Tributo a Nils Liedholm

Il Barone
Lo sport come valore

La morte di Nils Liedholm,  con serenità in mezzo ai suoi vigneti nel Monferrato, avvenuta poco più di un anno fa, rappresenta forse la cancellazione formale dei valori e di onestà, lealtà, estetica, salute e cultura dello sforzo, di cui lo sport era in origine portatore. Si tratta di valori che di fatto non si accostano più al mondo del calcio da molto tempo, forse da quando Liedholm era all’apice della sua carriera di Sportivo con la “S” maiuscola. E dalla evidente consapevolezza di essere portatore di valori sani, altrove assenti, maturava un portamento che era manifestazione esterna di quello stile. Portamento che mai lo faceva urlare, mai lo faceva trascendere. Il tutto era molto lontano dalle trasmissioni sportive attuali, nelle quali i giornalisti, gli “opinionisti” e i “massmediologi” si scornano quotidianamente. Una decina di anni fa ad una trasmissione sportiva lui ed Helenio Herrera, seduti vicini, si addormentavano a turno. Ma la grande dimostrazione di stile la diede quando al comunale di Torino nel 1981 l’arbitro Paolo Bergamo annullò la rete regolare segnata dal difensore Maurizio Turone, negando alla sua Roma il secondo scudetto. Per quell’episodio ci sono tutt’oggi sanguinose vendette tra juventini e romanisti, ma la sua reazione, la reazione del diretto interessato, fu una semplice battuta sul fatto che la sua squadra era fresca giovane e smaliziata, e pagava l’inesperienza, ma in un paio di anni sarebbe diventata perfetta, e così è stato.

Liedholm era un centrocampista centrale arrivato in Italia non più giovanissimo, insieme ad altri due svedesi, Gren e Nordahl, per giocare e vincere scudetti con il Milan di Rocco e Viani. Il primo album di figurine “Calciatori” edito dalla Panini nel 1961 gli dedicò la copertina. Nel 1958, con la maglia della nazionale svedese, arrivò in finale dei campionati del mondo contro il Bresile di Pelè. Confesserà in seguito che il suo spogliatoio temeva molto più Garrincha di “o Rey”. Uscì dal campo piano piano, arretrando il suo ruolo con l’avanzare dell’età e finendo la carriera come libero, per poi allenare proprio il Milan nel quale giocava. Una volta avevano assegnato alla sua nazionale un rigore inesistente, volle batterlo lui a tutti i costi, per sbagliarlo. Roba da matti, nel calcio di oggi.

Qualche anno fa giocava ancora a calcio dribblando i suoi cani per rimanere in esercizio, più tardi gli chiesero se quella pratica fosse proseguita: «Ho dovuto smettere – ha risposto – perchè sono morti i cani».

Si tratta di uno dei rari casi di un campione che sia diventato anche un grandissimo allenatore. Addirittura geniale, perchè capace di inventare qualcosa di nuovo. Fece esordire Antognoni giovanissimo dicendo che sarebbe diventato un pilastro della Nazionale. Così fu per Paolo Maldini e Giannini. Nel 1987 – 88 toccò ad Angelo Peruzzi, esordiente a San Siro all’età di diciott’anni: «diventerà il portiere più forte del mondo» aveva detto a Tosatti, che gli chiedeva come mai facesse esordire un ragazzo così giovane.

Da allenatore vinse nel 1979 lo scudetto con il Milan, il decimo, con Franco Baresi esordiente e Rivera crepuscolare, e i futuri allenatori Novellino, Bigon e Capello. Ritornò l’anno successivo alla Roma, che già aveva allenato a metà degli anni Settanta. A Trigoria sperimentò con successo il sistema di gioco che lo renderà famoso, la zona lenta, altresì detta “ragnatela”: una marcatura tenendo la posizione e non più un uomo fisso, la chiusura geometrica degli spazi e una ragnatela, appunto, di passaggi corti («dovete tenere la palla, perchè se ce l’avete voi non ce l’hanno gli altri»). Il tutto in una squadra con grandi individualità, arretrando un centrocampista in linea coi difensori ed avanzando un centromediano quasi a trequartista, oltre che schierando a destra i mancini Nela e Bruno Conti («così vedete il mondo da un’altra prospettiva»). Lo scudetto del 1982 – 83 fu la consacrazione e il riscatto per gli zonisti italiani (fino ad allora solo il Perugia di Castagner con un secondo posto aveva ottenuto dei risultati senza giocare a uomo), e la rivincita degli stessi sul partito di Gianni Brera e di chi riteneva la zona incompatibile con le caratteristiche dei giocatori italiani (ma più semplicemente di chi pensava che il calcio non fosse uno sport). Una filosofia totalmente opposta alla marcatura ad uomo ed al contropiede praticato dalla rivale Juventus di Trappattoni. Il 20 maggio del 1984, la sua Roma perse ai rigori la finale della Coppa dei Campioni davanti al suo pubblico contro il Liverpool, e dieci anni dopo esatti si suiciderà il suo capitano Agostino Di Bartolomei.

Di Bartolomei seguì il Barone al Milan dall’anno successivo alla finale e fino all’esaurimento del rapporto con il suo nuovo presidente Berlusconi, subentrato nel 1986 a Farina, con tanti soldi da spendere e l’entusiasmo contagioso del neofita. Proprio con quell’entusiasmo offrì il triplo per aggiungere alla squadra, già forte, Giovanni Galli, Massaro, Donadoni, Bonetti e Galderisi. Una corazzata, presentazione con gli elicotteri. Agnelli definì Berlusconi il “calmieratore”, il portiere della Juventus Tacconi schernì il nuovo Milan affermando che alla fine dell’anno gli sarebbero serviti gli elicotteri per scappare. Nel precampionato la nuova squadra affrontò in amichevole il PSV e perse con un secco 0 – 3. Liedholm tranquillo dormì tutta la notte, Berlusconi parlò con i giocatori ad uno ad uno fino all’alba. Era normale che ci volesse del tempo, ma il neopresidente rossonero aveva ancora molto da imparare. Al mattino seguente Liedholm lo annerì con una battuta: «meno male, perchè lui grande intenditore, ha alenato anche squadra in torneo asiendale». Quella stagione, che vide trionfare il Napoli di Maradona, la finì Capello sulla panchina del Milan. Liedholm tornò alla Roma, piazzandosi, l’anno successivo, al terzo posto (il migliore nei successivi dodici anni).

Ritornò a Trigoria nell’aprile del 1997, chiamato d’urgenza per rimediare alla sciagurata gestione del maledetto stregone argentino Carlos Bianchi, che aveva impostato un meccanismo per cui la squadra era in grado di perdere anche senza di lui. Una salvezza in extremis e poi un posto nel consiglio d’amministrazione, fino alla rimozione per fare posto, pare, al figlio di Cesare Romiti.

Aveva detto in occasione della vittoria della Coppa Italia del 1984: «Sono vecchio e sordo, non ho sentito, ma se hanno gridato resta con noi dico che mi fa piacere, perchè lo ha detto il nostro giocatore più importante, i tifosi».

Giovanni Di Martino

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