Dio non esiste. Anzi, sì…

Su un muro c’era scritto: “Dio c’è!”
E un buontempone ci aveva scritto sotto: “O ce fa?”
Inno Ateo

Prima sommessamente, poi con sempre maggior vigore la polemica è montata, tanto che i TG di martedì 13 gennaio u.s. ne hanno dato ampio risalto, raccogliendo ciò che già da una settimana bus-atei1_fondo-magazinealcuni quotidiani avevano diffuso. I fatti dovrebbero essere noti, ma li riassumo per i distratti.

Su La Repubblica è comparsa la notizia che sui bus di Londra era apparso uno slogan che invitava all’ateismo: «Probabilmente Dio non c’è. Adesso smettila di preoccuparti e goditi la vita». Gli estensori di questa pubblicità progresso sono i tipi della British Humanist Association un gruppo di atei inglesi evidentemente preoccupati di chi ancora si trastulla con l’idea dell’esistenza di Dio.

A seguire anche il CorSera (per non parlar degli altri) ha dato la notizia aggiungendo ulteriori informazioni. In Spagna è stata lanciata a Barcellona una campagna analoga che riprendeva lo stesso slogan traducendolo dall’inglese, che verrà estesa anche a Madrid, Valencia, Saragozza, Bilbao.

Fin qui niente di particolare, considerato che gli Inglesi sono quello che sono e che gli Spagnoli hanno fortemente introiettato il verbo di Zapatero ed il suo atteggiamento laicista. Poi però è arrivata la bomba. A Genova sono comparsi due bus dell’AMT con su scritto «La cattiva notizia è che Dio non esiste. Quella buona, è che non ne hai bisogno». L’iniziativa è stata presa dall’Uaar l’associazione che raduna gli atei italiani, che per bocca del suo segretario generale Raffaele Carcano, ha spiegato che la scelta di Genova non è casuale, ma volutamente provocatoria in quanto sede del cardinal Bagnasco e quindi indirizzata soprattutto alle sue prese di posizione sul Gay Pride che si terrà a Genova a giugno. Il Monsignor Ravasi ha definito l’iniziativa una carnevalata. Il Sindaco di Genova si è defilato ritenendo gli slogan uno stimolo alla riflessione.bus-atei_fondo-magazine

Intervistato dal TG, iil Pasdaran dell’ateismo razionalista, Piergiorgio Odifreddi, si è subito sbrigato a dichiarare che finalmente è arrivato il tempo in cui la razionalità faccia piazza pulita di questi avanzi del passato frutto dell’ignoranza e della paura.

Infine ci si sono messi pure gli autisti che hanno minacciato scioperi e vogliono avere la possibilità, se obiettori, di non guidare il bus con la scritta atea.

Insomma le solite esagerate sceneggiate. Da un’iniziativa legittima, anche se non particolarmente divertente, si è passati alle barricate ed al fuoco di fila tra irriducibili nemici.

A me personalmente non è piaciuta l’estetica dell’operazione perché ha consegnato ai bus degli slogan assai fiacchi e privi della necessaria ironia, che avrebbe suscitato meno rabbie e più riflessioni. Quello inglese che invita, in mancanza dell’esistenza di Dio, a godersela, mi sembra più un inno all’edonismo che altro. Quello spagnolo è la pura traduzione di quello inglese e denota la totale mancanza di fantasia degli iberici cui evidentemente manca una vera fede nell’ateismo. Quello italiano è più un avviso ai naviganti, un criptico messaggio che nasconde la nostalgia per un passato infantile ormai perso. Solo così può essere interpretata la frase «La cattiva notizia è che Dio non esiste» che la dice lunga sul mood di chi ha pensato lo slogan.

Al di là delle questioni estetiche, questa iniziativa mi ha gettato nello sgomento, da un lato perché credo che il mondo moderno ha sancito definitivamente la morte di Dio (che però ne presuppone l’esistenza), dall’altro perché mi ero illuso che il mondo fosse ancora popolato non da uno, ma da un’infinità di Dei che si spintonavano per trovarvi posto. Ho sperimentato e sperimento in continuazione la presenza degli Dei, che io continuo a definire, in senso etimologico ed antico, Demoni (Daimon = entità sovrumana, divinità), senza caricare il termine di quel senso funesto che oggi ha acquistato. Chi di noi infatti non ha percepito queste inquietanti presenze nel corso della sua giornata? Chi in una notte insonne (per me sono ricorrenti) non si è svegliato in preda all’angoscia, con il fiato corto ed affannato, incapace di profferire parola e con i pensieri che torpidi non si aggiustano correttamente come nella veglia? Paure inconsce che affiorano nella notte, direte voi. È Lilith che ci viene a visitare, dico io. Lilith che con sembianze di civetta lancia il suo lugubre urlo. Chi nelle ore che precedono il sorgere del sole non si è rivoltato nel suo letto ancora in mezzo al guado tra il sonno e la veglia, confrontandosi con quelle voci che gli montano nella testa, che preannunciano i problemi del giorno che verrà, che sospinti dal soffio dei Demoni mattutini ingigantiscono fino a diventare tanto grandi da apparire insormontabili? Solite preoccupazioni giornaliere che generano stati d’ansia, direte voi. È Asmodeus con le sue vesti di ghiaccio che ci fanno rabbrividire al passaggio, dico io. E a mio favore gioca l’esperienza dell’inutilità di rimboccarsi le coperte per far svanire quel brivido di freddo. Bisogna attendere Eos, l’Aurora, con il suo manto dorato, per provare il tepore che scioglie la morsa di quel gelo. Chi infine non ha sperimentato il peso soffocante del mezzodì, la sfolgorante sferzata del crudele sole che acceca, impedendo il cammino, con l’aria resa torrida che prosciuga i polmoni, l’immobilità di ogni cosa che induce a demoni-meridiani_fondo-magazinedepressione e ci spinge nelle parti più nascoste della casa o nel sonno, per superare la presenza dei Demoni Meridiani, che quando il sole è allo Zenit si mangiano la nostra ombra? Bassa pressione arteriosa che induce sonnolenza, direte voi. Sono le Sirene, che ci alitano in volto il loro fiato lussurioso, pronte a ghermirci, tra il frinire delle cicale, dico io.

Insomma bastava ricordarsi de I Demoni Meridiani, quello splendido saggio di Roger Caillois pubblicato ormai da tempo per rendersi conto che (mitologia o no) siamo circondati da una selva di divinità. Dei mattutini, Demoni meridiani, Incubi notturni. Pantheon di tutte le tradizioni del mondo ci danzano intorno tenendoci compagnia. Come si può sostenere l’ateismo, ovvero la solitudine cosmica, quando nei boschi, ben nascosti, Nani ed Elfi, ci indicano una via affollata e rumorosa. Come ci si può dire atei, terribilmente soli, quando tutto pullula di divinità?

È forse solo uno strabismo tutto moderno che, abituato alla luce del sole e non avendo nessuna frequentazione con la nebbia, ha optato per la cecità. O è il verbo contemporaneo che ci spinge a dire ansia, quella che è invece una visita di qualche spiritello fastidioso, per povertà d’espressione. Dichiarare la solitudine cosmica mi sembra, se non altro, un azzardo. Mi si potrà contestare che tutto questo è frutto della fantasia infantile della mia mente che ha trasformato la realtà in sogno, in finzione.

Ma il Mito è realtà o finzione? Forse tutte e due.

Dio esiste oppure no? Forse tutte e due.

Forse certi schemi non si confanno a questo tipo di riflessione.

E ancora, di che natura è fatta una particella? Onda elettromagnetica o quanto d’energia? Forse tutte e due! Dipende dall’osservatore? Dal punto d’osservazione? Dal sistema di riferimento?

Forse sarà che la mia natura doppia, mutuata dall’ambiguo segno zodiacale cui appartengo, i Pesci, mi fa costantemente oscillare tra il misticismo fideistico e la pura bestialità razionalista, che dubito si possa trovare un qualche vantaggio in polemiche di questo genere.

Così alla fine mi sono rifugiato nella memoria di una delle molteplici bizzarre illuminazioni che mi portarono a scrivere una delle mie famigerate «odi immortali», come sono chiamati in famiglia quei brevi insulsi componimenti frutto dei miei fantasmi, per prendermi per il naso.

La luce della mia millesima illuminazione, apparve tre anni fa. Ero alla guida di notte, tornando da Viterbo (non tutti possono essere folgorati sulla via di Damasco!) e per tre o quattro volte vidi una scritta sui cavalcavia che incrociavo. Su ognuno di quei cavalcavia ripetutamente lessi «Dio c’è!».

Sul principio pensai al tipo che poteva avere avuto quell’idea un po’ bislacca. Andarsene in giro per tutte le strade d’Italia a scrivere con vernice un «Dio c’è!» così crudo, nudo, senza commenti, senza rimandi, mi sembrava il gesto folle di un povero invasato. Ma, aiutato dalla notte, riflettevo e mentre riflettevo mi affioravano nella testa le note e le parole di Blackbird dei Beatles:

«Blackbird singing in the dead of night, take these broken wings and learn to fly. All your life, you were only waiting for this moment to arise……. Take these sunken eyes and learn to see. All your life, you were only waiting for this moment to be free. Blackbird fly, into the light of the dark black night». («Merlo che canti sul finire della notte, prendi queste ali rotte ed impara a volare. Per tutta la vita  non hai aspettato che questo momento per spiccare il volo….. prendi questi occhi vuoti ed impara a vedere. Per tutta la vita non hai aspettato che questo momento per essere libero. Merlo vola, nella luce dell’oscura nera notte»).

Un incoraggiamento, da una parte, ad intraprendere un cammino con la consapevolezza che i mezzi a disposizione sono veramente modesti.

Cammino su una strada perigliosa che si inerpica al di là dei Paradisi, degli Inferni, della Terra, dei Cieli, delle Bandiere, delle Patrie, degli Dei e della Scienza.

Insieme alle parole di Blackbird affiorò anche la mia «ode immortale» che vi riporto qui di seguito perché credo definisca, forse ingenuamente, il senso di sospensione che ogni ricerca ha e l’ironia che accompagna sempre queste strade pesanti ma leggere.

Mario “vox clamans in deserto” Grossi


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