Foucault e le tecnologie…

…del sé

Michel Foucault [nella foto a destra]  le chiamava “tecnologie del sé”, designando con questa espressione tuttemichel_foucault_fondo-magazine quelle tecniche «che permettono agli individui di eseguire, coi propri mezzi o con l’aiuto degli altri, un certo numero di operazioni sul proprio corpo e sulla propria anima […] e di realizzare in tal modo una trasformazione di se stessi allo scopo di raggiungere uno stato caratterizzato da felicità, purezza, saggezza, perfezione o immortalità». Costruire se stessi, insomma. Nell’anima, ma anche nel corpo, plasmando, trasformando, ornando quello che resta il principale vettore della nostra identità. Un fattore, quest’ultimo, spesso obliato da una cultura che aveva dimenticato “il senso della terra”, ma oggi riemergente nell’esplosione della corporeità che domina la contemporaneità. Esattamente in quest’ottica va inquadrato il fenomeno dei tatuaggi, presente in molte civiltà dalla notte dei tempi ma solo da qualche decennio divenuto fenomeno di massa socialmente accettato anche in occidente. Un rito nel mondo che conosce solo profanità, un’iniziazione attraverso la sofferenza in una società che cerca sempre le vie più semplici. E’ del resto di questi giorni la notizia che un vero e proprio guru dell’arte dei tatuaggi, e in particolar modo della prestigiosa scuola giapponese, sarà a breve in Italia per illustrare i segreti della sua “sapienza”. Parliamo di Syodai Horitoshi, a Roma dal 25 al 31gennaio. Gli esperti del settore lo chiamano senza remore “maestro” e di certo saranno tutti in prima fila nella conferenza che domenica 25 egli stesso terrà a Casapound sul tema dell’ “arte tradizionale del tatuaggio giapponese”.

Una miscela di arcaismo e modernità che indubbiamente affascina. Etimologicamente, il termine “tatuaggio” deriva dal tahitiano tatau, il cui significato è qualcosa come “marcare con segni”, “scrivere sul corpo”. Con Cook, il termine si diffonde trascritto come “tattow”, trasformato successivamente in “tattoo”. Ogni epoca e ogni civiltà ha dato il suo contributo specifico allo sviluppo di tecniche e stili della decorazione corporale umana. La già citata scuola nipponica vanta una tradizione millenaria. Già antichissime statuette d’argilla rinvenute in tombe giapponesi mostrano tatuaggi facciali. La caratteristica peculiare del tattoo del Sol Levante – immortalato anche in molti film sulle schiene di spietati killer della Yakuza – è quella di decorare con un solo disegno sviluppato organicamente la gran parte del corpo. Tutt’altra scuola, anch’essa non priva di fascino e attualizzazioni è quella che troviamo nelle isole del Pacifico. A Samoa, è ad esempio diffuso il tatuaggio su tutto il corpo, denominato pe’a, la cui esecuzione è vista come una prova iniziatica e un percorso nella sofferenza, al termine del quale il neo tatuato è festeggiato come membro a tutti gli effetti della comunità. Le decorazioni facciali maori hanno invece riscosso notorietà globale in seguito al film Once Were Warriors del neozelandese Lee Tamahori. In quel caso, tuttavia, lo scarto tra un contesto tradizionale e uno suburbano appare in tutta la sua crudezza. In un popolo ridotto a brandelli da colonizzazione e industrializzazione, il ricordo di quando, appunto, “si era guerrieri”, finisce per essere rivendicato in un contesto del tutto degradato e decadente. Il moko, tatuaggio tradizionale maori_fondo-magazinemaori, viene quindi fatto proprio da allucinate gang giovanili, in fondo non troppo diverse da omologhi raggruppamenti del Bronx o delle banlieu parigine.

E’ sull’onda di queste suggestioni esotiche seguite alla colonizzazione che il tattoo arriva in Europa. Pare, in verità, che già nell’antica Roma esistessero tatuaggi e tatuatori, se è vero che l’imperatore Costantino, dopo la sua conversione al cristianesimo, sente il bisogno di vietarli. La proibizione venne ribadita nel 787 d.C. da Papa Adriano, nonostante il fatto che parte della stessa comunità cristiana, come tutte le minoranze perseguitate, avesse nel frattempo adottato la pratica come simbolo di riconoscimento e di identità religiosa. Dopo la scoperta di popolazioni e culture “altre” in seguito alle esplorazioni, come detto, il tatuaggio divenne tuttavia di moda per la mania dell’esotismo che cominciava a spopolare nei salotti d’occidente. A parte qualche effimero vezzo aristocratico, tuttavia, il tatuaggio finirà inevitabilmente per attecchire nel sottobosco della civiltà industriale, fra marginali d’ogni risma, tanto da diventare oggetto di studio per l’antropologia criminale lombrosiana. Ancora fino a pochi anni fa, il corpo tatuato era di fatto espressione dell’appartenenza ad una sottocultura, comunque simbolo di appartenenza a un clan, a una famiglia, a una crew.

Tutto questo fino a oggi, fino al momento in cui la sottocultura si è fatta cultura. Una cultura che trova nella corporeità non più un ostacolo, come voleva un vetusto idealismo ostile all’uomo e al mondo, ma una forma privilegiata di espressione della personalità. «Vi è più ragione nel tuo corpo che nella tua migliore saggezza», diceva Friedrich Nietzsche. E pazienza per le inevitabili derive consumistiche (tatuaggi frivoli, fatti sull’onda emotiva di un momento di esaltazione) o devianti (tattoo debordanti, totalizzanti, che finiscono per opprimere e non più esprimere la personalità). Conformisti e pazzoidi sono sempre esistiti, ce ne faremo una ragione. Ciò che in tutto questo è significativo, invece, è la volontà di inscrivere su se stessi, nella propria carne, un messaggio, una volontà, un’appartenenza, in modo indelebile. Culto del corpo, linguaggio dell’immagine, esaltazione della tribù. E’ l’incarnazione della postmodernità comunitaria, iconica, festosa di cui ha parlato in varie sue opere Michel Maffesoli mettendola in contrapposizione con una modernità individualista, razionalista, grigia e seriosa.

Una postmodernità in cui il “chi sono?” non è più dato per scontato, è eternamente da reinventare plasticamente. Di nuovo, vengono in mente le riflessioni biopolitiche di Michel Foucault. Per il pensatore di Poitiers, il principio basilare dell’etica greca era quello racchiuso nell’espressione epimeleisthai heauton, ovvero “prendersi cura di se stesso”. Gli studi moderni sulla grecità si sono spesso dimenticati di questo principio morale sovrano in favore del delfico “conosci te stesso” (ghnothi sauton). Un’inversione che sarebbe risultata incomprensibile ad ogni greco antico, per il quale la conoscenza di sé passava sempre attraverso una pratica di costruzione di sé. «Ci è difficile – spiega il filosofo francese – basare una moralità rigorosa e dei principi di austerità sul precetto che dovremmo prenderci cura di noi stessi più che di ogni altra cosa al mondo. Siamo inclini, piuttosto, a pensare alla pratica del prenderci cura di noi stessi come a qualcosa di immorale […]. Siamo in ciò eredi della tradizione della moralità cristiana che fa dell’autorinuncia la condizione della salvezza […].  Il “conosci te stesso” ha oscurato il “prenditi cura di te stesso” perché la nostra morale, che è una morale ascetica, insiste sul fatto che il sé è ciò di cui ci si può liberare». Ed ecco allora che oggi, nel rimescolamento caotico di punti di vista, valori e culture, si torna a concepire l’autoconoscenza come autocostruzione. Comprendere se stessi non è altro che scrivere una storia, tracciare un percorso, marchiare un brandello di pelle con una traccia di verità.

Adriano Scianca

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