stato napoleonico era illegittimo dal punto di vista dei “legittimisti” monarchci oppure lo Stato sovietico dal punto di vista dei “legittimisti” zaristi…La RSI ha la piena legalità e legittimità dello “Stato di fatto”. La legislazione socializzatrice, essendo posta a fondamento della costituzione dello “Stato nuovo”, ha valore di documento di fondazione. La RSI non ebbe una carta costituzionale, la cui estensione fu rimandata a dopo la guerra, ma ebbe documenti costituzionali. Tra di essi, quelli legati alla socializzazione, così come più genericamente il Manifesto di Verona, sono i più caratterizzanti.

Come era invece visto all’epoca dal sindacalismo fascista il rapporto tra il Lavoro e lo Stato? Nel tuo testo “Il Fascismo di sinistra” tu scrivi che l’obbiettivo dei sindacati fascisti durante il regime era quello di trasformarsi in organi di Diritto Pubblico per dire, riusciresti ad approfondire questo progetto? Come si collega con il discorso socializzatore?

Le corporazioni sono organi dello Stato. Diversamente dalle antiche corporazioni di mestiere medievali o anche romane, la corporazione fascista è un organismo pubblico. I cui rappresentanti siedono nella Camera corporativa, che fa parte del circuito legislativo. Diversamente dai sindacati “democratici”, che sono sempre stati largamente pilotati dai partiti di riferimento, in opposizione coi poteri dello Stato capitalista, i sindacati fascisti sono espressione della volontà politica in economia. Lo Stato non è il loro nemico di classe, ma il loro Stato, poiché ne fanno parte. Lo Stato corporativo si caratterizza per la sua costituzione in “corpi intermedi”, istituzioni atte all’inquadramento di ranghi sociali (non si parla tanto di classi, casomai di ceti) aventi funzioni diverse e rilevanza pubblica. Questo pluralismo colloca il lavoro nella condizione di essere organo di diritto pubblico che esprime una forma decisionista decentrata rispetto allo Stato centrale, ma non alternativa allo Stato stesso. La dialettica sociale non avviene contro qualcosa, ma con qualcosa. Il lavoro è il protagonista perchè solo chi lavora – e quindi a questo titolo fa parte della corporazione – ha ruolo e rilevanza sociale e dunque politica. La socializzazione della RSI rafforza questi che erano sempre stati gli argomenti corporativi, passando dalla fase dell’elaborazione teorica e organizzativa, a quella della funzionalità: l’autogoverno dell’impresa realizza la sintesi di Stato e Lavoro. Il capo d’azienda diventa un capo anche politico, è lo Stato in fabbrica. Nel libro sullo Stato fascista curato da Marco Palla, se non sbaglio si parla addirittura di “dialettica decisionale” nel senso che ci furono organismi – legati per lo più alla dirigenza industriale – che si ponevano come centri di decisione, ad es. i grandi enti statali creati dal f. a guida tecnocratica….(ma controlla…)

Il rapporto tra Lavoro e Nazione come veniva letto dalla sinistra fascista? E come si configurava, in teoria, l’idea di uno Stato Nazionale del Lavoro?

Lo Stato nazionale del lavoro è la comunità politica che si organizza anche in campo economico. Il lavoro è la concentrazione di tutte le energie del corpo nazionale. Negli ultimi anni è stata rivista la nota teoria che nel f. lo Stato dominò largamente sul partito (quindi che la burocrazia aveva la meglio sulla politica). Sia Emilio Gentile che altri (G. Melis ad es.) hanno rimarcato il ruolo del partito all’interno dello Stato, ma anche nel senso del suo protagonismo. Il parastato fascista, ad es., formò tutta una serie di figure dirigenziali che erano strettamente associate al partito: manager, certo, ma sovente anche esponenti politici di primo piano del partito. Freddi nel cinema, Serpieri nella bonifica agraria, Beneduce nell’industria, Bottai nella cultura, ma anche un Cianetti nel sindacato…Questo per dire che, sia nel Ventennio che nella RSI, la presenza condizionante della politica è riconoscibile e, oggi, anche riconosciuta. Tutta la storia della sinistra fascista è una storia di avvicinamento all’ideale di uno Stato sociale: partecipazione è la parola. Partecipazione sociale al lavoro, partecipazione politica alle scelte dello “Stato del Capo del governo”. In questo senso, la gerarchia vale se è l’esatta interprete della volontà popolare. I “cambi della guardia” ai vertici avevano questa funzione. Un esempio in RSI è il cambio di Tarchi con Spinelli.

Come consideri le critiche dell’ala evoliana del neofascismo alla ripresa del tema e della bandiera della socializzazione?

Evola non fu mai fascista. Era un tradizionalista reazionario, che non sopportava il f. squadrista perché troppo popolano e di base. Si allineò al f. perché, come lui stesso disse, vedeva in un esso la possibilità di risvegliare determinati valori tradizionali, ma fu acerrimo nemico di ogni “socialismo” e di ogni iniziativa “socializzatrice”. Il neofascismo (soprattutto giovanile) si è nutrito di Evola sotto il profilo dell’immaginario ideologico, della critica alla società massificata del capitalismo internazionale e dell’erezione di una mistica superomistica dell’individuo differenziato. Evola non
ragionava in termini di classe o di popolo, ma di casta e di minoranze razziali. Il rautiano Centro Studi Ordine Nuovo, che rilanciò il pensiero evoliano e ne fece un’icona del neofascismo giovanile, aveva poco o nulla a che spartire con quei corporativisti (cui accennavo sopra), che invece hanno continuato con i loro libri e le loro organizzazioni culturali a sviluppare le tematiche socializzatrici anche nel dopoguerra.

Sempre in ambito storico, nella tua Tesi di Laurea ti sei occupato del Fascismo di sinistra grosso modo fino a Salò. Cosa è successo dopo a questa “corrente” del fascismo, E mai esistita un neofascismo di sinistra? In particolare cosa è successo alla socializzazione?

A questo ho già risposto al punto 4 dell’Immaginario. Un neofascismo di sinistra è esistito ed esiste. Sia in chiave di elaborazione teorica (i nomi che ho fatto a quel punto 4), sia di politica attiva: Beppe Niccolai e la sua corrente interna al MSI, fino a quando è vissuto, poi la Destra sociale, fino a tardi, involuti casi (l’Alemanno di prima di AN), lo Storace “populista”, il Buontempo “popolano”…Ma ci sono anche i Centri sociali di destra (cfr. il libro di Domenico Di Tulio “Centri sociali di Destra”, ed. Castelvecchi), oppure “Casapound” a Roma, che fanno occupazioni, volontariato, assistenza…Loro della socializzazione storica magari parlano poco, la considerano casomai un referente ideologico, ma preferiscono agire in microrealtà locali senza fare grandi elaborazioni teoriche.

Per concludere, lavoro e capitale sono per te termini antitetici? O termini che si completano a vicenda?

Lavoro e capitale non sono a mio parere termini antitetici. Il capitale è ricchezza, come tale è necessario alla vita economica di un popolo. Il capitalista esprime di per sé anche inventiva e iniziativa. L’antitesi è tra lavoro e capitalismo. O meglio tra lavoro e capitalismo cosmopolita, essenzialmente finanziario, improduttivo e speculativo. Il vecchio capitalismo di prima generazione, quello pionieristico, aveva anche lati apprezzabili. L’imprenditore in genere veniva dal popolo (“si era fatto da sé”), rischiava sul suo, dava lavoro, ampliava le conoscenze e le possibilità, recava possibilità di miglioramenti anche in aree da sempre ristrette in arcaiche economie di susssitenza. In una parola, modernizzava. Il vecchio liberalnazionalismo aveva qualche connotato di di rapina e di puro sfruttamento dell’imperialismo privato inglese (l’impero lo hanno fatto le grandi compagnie…) e che è poi esploso anche in America e che adesso domina la scena politica mondiale. In un regime nazionale e popolare il capitalismo può benissimo continuare ad esistere, dato che veicola patrimoni di inziativa e competenza che la burocratizzazione disperde (vedi URSS) nell’inefficienza. A patto che gli indirizzi economici rimangano assicurati al controllo libero e assoluto della mano pubblica. La vita di un popolo, la sua cultura, la sua identità, i suoi bisogni, sono cose troppo importanti e delicate per essere affidate a chi concepisce l’esistenza soltanto come una lotta senza quartiere per assicurarsi il profitto.

a cura di Matteo Cavallaro

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