De André. 10 anni dopo…

I POETI NON MUOIONO MAI


A Faber, l’amico fragile

In direzione ostinata e contraria

Dieci anni fa si concludeva l’avventura terrena di Fabrizio De André, l’ultimo dei “trovatori catari”.

Chissà se Fabrizio conosceva la tragica epopea di “Occitania” e dei suoi Signori, la fine eroica dei suoi eretici poeti maledetti, arsi vivi nella piana di Montsegur, finiti per una maledetta casualità geopolitica sotto le grinfie rapaci dei Crociati e dell’Inquisizione; i Catari, anche loro molto scettici, di quel Dio dal Dogma Assoluto, del Sinai, della Bibbia, del Vaticano, scettici del “Funesto Supremo Demiurgo” descritto deandre_fondo-magazineda Cioran, di quel Dio troppo lontano e troppo morale per tutti gli uomini, uomini che alla fine sono molto più elementari, capricciosi, litigiosi e fragili, Uomini forse molto più simili agli Dei. Eppure i Catari furono i pionieri di una ricerca quasi incomprensibile, magica, arcana, fatta di misteri mai scoperti e sopiti; i pionieri di una purezza incontaminata, eterea, assoluta, quasi mistica. Quello che alla fine percepisce “chi sa vedere” e “sentire” oltre le note e le parole di Fabrizio De Andrè.

E già, tutto questo pulsa dentro quella magnifica scuola cantautoriale di Genova che insieme a Lui annovera Lauzi, Tenco, Conte, Paoli, Fossati, una scuola di cantautori che nasconde, antropologicamente parlando, gli ultimi semi occulti di “qualcos’altro”, qualche cosa di più profondo, di mistico, di gnostico, di magicamente eretico. Qualcosa che per l’appunto ci riporta direttamente ad “Occitania” .

Difficile scrivere di Fabrizio De André: per quanto mi riguarda può essere tranquillamente posizionato tra i grandi della letteratura italiana; sembra arrivare dritto dritto da quel medioevo vibrante di dialetti volgari e poi fondanti la lingua italiana più pura. Uno stile di composizione perfetto, unico, mirabile, celestiale.

Se poi dalla letteratura vogliamo passare alla Sua filosofia dell’essere ed alla negazione dell’esistere… bhe, abbiamo, in Fabrizio, uno dei massimi interpreti del pensiero della crisi, della crisi della modernità, e del non-senso dell’esistere stesso. Un pezzo di esistenzialismo talmente sottile ed umano troppo umano da sconfinare quasi… nel Divino. Come disse Massimo Cacciari in una famosa intervista televisiva: chi sa, non spera…

Ma poi, alla fine di questo suo personale abisso, nel guardare la rappresentazione del Mondo, scopriamo in De André l’espressione più alta e più pura, l’arte perfetta dell’interpretazione, dell’incanto, del presagio, della comprensione, dell’ emozione e, infine… del perdono totalizzante.

Non è solo l’umanità misericordiosa che sgorga dalla figura di Bocca di Rosa, incastonata nella mitica Via del Campo (che ci aiuta così a superare per un solo attimo l’infelicità), ma anche la serenità distaccata del “Pescatore” che parteggia per i ladri e gli assassini della “Città Vecchia”, rispetto ad un ordine questurino che scruta, e mette le manette ” …a chi ne sa più di loro”.

Forse perché ladri ed assassini hanno un loro “ordine valoriale” più alto, più acuto ? O Forse perché anche Noi, “membri ufficiali del Cattiverio”, ci sentiamo come De André , da troppo tempo sulla “Cattiva Strada” ?

Bha, chi può dirlo?

De André ci ha restituito una immagine del Cristo completamente umanizzata, de-deificata, ricompresa e sposata alla storia del mondo, nella sua estrema tragicità tristemente lineare, liberata dai danni fatti da Paolo di Tarso.

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(Fabrizio De André, Prologo alla Buona Novella)

Ci ha raccontato, poi, con parole mirabili il classico della poesia americana, una delle poche cose belle degli States (tradotto in Italia da Fernanda Pivano): l’Antologia di Spoon River; con una grazia descrittiva e musicale quasi greca , ( il blasfemo, il chimico, il malato di cuore, il giudice, l’ottico, il Suonatore Jones). Ora “tutti dormono sulla collina”. Semplicemente sublime…

Ci ha descritto come si sentono gli inutili impiegati che guardano impauriti oltre la propria scrivania, quando vedono esplodere una giovane Rivoluzione; ma la vedono purtroppo fatta dagli altri e che pagheranno, alla fine, in prima persona anche per loro tristi scrivanie.

Eppure, l’odio di un impiegato è molto molto più profondo, e viene da tanto tanto più lontano: “Ormai sono in ritardo per gli amici, per l’odio potrei farcela da solo”.

De André ci ha perfino fatto amare gli zingari, i gitani ribelli… e ancora non conoscevano né i film Kusturica né le musiche di Bregovic; al massimo ci affascinava Fellini ed il suo italico surrealismo.

Ci ha descritto l’ansia pre-romantica dei suicidi, dei drogati e delle puttane comprate a quattro lire, con una suggestione degna dei menestrelli medievali o dei massimi poeti dell’Ottocento (“Tutti morimmo a stento” ); ci ha indicato “le anime salve” che attraversano miseramente la storia, sapendo che un paradiso probabilmente esiste, ma solo per coloro che non credono all’inferno, al peccato originale e soprattutto per quelli che non accettano la dittatura del sorriso idiota, perché non c’è proprio niente di cui ridere…

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(Fabrizio De André, La ballata degli impiccati)

Ci ha ridonato la ballata popolare, il dialetto, lo scherzo, l’allegoria, la vendetta di un Gorilla ingrifato sull’ordine borghese, la demitizzazione di Carlo Martello, l’umanità di Geordie e di Giovanna d’Arco, prendendo anche spunto dai Cohen, da Dylan, da Brassens, da Brel, dalle ballate provenzali rielaborate del ‘400 (La Morte e Fila la Lana).

Ci ha parlato dei Pellerossa sterminati dal sogno democratico e progressista dell’occidente , della dignità dei pastori sardi che lo avevano rapito e tenuto in ostaggio, della quasi-onestà del camorrista Cutolo, della quasi-innocenza del carbonaro Renato Curcio e del suo inutile comunismo sconfitto, infine della “storia sbagliata” ed inquietante del reietto Pier Paolo Pasolini. Ha sfottuto pesantemente perfino i nostri amati miti come Pound o come Eliot (ma sempre con profondo rispetto per l’avversario, perche De André sapeva riconoscere sempre i vinti).

A De André non piacevano né gli eroi, né i martiri  ma tantomeno gli piacevano i furbi ed i vigliacchi di sempre; forse Fabrizio semplicemente era incapace di odiare, era libero e fuori dal ogni darwinismo sociale, cosa connaturata nel nostro essere ” Cattiverio “. E qualcuno da una sua canzone gli rispose “che forse a morire di maggio, non ci vuol poi così tanto coraggio” (Nereo Zeper – Nel segno del cerchio antico).

Non nego, così, che un pezzo della mia anarchica e nichilistica formazione, del mio rifiuto per “gerarchetti” e falsi modernissimi partitucoli del cazzo, del mio sano odio anti-biblico, del mio sospetto per quei militanti duri e puri che finiscono poi alla corte dei vincitori, la devo proprio a Fabrizio  De André ed alla sue lontane “Nuvole”; sicuramente gli devo la sensibilità e la percezione del bello, l’arte matura della composizione, della sonorità udibile, della poesia articolata , della musica sublime.

Forse è anche ascoltando Lui che mi sono innamorato dei Vinti e, quindi, alla fine degli Eroi che Lui invece detestava profondamente; ed è per questo che quasi per un paradosso catartico, ho incontrato contemporaneamente nella mia formazione, Nietzsche ed Evola, altri angoli estremi di mio indefinibile perimetro, ciò che da André è poi sideralmente più distante.

Quando se ne è andato, dieci anni fa, mi ha lasciato un vuoto difficilmente colmabile. E’ un vuoto che nasce non tanto dal ricordo di questa gratuita donazione di “pienezza” , ma paradossalmente da quello che mi/ci avrebbe potuto ancora donare. E ad ogni intervista, ed ad ogni inedito che viene pubblicato, riscopro un epitaffio “cataro”, sottile , assoluto, un soffio gnostico fatto di Essenzialità, di Amore sconfinato per il radicamento, per la purezza assoluta ed incontaminata di quei pochi attimi rubati e scolpiti in onore della massima poesia; attimi rubati, quindi, all’Eterno Divino, per donarli ad un’altra e più Umana Eternità, che non conoscerà mai nessun l’oblio, che non perderà mai la Sua memoria.

Francesco Mancinelli

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Voi che avete cantato sui trampoli e in ginocchio

Non ha fatto in tempo ad invecchiare, Fabrizio De André. E questo, se umanamente può essere considerato un inconveniente non da poco, artisticamente potrebbe finanche risultare vantaggioso. Sarà cinico sottolinearlo, ma immaginate cosa ne sarebbe stato di Elvis Presley se il suo cuore non avesse ceduto e avesse continuato ad ingrassare: oggi, forse, sarebbe un ciccione ipocondriaco con un ridicolo ciuffo. Pensate a James Dean o a Roger Nimier senza i loro bolidi mandati a pieni cavalli e a tutto gas contro il destino. O a Brasillach e Drieu La Rochelle privati dell’epos tragico che ne ha accompagnato la fine. Nella morte prematura c’è sempre un sovrappiù di gloria che si sconta postuma. fabriziodeandré_fondo-magazineLe migliori occasioni per spendere porzioni di questa specie di bonus gratuito sono rappresentate dagli anniversari. Non si scappa agli anniversari.

Non vi sfuggirà Fabrizio De André, per il quale si preparano commemorazioni e ricordi, mostre e concerti. Quasi una legge del contrappasso, per un tipo così schivo e così poco incline alle luci della ribalta. Ha ragione Ivano Fossati che, nell’inserto speciale del Corriere della Sera dedicato al decennale della morte di De André, ha sostenuto la seguente tesi: «La memoria di Fabrizio ha diritto oggi a qualcosa di diverso, ne sono più che convinto. Merita più delle agiografie, delle biografie, delle scontate raccolte di canzoni rimasterizzate e reimpacchettate. Merita soprattutto di sfuggire all’aneddotica prêt à porter cui vengono fatalmente adattate le figure dei grandi artisti quando non sono più in grado di confutare o di precisare. Quando gli amici, i compagni di strada, quelli che sanno, che hanno visto, quelli che c’erano, si moltiplicano a dismisura». Peccato che era sufficiente andare alla pagina successiva del quotidiano di via Solferino per rendersi conto di quanto la raccomandazione fosse stata disattesa. I soliti giri di walzer intorno all’ipocrisia dei don Gallo di turno. I commentatori un tanto al chilo, quelli della patetica e scontata retorica degli ultimi: dei ladri, dei carcerati, delle puttane. Gli esegeti che non si sono accorti che autorevoli rappresentanti delle suddette categorie imperversano – riveriti – in tv e siedono addirittura in parlamento. Per non parlare della pomposa enfasi degli appellativi: “maestro” e “poeta” su tutto.

Ecco come rispondeva De André ad un intervistatore che gli chiedeva se si sentisse più poeta o cantautore: «Benedetto Croce diceva che, fino all’età di diciotto anni, tutti scrivono poesie; dai diciotto anni in poi rimangono a scriverle solo due categorie di persone: i poeti e i cretini. Quindi io, precauzionalmente, preferirei considerarmi un cantautore». Un cantautore impegnato, certo, ma non nell’accezione che tale definizione ha significato a cavallo tra gli anni ’70 e gli ’80, piuttosto un artista schierato in prima linea contro l’arroganza del potere, da ovunque esso provenisse. Il potere della maggioranza descritto in Smisurata preghiera (che, essendo l’ultima traccia dell’ultimo album pubblicato, può essere metaforicamente considerata il suo testamento musicale): «Recitando un rosario/ di ambizioni meschine/ di millenarie paure/ di inesauribili astuzie/ coltivando tranquilla/ l’orribile varietà/ delle proprie superbie/ la maggioranza sta».

E, poi, l’appello: «ricorda Signore questi servi disobbedienti/ alle leggi del branco/ per chi viaggia in direzione ostinata e contraria/ col suo marchio speciale di speciale disperazione/ e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi/ per consegnare alla morte una goccia di splendore».

Per restare alla produzione più recente, anche nel disco Le nuvole l’attacco al potere era chiarita sin dall’interno della copertina, dove campeggiava la frase di Samuel Bellamy, il pirata delle Antille del XVIII secolo che aveva dato vita una sorta di repubblica libertaria in un isolotto del medio Atlantico: «Io sono un principe libero e ho altrettanta autorità di fare guerra al mondo intero quanto colui che ha cento navi in mare». In Don Raffaè è descritto lo Stato inchinato alle mafie, in Ottocento è preso di mira il consumismo sfrenato e un certo rampantismo («figlio bello e audace/ bronzo di Versace/ figlio sempre più capace/ di giocare in borsa/ di stuprare in corsa tu»), nella Domenica delle salme – in una realtà apocalittica segnata da gas esilaranti che costringono alla felicità – si raggiunge il culmine dell’invettiva: «il ministro dei temporali/ in un tripudio di tromboni/ auspicava democrazia/ con la tovaglia sulle mani/ e le mani sui coglioni», e ce n’è anche per i colleghi: «voi che avete cantato sui trampoli e in ginocchio/ coi pianoforti a tracolla travestiti da Pinocchio/ voi che avete cantato per i longobardi e per i centralisti/ per l’Amazzonia e per la pecunia/ nei palastilisti e dai padri Maristi/ voi avete voci potenti/ lingue allenate a battere il tamburo».

httpv://www.youtube.com/watch?v=HY1EXOrcPnk
(Fabrizio De André, La domenica delle salme)

Dicevamo all’inizio che non ha fatto in tempo ad invecchiare, De André, e questo gli risparmierà di dover assistere allo spettacolo delle sue celebrazioni in cui sfilerà gran parte di quel mondo politico-culturale grottesco e volgare su cui aveva concentrato il raffinato sarcasmo di tante canzoni. E questa, almeno, è una cosa positiva. L’altra è che, finalmente, il Faber cresciuto tra i vicoli genovesi, potrà continuare a dedicarsi all’attività che – in vita – gli era preclusa: fare come il violinista Jones di Non al denaro non all’amore né al cielo, suonare (e scrivere) per passione e non per mestiere. Il massimo della libertà.

Pierluigi Biondi

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Non all’amore, non al denaro né al cielo

C’era il mondo che costruiva lui, fino a dieci anni fa. C’era la sua vita che si snodava assecondando i suoi tanti interessi, e di tanto in tanto – poiché scrivere canzoni e interpretarle era sì importante, ma non era tutto – c’erano alcuni riflessi che si riverberavano fino a noi, racchiusi in quella via di mezzo tra uno scrigno e uno specchio che sono i dischi. Come avviene di regola con gli artisti, era una conoscenza a distanza e a senso unico. Ci arrivavano i suoi messaggi, ed era evidente la cura con cui erano stati preparati e le speranze fabrizio-de-andra3_fondo-magazinecon cui ci venivano messi a disposizione, ma non c’era nessuna possibilità di contraccambiarli. Chi era in grado di offrire riflessioni altrettanto profonde e parole altrettanto suggestive? Chi era capace di esprimere qualcosa che andasse al di là dell’ammirazione, o persino dell’affetto, e che fosse così rilevante, per lui, da dare inizio a un dialogo?

Eppure, album dopo album, il rapporto sembrava consolidarsi e farsi più stretto, come in una vera e propria amicizia. Benché le nuove uscite discografiche si diradassero – passando dai tre anni che separano Rimini (1978) da Fabrizio De André (1981) e poi da Crêuza de mä (1984), ai sei che intercorrono tra quest’ultimo e Le nuvole (1990) e che precedono, infine, il grandioso epilogo di Anime salve (1996) – la sensazione era quella di un legame così forte da essere diventato permanente, e irrinunciabile. O prima o dopo, un nuovo lavoro sarebbe stato pronto. Mentre noi srotolavamo le nostre vite, costruendo o distruggendo secondo fortuna e talento, lui srotolava la sua: fino a quando, in fondo a qualcuna delle sue solite notti insonni, consumate tra chissà quali libri e chissà quali pensieri, avrebbe cominciato a prendere forma l’idea di un nuovo progetto. Non solo una singola canzone, in cui racchiudere lo stato d’animo di un momento, ma un insieme di storie che avessero qualcosa in comune: episodi distinti, ma pur sempre affini, di un particolare aspetto dell’avventura umana. Traiettorie individuali che si disegnano su uno stesso fondale, abbastanza grande da far sì che ognuna di esse abbia tutto lo spazio che le serve senza doverlo contendere alle altre. Ma non così vasto da tenerle troppo lontane e farle apparire del tutto estranee, impedendo che in qualche punto sembrino convergere fino a sfiorarsi, fino a dare l’impressione che siano lì lì per ricongiungersi e per intrecciarsi in un nodo potente. Forse fatale. Attori e attrici che non reciteranno insieme ma che prendono parte alla stessa audizione. Cittadini di una metropoli risucchiati nello stesso traffico, di cui sono per un verso gli artefici e per l’altro le vittime. Soldati che vanno alla stessa guerra e cantano le stesse canzoni. Reduci sulla via del ritorno che camminano in silenzio. Uomini e donne che non si incontreranno mai ma che condividono il destino di vivere in un determinato luogo e in un determinato momento storico.

De André li ritraeva per provare a capirli. Per poter dire a se stesso che aveva dato fondo alle proprie risorse e che, coi suoi pennelli e coi suoi colori, non sarebbe riuscito a fare di meglio. Guardateli. Guardatevi. Vi ho reso omaggio osservandovi e non dimenticandomi di ciò che ho visto. Vi ringrazio di ciò che mi avete mostrato mostrandolo ad altri. Non importa che voi lo sapeste oppure no. Io vi ho notati tra la folla e vi porto nel cuore. Come il suonatore Jones, nell’Antologia di Spoon River, ho imparato a suonare e ho imparato a guardare: «in un vortice di polvere gli altri vedevan siccità / a me ricordava la gonna di Jenny in un ballo di tanti anni fa».

Ma il suonatore Jones, nell’originale di Edgar Lee Masters e nella splendida versione contenuta in Non all’amore, non al denaro né al cielo, arrivava dritto e filato ai suoi novant’anni; Fabrizio De André si è spento a poco meno di cinquantanove l’undici gennaio 1999. Fino all’ultimo momento era sembrato impossibile, così come lo sembra, a noi esseri umani, tutto ciò che è ingiusto. O che ci appare tale. Chi sapeva della malattia si ostinava a confidare in un recupero. Lui non faceva previsioni e si atteneva, o si appigliava, alle sensazioni del momento. «Giudico la realtà da come mi sento. Oggi (il 25 dicembre 1998 – Ndr) mi sento bene e quindi va tutto bene, il resto non conta. Spero di uscirne presto.»

Diciassette giorni dopo era tutto finito. «Se n’è andato stringendoci le mani», disse il figlio Cristiano. E per noi che avevamo amato le sue canzoni – e che avevamo negli occhi le immagini della sua ultima tournée, accompagnato da entrambi i figli e specialmente da Luvi, la ragazzina che ormai stava diventando una donna e che, sotto i suoi occhi amorevoli, intonava con cura infinita (e con un commovente filo di paura di sbagliare e, Dio non voglia, di deluderlo) la bellissima Geordie – fu una goccia di conforto in un dolore attonito. Se proprio doveva succedere, e tanto presto, e senza avere avuto il tempo di fronteggiare l’idea abbastanza a lungo da dominarla, che almeno fosse accaduto in quel modo: coi suoi cari intorno a lui, a confermargli un’ultima volta che aveva dato tanto anche come uomo, oltre che come artista.

httpv://www.youtube.com/watch?v=oolJ5G5Njxc
(Fabrizio De André, Geordie)

Cadeva di lunedì, quell’undici gennaio incolpevole e maledetto. Proprio all’inizio di una nuova settimana e, quasi, di un nuovo anno. Il decesso avvenne di notte. La notizia si diffuse la mattina, rimbalzata non solo dai media ma da un fitto tam-tam di comunicazioni private. Telefonate piene di stupore e di amarezza. Domande incredule di chi aveva sentito e non sentito. Di chi si aggrappava all’illusione di un errore, di un improbabile equivoco. Ma è vero che è morto De André? E come mai? E come è successo?

Risposte a mezza bocca, limitate all’essenziale. Coi semplici curiosi non c’era ragione di aggiungere nulla: conoscevano sì e no La canzone di Marinella e Bocca di Rosa, domandavano tanto per chiacchierare, che ne sapevano di Parlando del naufragio della London Valour o di Smisurata preghiera? Con quelli che invece sapevano, che erano stati nei tuoi stessi posti, che avrebbero potuto cantare a memoria una gran parte dei pezzi (intonati o stonati, ma affratellati nel desiderio), non ce n’era bisogno: il momento dei ricordi e delle riflessioni sarebbe tornato in seguito, spianando la strada a ogni tipo di commento o addirittura di confessione; per ora bastava un’occhiata rapida e consapevole, segnata dalla certezza di aver subìto la stessa perdita.

Niente più nuovi album, nemmeno a distanza non di sei anni – che erano già fin troppi, dannazione! – ma di otto o di dieci. Niente più collaborazioni a sorpresa, magari non facili a dipanarsi ma dagli esiti eccellenti, con artisti del valore di Francesco De Gregori, di Massimo Bubola, di Mauro Pagani e di Ivano Fossati: personalità forti e abituate a decidere tutto da sole, che per una volta dovevano accettare che l’ultima parola spettasse invece a qualcun altro e che però, in questo modo, riuscivano a catalizzare le migliori risorse di Fabrizio e a contribuire in modo determinante a creazioni sempre notevoli, e a volte indimenticabili come lo furono Rimini con Massimo Bubola, Crêuza de mä con Mauro Pagani e Anime salve con Ivano Fossati. Niente più concerti, infine, nei quali godersi un’ulteriore, imprevedibile escursione nel suo vasto repertorio e intanto rallegrarsi, senza dirlo a nessuno e senza darlo a vedere, che alla fine fosse venuto a capo della propria ritrosia e si fosse deciso a cantare dal vivo senza troppi patemi. Come ricorda Franz Di Cioccio, batterista di quella PFM che fu al suo fianco nella decisiva tournée a cavallo tra 1978 e 1979, all’inizio «era un uomo di penna, non da palcoscenico. Anche se poi lo è diventato, uomo di palco; se vedi l’ultimo suo video, ha un piglio quando canta… il piglio di uno che ha cambiato il modo di stare in scena e anche la voce. Meno posata, più aperta. Sta rincorrendo una cantabilità che prima non aveva; anche per via di canzoni con meno pause, con una musicalità prorompente, più serrata».

Era anche questo, che lo rendeva grande. L’attitudine a migliorarsi nonostante le resistenze di un carattere troppo orgoglioso per accettare subito un insegnamento che si presentasse esplicitamente come tale. Poteva dire di no per istinto, o per difesa, ma poi ritornava sulla questione e la valutava di nuovo. La chiusura assoluta cedeva il passo a un esame guardingo, che però non escludeva nessuna opzione. E se anche la conclusione non mutava, almeno nell’immediato, non era detto che non potesse farlo in seguito: come nella coltivazione dei campi, che praticava assiduamente nella sua tenuta sarda dell’Agnata, in terra di Gallura, poteva darsi che fossero buoni tanto i semi quanto il terreno nel quale piantarli, ma che non fosse buona la stagione. Che non fosse il momento adatto. E che, quindi, ci fosse ancora da aspettare.

httpv://www.youtube.com/watch?v=mZR9n6DEeEY
(Fabrizio De André, Smisurata preghiera)

La crescita vera, del resto, non è mai solo intellettuale. È innanzitutto psicologica. O spirituale, se preferite. Si prefigura sui libri in attesa di andarsi a misurare, e forse a realizzare, nella vita concreta. Leggere molto serve a sapere dove si sono spinti gli altri, o dove speravano di spingersi. L’inesauribile interesse di De André per i perdenti non era ispirato solo da una solidarietà istintiva per chi non si lascia omologare dal pensiero dominante, a costo di inabissarsi sotto il peso delle proprie ansie e delle proprie debolezze. Era dettato da un bisogno di autenticità che gli era nato dentro precocemente, forse per l’ambiente alto borghese della sua famiglia d’origine, e che gli faceva avvertire in modo lancinante le minacce dell’ipocrisia e del conformismo. Meglio persino il male, se sincero, rispetto a un “bene” simulato solo per adeguarsi alle convenienze sociali. Meglio diventare dei “falliti” che si aggirano nelle zone d’ombra dell’esistenza, piuttosto che alimentare l’ingiustizia dilagante e le finzioni collettive.

L’anarchia come aspirazione a un’etica superiore; non come rifiuto delle regole e, ancora prima di qualsiasi regola, del principio di responsabilità. Quando De André venne rapito insieme a Dori Ghezzi la sera del 27 agosto 1979, e rilasciato il 22 dicembre subito dopo che il padre ebbe pagato di tasca propria un riscatto di oltre mezzo miliardo, restituire quei soldi fu un imperativo assoluto. Personalmente poteva anche comprendere i rapitori e, mettendo da parte le sofferenze che avevano imposto a lui e a Dori, inquadrarne i reati in un’ottica socio-economica di più vasta portata, ma il debito nei confronti di suo padre non era in discussione. Il potere di perdonare gli apparteneva. Quello di condonarsi da sé le centinaia di milioni versate ai banditi, no.

Analogamente, e chissà se è ben chiaro a tutti i suoi moltissimi estimatori, la compassione verso gli sconfitti non era affatto un avallo incondizionato a qualsiasi debacle, quali che ne fossero state le cause. La pietà è un sentimento che è giusto dare e ricevere a posteriori. Mentre prima, quando tutto è ancora in gioco, ognuno di noi è chiamato a fare del proprio meglio: se possibile insieme al resto della società in cui viviamo; se necessario contro. Ricordate la succitata, illuminante Smisurata preghiera, che guarda caso chiude l’ultimo album, il magnifico Anime salve? No?! Allora non importa.

Federico Zamboni

Discografia essenziale

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