Sulla socializzazione

Matteo Cavallaro è un giovane studente della facoltà di Scienze politiche dell’Università di Torino e un militante controverso di Rifondazione comunista. Per la sua tesi di laurea: Il mito della socializzazione, ha realizzato  una serie di interviste a diverse personalità di area, fra le quali Miro Renzaglia. Nel testo che segue.

La redazione

Sulla socializzazione
Tra mito e praxis

Come primo punto mi piacerebbe una breve auto-descrizione del tuo ruolo e del tuo gruppo. Una breve “nota introduttiva” insomma.

Non appartengo ad alcun gruppo e, quindi, non ho nessun ruolo… Dirigo il magazine online il Fondo. Questo è tutto…

Scendendo nel tema della tesi invece, ti chiederei proprio al brucio, per iniziare, una descrizione sintetica, tre righe proprio, con giudizio, della socializzazione. La approfondiremo più avanti nell’intervista, ma serve per sottolineare da subito quali sono i caratteri per te davvero importanti di quella esperienza.

Rispondo in sintesi elencativa. La socializzazione è: a) la partecipazione del lavoratore alla gestione dell’impresa produttiva in cui è occupato; b) la partecipazione del lavoratore agli utili di profitto dell’impresa; c) il reinvestimento in attività di produzione e/o sociali di quello che Marx definisce “plusvalore” e che il testo della legge 375/1944 definisce “eccedenze”…

L’esperienza della socializzazione è a tuo dire un patrimonio condiviso da tutta la c.d. “Area”? Sarebbe interessante, se te la sentissi, distinguere tra l’eredità come “immaginario” e l’eredità come “posizione politica”. Quanti cioè la portano “nel cuore” di militanti come uno splendido passato, ma appunto passato, e quanti invece la ripropongono in chiave presente e futura.

No, non è condivisa da tutta la c.d. “Area”. E a me pare assurdo che qualcuno, che in qualche modo intende riferirsi all’esperienza fascista, respinga la meta che, fin dall’inizio, quella rivoluzione indicò e perseguì per tutto il ventennio della sua vicenda… Per quanto mi riguarda, la socializzazione non è “immaginazione” ma “posizione politica” precisa ed oggettiva… Ritengo che fra i movimenti post-fascismo storico, oggi, le esperienze di “Casapound” e di “Progetto Torino” siano quelle che più marcatamente perseguano il giusto senso di marcia verso la socializzazione…

Quanto è importante nell’immaginario politico d’area il ricordo di questo evento?

La socializzazione, almeno come spunto progettuale, funziona tanto più quanto più funziona la ragione. Ovvero: quanto più da mitologie, simboli e suggestioni personali si passa allo studio oggettivo su cosa fu o non fu il fascismo, tanto più la socializzazione diventa importante come termine di riferimento di una praxis politica…

A tuo dire questa eredità come si è trasmessa? Più in forma scritta o in forma orale? Più per immagini e suggestioni o attraverso analisi e ricerche?

Una cosa non esclude le altre… Per farti un esempio: io ho sentito nominare il termine “socializzazione” ad uno dei primi cortei (avevo tredici anni) ai quali partecipai… Qualcuno cominciò a scandire: “Europa, nazione, socializzazione”. Ecco, il termine di Europa e quello di nazione, sia pur vagamente, allora, data la mia giovane età, sapevo cos’erano, ma non sapevo niente del terzo elemento del trinomio… La curiosità mi spinse a domandarmi: “Che cos’è la socializzazione?”. Quindi, dalla pura oralità, per di più di uno slogan, sono passato ad analisi e ricerche…

Nel mio lavoro io parto sostenendo l’idea che la socializzazione, più che come progetto politico, sia passato come “mito” nella c.d. “Destra Radicale”. Tradotto: questa è più il “sogno” di uno stupendo passato, che un ‘obbiettivo per il presente o per il futuro. Più, ricollegandomi alla domanda prima, una suggestione che un progetto. TI senti di condividere questa mia analisi? In cosa a tuo dire pecca o va approfondita?

La socializzazione, di per sé, non è un mito: fu messa a monte del processo della rivoluzione fascista e, alla fine, sia pure in un contesto che declinava al tramonto, fu realizzata. Questo non è mitologia… Se, dopo, lo è diventata, lo è diventata per pigrizia mentale di chi si è fermato, per esempio, allo slogan di cui ti dicevo sopra… Nelle vicende post belliche, poi, c’è da aggiungere che gli spazi di azione per le applicazioni su territorio, per noi di quest’area, sono sempre state assai pochi, fino a un decennio fa o poco più… E quando, invece, sono diventati spazi di estrema agibilità, e mi riferisco alle esperienze governative ma anche amministrativo-locali di An, il percorso di questo partito ha preso a viaggiare in direzione del tutto opposta.

Nel tuo pamphlet Sulla Socializzazione che mi hai messo a disposizione in anteprima editoriale, definisci la socializzazione come una praxis. Sarei interessato a sapere cosa intendi esattamente con questo termine dai richiami vagamente gramsciani.

Avrei potuto tranquillamente scrivere “metodo”. L’importante era stabilire che non è una teoria astratta, un dogma o, peggio ancora, un atto di fede dovuto all’ultimo fascismo ma, piuttosto, la messa in atto di una pratica… Gramsci, con tutto il rispetto per il suo pensiero e la sua vicenda umana, non c’entra nulla…

Hai fatto molti riferimenti alla figura di Mazzini. E’ corretto tracciare una linea che parte da Mazzini e arriva alla socializzazione? E’ a tuo dire una più o meno naturale evoluzione del suo pensiero?

Tutto è corretto, niente è corretto… Per esempio, io vedo nella praxis della mezzadria un embrione di socializzazione… Mazzini propugnava la disintegrazione del sistema salariale… Beh, la mezzadria è esattamente questo: l’equa spartizione della produzione e, quindi, del profitto che da esso deriva, fra chi fornisce terra, casa e mezzi di lavoro e chi mette a disposizione le proprie capacità tecniche e la forza delle sue braccia per rendere produttiva la terra…

Nella domanda precedente ho scritto “parte”, dando per scontato che iniziasse da Mazzini, visti i molti riferimenti che hai fatto al suo pensiero sociale. E’ giusto o invece le radici sono “più profonde”?

Le radici profonde della socializzazione risiedono nella naturale inclinazione dell’uomo a darsi un sistema di civile convivenza fondato sulla giustizia sociale… Tra la teoria mazziniana delle “associazioni dei lavoratori” e le realizzazioni di Mussolini, l’anello di congiunzione risiede nel sindacalismo rivoluzionario di Filippo Corridoni…

Riguardo alle possibilità concrete di applicazione oggi, ho letto in ciò che scrivi due tendenze quasi opposte: da un lato punti molto sulla concreta iniziativa legislativa (con tanto di riferimenti alla Costituzione e alla legge sulle cooperative del 2001), dall’altro in altri punti sembri più sposare l’idea del cambiamento radicale. Cosa proponi dunque: aspettare l’implosione del capitalismo o agire da subito concretamente per la sua riforma?

Agire da subito nel concreto del possibile, per farsi trovare pronti all’immancabile implosione del capitalismo…

Qualcuno, come il sottoscritto, da “sinistra” ti potrebbe criticare l’accettazione che tu fai del ruolo del capitalismo produttivo. Questo non potrebbe mai essere considerato come armonizzabile…

Uno dei motivi per cui non sono comunista risiede nel fatto che credo alla funzione sociale positiva del fornitore di capitale privato per gli scopi della produzione pubblica e nazionale… Quello che considero il male assoluto è il capitalismo finanziario, ovvero: l’investimento di denaro in speculazioni improduttive d’altro che di altro denaro e di usura… E’ quest’ultimo che va abolito…

L’obbiettivo finale è dunque creare uno Stato in cui, come dice Mazzini da te citato, “le uniche differenze sono di educazione morale”? E’ dunque la socializzazione un richiamo all’egualitarismo? E se si, come lo poni in confronto alle tendenze opposte, molto “gerarchice” e decisamente anti-egualitarie che permangono nell’Area erede (più o meno degna) di ciò che fu il fascismo?

La socializzazione è un sistema di democrazia partecipativa diretta dell’uomo all’impresa fondamentale della propria vita: il lavoro. Proprio perché ammette delle differenze, sia pure solo di ordine morale, Mazzini non può essere considerato un egualitarista puro… La struttura gerarchica di un sistema socializzato dovrebbe essere data da questa differenza di ordine etico nei riguardi delle superiori sorti della nazione e della collettività e dal grado di capacità tecnica e di applicazione del lavoratore all’impresa produttiva cui si dedica. Qualsiasi altra forma di gerarchia mi è personalmente estranea e/o ostile…

Non ho letto niente riguardo alla socializzazione dopo il 1945. Come se tu avessi coscientemente, deciso di ignorare tutto ciò che c’è stato nel neofascismo su questo evento storico. Perché questa scelta? C’è davvero stato il nulla al riguardo negli ultimi 60 anni o qualche gruppo politico ha portato avanti il discorso in maniera migliore?

A parte il disegno di legge di applicazione del famoso articolo 46 della Costituzione della Repubblica italiana, a tutt’oggi inevaso, che il gruppo parlamentare del vecchio Msi presentava come atto di principio di ogni nuova legislatura, no: almeno per quanto mi risulta non c’è stato assolutamente niente altro… Tanto che le nuove generazioni, che pure si rifanno politicamente all’esperienza storica del fascismo, spesso ne ignorano i contenuti, quando non anche il significato e l’esistenza… E’ per questo che io, di tutt’altro studioso per interessi personali, mi sono preso la briga di scrivere il pamphlet Sulla socializzazione, utile, forse, a richiamare l’attenzione dell’area sull’architrave di un percorso rivoluzionario che considero e spero sia considerato come alternativo sia al comunismo che al liberismo…

Per concludere questa parte molto generale, se mi dovessi consigliare due testi, qualsiasi, su questa esperienza, quali sceglieresti?

Ti consiglio di risalire alle fonti, legislative e non: il Manifesto dei fasci di combattimento, la Carta del lavoro, le leggi che portarono progressivamente all’edificio della Camera dei fasci e delle corporazioni, il Manifesto di Verona, la Carta costituzionale della Repubblica sociale italiana (sebbene mai resa operativa a causa degli eventi e degli esiti bellici) e, ovviamente, il decreto legge 375/1944. Da queste fonti è possibile farsi un’idea oggettiva della socializzazione.

a cura di Matteo Cavallaro

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