Di epoca in epoche

I segni sono sparsi dovunque. Frammenti che non si lasciano ricondurre ad un testo facilmente decodificabile probabilmente perché proprio il contesto unificante è venuto meno. È la navigazione a vista, il piccolo cabotaggio privo di rischi il lascito della guerra civile, che dal ’14 al ’45 ha frantumato l’ Europa. Tutta l’arte post ‘quarantacinque recita ossessivamente l’unico dramma dell’unità perduta e non più ritrovata. Dal cinema, al teatro, alla musica, alla letteratura, alle arti figurative i nomi che scorriamo sono i
protagonisti di una impossibile, tormentosa ricerca resa  imperiosa dall’evento inimmaginabile, inconcepibile che ci si era appena lasciati
alle spalle quasi un debito che l’umanità dovessebeckett_fondo-magazine saldare a se stessa.
È l’impossibilità pirandelliana, aporeticamente scomposta, a cogliere il succedersi dei fondamenti, mai definitivo e definitorio, che diventa
poi l’angoscia di Samuel Beckett [nella foto a destra] nell’essere comunque chiamati a far teatro, adire, a testimoniare in un epoca nella quale la realtà ha sopraffatto l’immaginazione, con la propria turpe brutalità. È il grande disegno Mahaleriano, il gioco ricco di bagliori di Stravinski a trovare la necessaria conclusione negli ultimi quattro lieder di Strauss, nel “Romeo e Giulietta” di Prokofev dopo i quali la musica non è più possibile poiché non farebbe che celebrare inutilmente se stessa. Laddove occorre il silenzio, dopo i grandi clangori del secolo, giustapposto alla battuta vuota ovvero la liturgia dei mega raduni pop nei quali il suono è davvero l’ultima cosa e i cui esiti, di grande importanza, sono  fortemente sociali ma sicuramente non collegabili all’arte anche perchè non permangono nel tempo e quindi nella memoria collettiva che come eventi di massa. Sono i quattro quartetti eliottiani, oppure il poeta “folle” isolato nella gabbia di Coltano ad individuare il passaggio epocale  non meno che  la scelta metafisica di De Chirico o di Carrà che dai clamori assordanti del futurismo, secondo Argan, ipostatizzano proprio col silenzio, l’indicibile.

Ogni generazione assume per sé la pretesa di aver attraversato un periodo storico unico. Ho l’impressione che la generazione a cavallo degli anni trenta abbia davvero traghettato l’umanità da una sponda remota ma pure  praticata da secoli, forse da millenni,  e quindi consueta e rassicurante, ad un approdo sconosciuto nel quale sono venuti a mancare tutti i riferimenti noti dove si procede a vista con molta circospezione. Intendiamoci, non vi è nostalgia sognando un’epoca felice. I tempi maturano;  ma forse nel nostro caso sono rapidamente maturati più che in ogni altra fase della Storia.

Proprio nel momento nel quale più alta è apparsa l’enfasi celebrativa, e gli eserciti dell’intera Europa hanno sfilato festosamente per le Champs Elysées inneggiando alla ghigliottina, l’ appannamento del significato di destra e sinistra sanciva l’ archiviazione definitiva della rivoluzione francese consegnandola alla storia. Non è la prima volta che capita nelle vicende umane. Ci si avvede dalla mutata temperie solo molto tempo dopo che è avvenuta continuando ad agire secondo i vecchi schemi, perpetuando antiche e consolidate liturgie di un mondo che non esiste più,  prima che l’
evidenza non costringa a prendere atto.  Se mi dovessi chiedere, da un
punto di vista culturale, cosa significhi per Fini essere di destra o
per D’Alema essere di sinistra mi troverei in grande difficoltà. Il liberale D’Alema o il transgender Fini indicano indubbiamente grande intelligenza politica ma proiettano contemporaneamente tutto il disagio culturale dell’epoca che attraversiamo nel tentare di individuare riferimenti certi dai quali muovere, privilegiando il mercato e la politica sulle altre categorie, in un orgia da pensiero debole che di debole possiede solo l’enorme  presunzione di normare e di regolare ma che di fatto impone la rinuncia definitiva ad ogni possibile “ulteriore”.

Mutati i riferimenti sostiamo disorientati sulla proda guadagnata ma dalla quale non scorgiamo prospettiva alcuna né siamo ancora in grado di immaginare, e tanto meno di progettare,  un percorso che ci consenta di procedere al possesso della nuova terra. Non è cosa che si possa liquidare in hannah_arendt_fondo-magazinedue righe. S’agitano all’interno l’unità riconquistata tra filosofia e scienza, presupposta all’inizio della nostra storia e poi via via smarrita, la visione per intero di Hannah Arendt [nella foto a sinistra], uso un nome al posto dei dieci volumi necessari per abbozzare le implicazioni del suo pensiero, le prospettive aperte dalla rivoluzione informatica.

Vivere consapevolmente nella città, nella regione, nel mondo così appare una sfida superiore alle strumentalità che la società offre e bisogna accontentarsi di assaporare la  quotidianità. Oggi i Moccia, gli Ammanniti, i Baricco, la Comencini,  i Veronesi, lo Zacchi emergente indicano ciascuno con la propria cifra artistica l’ impossibilità oltre la quale la memoria diventa ossessione,  pena, estraniamento. Solo che ciò non è conseguente ad una ricomposizione ma molto più semplicemente ad una rinuncia. Non si tratta di una scelta ma di una necessità. Cosicché la solitudine non è solo quella dei numeri primi, come nel fortunato romanzo del fisico Paolo Giordano, ma è quella di chiunque tenti di dare coerenza alla propria esistenza. E non appaia singolare se in letteratura bisogna andare lontano dall’Europa e affidarsi alla personalità titanica del sudamericano Paulo Coelho, anch’ egli come Pound certificato di follia, per recuperare qualche risposta.

Giuseppe Di Gaetano

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