Neve

L’arrivo dell’inverno dà inizio a quella fase dell’anno in cui la vita si riposa, in cui piante e animali si ritirano nella protezione e nella quiete. Anche gli animali domestici dormono ora più a lungo. La pianta si ritira, coperta dalla coltre bianca si restringe e ritorna su di sé, stringendosi nuovamente alla terra da cui nel resto dell’anno si era slanciata verso il sole. Le sue radici affondano con maggiore sicurezza e la vita si conserva nel nascondimento del freddo biancore che cala dal cielo. Viene anche per la natura il tempo della tregua e del ritorno a sé. L’istinto vivace del gatto si ritrae al freddo umido e cerca conforto nel caldo della tana. Le formiche godono i frutti del lavoro di mesi, la comunità animale continua a vivere sotto la coltre di neve. Nel loro nido i merli si stringono neve1_fondo-magazineper riscaldarsi a vicenda. Ovunque gli esseri viventi sono rassicurati dal loro istinto che l’inverno anche per loro ha un senso, che dev’essere vissuto così, come un riposo e un custodire.

Il germoglio e la giovane pianta non muoiono, ma attendono il loro momento. La neve soffice ricopre tutta la terra, i prati e le pietre, portando ristoro e tranquillità. Al di sotto di questo silenzioso guscio protettivo la vita prospera e continua il suo corso; ciò che all’uomo pare morto e seccato ha in realtà fatto ritorno alla radice, alla sua origine profonda che nutre una nuova rinascenza e un nuovo ciclo di vita rigogliosa.

Mentre il mondo naturale riposa e si chiude in sé, l’uomo prosegue le sue faccende, indaffarato e proiettato in un continuo sforzo quotidiano. Ma quando la neve rende difficoltosi gli spostamenti, quando il freddo sferza il viso e il ghiaccio rende impacciato anche il più fiero dominatore di questo mondo, allora si apre la prospettiva di una nuova comprensione. Distolto da ogni riflessione e da ogni raccoglimento per tutto l’arco dell’anno, l’uomo può trovare ora la condizione di un rinnovamento e di un ritorno alla sua autentica presenza nel mondo. La superficialità di sguardo che nella neve non coglie che il manto freddo, disperde e spreca tutto ciò che essa custodisce. Manca la visione dell’insieme e del profondo. Solo un sentire più attento, più fine e semplice può andare più oltre e volgersi a ciò che si dischiude soltanto a chi lo voglia accogliere.

Lo scendere lento dei fiocchi è quell’inesorabile armonia a cui tutto ciò che è vita si affida con la sicurezza misteriosa di ciò che è originario e presente nella lontananza. È un abbandono al silenzio e alla custodia, un affidarsi al tempo e al divenire affinché l’essere e ciò che vi è di più autentico possa ritornare a mostrarsi, possa nuovamente germogliare. I suoni si fanno ovattati, i rumori vengono smorzati come se in questo momento si solstizio_fondo-magazinechiedesse il silenzio raccolto, l’orecchio attento e lo sguardo penetrante. Si attende e si sta in una sospensione carica di tensione. L’energia si trattiene.

L’uomo non cessa la sua operosità, non smette di costruire e fare, egli si proietta nell’avvenire, ma può al contempo capire e osservare, rallentare il ritmo e trovare un attimo di quiete. Senza una sicura conoscenza della provenienza non si avrà neppure un futuro, senza la certezza della radice e di una solida pietra fondante non vi saranno mura né tetto. Il focolare crepita e il centro della casa torna ad avere il ruolo irradiante del ritrovo comunitario. Qui si narrano le storie della famiglia e quelle della propria gente, qui si riannodano i ricordi e le parole autentiche, le più semplici e le meno chiassose. Si diffonde un forte odore di tabacco e uno spirito nuovo, nascosto all’occhio esterno, si cela sotto la neve che copre l’abitazione. Il fuoco viene custodito e ravvivato, crepita e scalda, illuminando vigoroso le pagine di venerandi libri, proiettando le ombre di gesta straordinarie sulla parete. Lingue si fuoco annodano i destini passati con quelli dei più giovani. Vecchi, adulti e ragazzi si riuniscono per guardarsi negli occhi, per uscire almeno per poco dalla chiacchiera quotidiana e ascoltare il dono che si apre nel raccoglimento e nel sentire comune. Il mondo ha adesso un nuovo volto, un nuovo respiro.

Già si approssima il tempo nel nuovo Solstizio. Nei giorni della luce più breve tutto ha seguito il suo corso, col buio la vita ha trovato la sua sicurezza nel calore della terra. Viene l’ora più fredda e forte, il momento che chiama a raccolta chi c’era, chi c’è e chi sarà, il giorno che anticipa la risorgenza del nuovo Sole. Il calore che per giorni si è ritemprato ed è sembrato quasi esaurirsi, torna gradualmente più luminoso e vitale di prima.

Il fuoco che veniva ravvivato al caldo delle mura ora arde al cielo, gli spiriti si tendono e i cuori battono con maggiore sicurezza. Ovunque la vita torna lentamente al mondo. Il ritorno non è un ritrarsi, ma un tra-passare.

Framcesco Boco

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