Prezzolini rivoluzionario

Giuseppe Prezzolini appartiene a quella piccola famiglia di intellettuali europei nazionalisti che, dopo aver proclamato e praticato l’azione e la lotta, nel momento in cui videro i loro ideali salire al potere, per una specie di inguaribile individualismo, si misero a fare gli scontrosi. Cominciarono a cavillare, a distinguere, a dirsi insoddisfatti di questo, scontenti di quello. Allora la rivoluzione nazionale, la sconfitta del socialcomunismo e dei vecchi sistemi liberali, l’avvento di un regime di popolo retto da un’aristocrazia politica giovane e innovativa, la rinascita di un potente sentimento nazionale unitario, la politica estera di prestigio… cioè proprio gli ideali da loro sostenuti negli anni precedenti, cominciarono a non piacere più. Per qualche motivo impolitico, quegli ideali divenuti realtà apparvero improvvisamente come qualcosa di plebeo. Questione di caratteri inguaribilmente romantici? Forse. Oppure intervenne quella intrattabile venatura di anarchismo, di idealismo rivoluzionario-conservatore, che rende gli ideali belli perché irrealizzabili?

Come Jünger in Germania, l’anarchico-di-destra Prezzolini lasciò prevalere la sua indole di “bastian contrario”. Entrambi i prezzolini_fondo-magazinecentenari mancarono l’appuntamento con la storia. Eppure, è verissimo che nel 1922 in Italia andò al potere un allievo di Prezzolini. Un autentico “vociano” stava iniziando quella rivoluzione culturale, politica e del carattere italiano così a lungo invocata negli anni del primo anteguerra e nel periodo dell’interventismo dai nostri più grandi militanti della cultura. La Voce – nata a Firenze giusto cent’anni fa, nel 1908, e chiusa nel 1916 – è considerata a ragione la più importante rivista politica del Novecento italiano. Si è detto che da quell’ambiente, che racchiuse il meglio dell’intellettualità dell’epoca, nacquero sia il Fascismo sia l’antifascismo. Non è sbagliato. L’elenco dei collaboratori di quella rivista, messa su con pochi mezzi e con una tiratura irrisoria, è da far paura: Marinetti, Papini, Ungaretti, Sorel, Pareto, Missiroli, Soffici, Gentile, Oriani, Bergson, Sarfatti, Cicognani, Murri, Campana, Mussolini, Carrà, Bacchelli… tutti quanti finiti, chi più chi meno, dalle parti del Fascismo…Ma ci furono anche Croce, Salvemini o Amendola, in un’epoca in cui era possibile concepire da più lati il medesimo ideale: quello della grandezza e della bellezza, come scrisse Soffici a Prezzolini quando, insieme a Papini, stavano inventando il vocianesimo.

Il loro programma è presto detto: abbattere il sistema liberale, ricetto di materialismo e corruzione; liquidare il parlamentarismo; eliminare le camorre; annientare la demagogia socialista; costruire l’unità degli Italiani attraverso il recupero dei valori della cultura, dell’arte, del pensiero. Svecchiare l’accademismo, lanciare l’Italia nella competizione internazionale potenziando l’industria e dando dinamismo alle scelte politiche. Infine, saldare il popolo redento a un’aristocrazia politica che rovesciasse le vecchie classi politiche. Un programma che era il risultato della fusione di Sorel con Pareto, più magari una spruzzata di Bergson e di Croce. Mica roba da poco. Dice: ma come Croce? Il liberale, il conservatore, il borghesissimo Croce? Proprio lui. Solo che, in quegli anni, Croce non era ancora diventato il reazionario del 1925. A quell’epoca esisteva un Croce – oggi messo in sordina – che era tutt’altro. Grande ammiratore della cultura tedesca, idealistica e hegeliana soprattutto (cosa che nel 1914 lo fece propendere per l’entrata in guerra dell’Italia a fianco della Germania…), Croce verso il 1908 era un buon esempio di rivoluzionario conservatore. Digerita ben presto l’infatuazione per Marx, il “papa laico” che fece da demiurgo de La Voce era allora il capofila dell’antidemocrazia. Domenico Settembrini ha scritto che Croce in questo periodo «si attesta su posizioni anti-democratiche, per avversione idealistica al materialismo positivista». Come confessò lo stesso don Benedetto, «la democrazia italiana… il mio stomaco si ricusò di digerirla…». E arrivò a celebrare la socialdemocrazia tedesca…perché era “democratica”?…perché era “socialista”? Niente affatto…Perché era totalitaria: «credo che quei socialisti tedeschi, che si sono sentiti tutt’uno con lo Stato germanico e con la sua ferrea disciplina, saranno i veri promotori dell’avvenire della loro classe». Non c’è dubbio: una vera e propria profezia sull’avvento delle SA!

Adesso comprendiamo meglio che ci faceva Croce accanto a Prezzolini e ai nazionalisti prezzolini-croce_-fondo-magazinejpgradicali de La Voce. Adesso si spiega la deferenza con cui “Giuliano il Sofista” trattava il “papa laico”. Poiché La Voce era un laboratorio di nazionalismo sociale e rivoluzionario senza mezzi termini: «Alle brave persone che sognano misticamente di rivoltare la faccia del mondo con la carità, le buone parole, le azioni oneste, la condotta delicata, il sapere e via dicendo, occorre ogni tanto ricordare il rosso misticismo della Santa Plebe puzzolente, ubriaca, canaglia, orrida, ma che ha braccia e sangue per trasportare le idee contro le catene dell’abitudine e dei regimi e farle viaggiare magari attraverso le stragi e le guerre, da un punto all’altro del mondo». La citazione è un po’ lunga, ma valeva la pena. Bisogna rileggere queste parole di Prezzolini almeno due o tre volte. Nell’ottobre del 1922, quando era a Roma, le dimenticò. Vedendo sfilare gli squadristi, trovò che erano troppo indisciplinati… e poi menavano troppo le mani… ma benedett’uomo, non erano le Camicie Nere proprio quella “Santa Plebe” di cui parlavi? Non sarà stato che, come diceva Malaparte, le mani le menavano troppo poco? Quale rivoluzione, anche piccola, quale mutamento volevi fare senza alzare nemmeno un po’ di polvere? “La Voce” era quella rivista che, per fare solo un esempio, aveva ospitato scritti di Pareto. E Pareto era quello che suggeriva a Prezzolini di «fare un bel lavoro ponendo in ridicolo l’umanitarismo, il tolstoismo ed altre sciocchezze del genere…» e di «mostrare nella schifosa nudità gli idoli umanitari…». Prezzolini stesso, insieme a Papini e agli altri della pattuglia nazionalista, scriveva sulla necessità di distruggere «il feticcio del parlamentarismo insieme con molti altri suoi fratelli della mitologia democratica». E invocava uno stile nazionale alla prussiana, fatto di «disciplina, pulizia, puntualità, dignità…finché la vita politica non si risani, la massoneria non sia disprezzata più che temuta, il mezzogiorno non si liberi dalle camorre dei politicanti e tutto il paese non senta la ribellione contro Roma e contro la burocrazia». Proprio quella “porca Roma” tanto dileggiata dagli squadristi…

La Voce, tra le tante cose, tenne a battesimo il giovane Mussolini. Lo fece scrivere e conoscere, ne fecondò i primi semi di una “sinistra nazionale” tutta nuova… Del resto Prezzolini, nel 1909, anticipò il corporativismo, quando, in uno scritto sulla teoria sindacalista, prefigurò la congiunzione del lavoro con l’intelligenza direttiva, attraverso la creazione di un uomo nuovo e di una piccola minoranza alla guida dell’idealità sociale…Qui insomma si precorrevano Lanzillo, Dinale, Orano, e quindi anche Rossoni, Bottai e Spirito… Mussolini riconobbe sempre il suo debito culturale nei confronti de La Voce: lì erano stati genialmente fusi, alla maniera soreliana, il nazionalismo e il socialismo. Lì si era fatta la sintesi fra idealismo filosofico e socialismo rivoluzionario che, come ha scritto Emilio Gentile, Mussolini realizzerà nei fatti «con uno spirito ereticale tipicamente vociano». Tutto questo, tra le due guerre, diventerà ideale europeo: ordine, gerarchia, giustizia sociale, popolo. Con, in più, il prezzoliniano rosso misticismo… Cos’altro pretendere?

La favola di un Prezzolini antifascista si nega da sola. Prezzolini è stato l’esempio massimo di fascista in pectore. Nel suo cuore condivideva parecchio, ma non ebbe il coraggio di gettarsi nella mischia. Gli ripugnava di esser confuso con la massa dei servili profittatori che si buttarono sul carro fascista, con la stessa prontezza con cui nel 1945 si butteranno su quello antifascista. In questo, comprendiamo perfettamente le sue riserve. La favola poi di un Prezzolini “esule” all’estero, quasi fosse Mazzini, si elimina anch’essa da sola. Lungi dall’essere un esule, Prezzolini fu – come ad esempio Pellizzi a Londra – un ambasciatore della nostra cultura nel mondo. Un privilegiato. Che non ruppe mai col Fascismo, rimanendo sempre estimatore di Mussolini. Dopo esser stato collaboratore de Il Popolo d’Italia, dopo aver dato giudizi positivi sul Fascismo («Da una parte pensavo che avrei potuto inserirmi nel fascismo, che era anche figlio nostro, operando su di esso con un’azione moderatrice…»; «Il fascismo vittorioso e dominatore sta realizzando la riforma del governo… non si era mai lavorato tanto… non si era mai raggiunta una tale intensità e fervore di opere…»), dopo aver collaborato con l’Istituto Fascista di Cultura nei primi anni del Regime, Prezzolini trovò lavoro prima in Francia e poi in America. Poté insegnare alla Columbia University, senza avere neppure una licenza superiore, grazie alla laurea ad honorem elargitagli nel 1923 dal Ministero fascista della Pubblica Istruzione… E Mussolini, che si definiva “vociano”, disse più volte che Prezzolini «era con noi».

Papini e Soffici gli rimproverarono spesso di essersi messo “alla finestra”. Non era da “vociano”, non era da vecchio “interventista”. Nel 1922 anche Croce era con Mussolini, gli votò a favore. Chissà perché, Prezzolini si mise invece da parte, a «guardare e giudicare». Come le vecchie zie di Longanesi. Il suo amico Malaparte lo difendeva da certi estremisti fascisti, cui non piaceva di Prezzolini questo stare nel mezzo. E Soffici ricordò apposta, nel dopoguerra, che «già dal 1909 noi redattori della “Voce” eravamo tutti fascisti nelle idee fondamentali». In un suo recente libro su Prezzolini, Gennaro Sangiuliano scrive: «Il fascismo non è un movimento reazionario. In molte sue descrizioni del fenomeno mussoliniano, Prezzolini insiste sulla presenza del filone del sindacalismo rivoluzionario al suo interno e sulla capacità innovativa che questo manifesta». Prezzolini rimase amico di Mussolini. Ogni tanto lo andava a trovare a Palazzo Venezia. E faceva il suo bravo saluto romano, come ricorderà nelle memorie. Era uno dei pochi a dargli del “tu”. Disse che aveva «una personalità magica». Lo ammirò per esser riuscito a far marciare al “passo romano” un popolo indisciplinato come l’italiano. Nel ’52 scrisse a Papini che, se il Duce fosse morto dopo la fondazione dell’Impero, gli storici l’avrebbero osannato per secoli. Vallo a capire.

Luca Leonello Rimbotti

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