Morire è un attimo

Susanna Dolci intervista Giorgio Ballario e Nino Truglio

Quando il noir è nero…

Alfred Hitchcock, indiscusso maestro del brivido, soleva ripetere che alcuni racconti sono stati scritti per esserne costretti nella lettura, per vedere come si risolve l’enigma, dalla prima all’ultima pagina. Credo, dunque, di non peccare in esagerazione se scrivo che il romanzo Morire è un attimo, sottotitolo L’indagine del maggiore Aldo Morosini nell’Eritrea Italiana (Edizioni Angolo Manzoni) di Giorgio Ballario, racchiude propriamente in sé questa caratteristica. Brevemente l’identikit del suo artefice: classe 1964, torinese, giornalista in numerose redazioni, dal 1999 Ballario lavora a La Stampa e questo è il suo primo romanzo. Cristina Marrone, dalle pagine de Il Corriere della Sera dello scorso 9 ottobre, si è ben espressa sul libro, rimarcando come «Morire è un attimo non è solo un thriller avventuroso, è un tuffo indietro in un’epoca che i romanzieri italiani non hanno mai frequentato molto volentieri, a differenza dei loro colleghi francesi o britannici. L’autore ricostruisce con sorprendente meticolosità l’Eritrea italiana, ne descrive con passione la geografia dei luoghi, ripercorrendo la vivacità delle strade, che si chiamavano “via Palermo” e “corso Venezia”. Tanto che sembra di viverci in quella Massaua. «Eppure – spiega Ballario – mi sono affidato alle guide del Touring Club del 1938″…». Ed è, appunto, nell’Eritrea del 1935 e zone di confine che si svolgono e si rincorrono le vicende di due misteriori omicidi, un’antica scimitarra, attori, femmine fatali, scorribande di frontiera rocambolesche degne del miglior Salgari, graduati indigeni, contadini, ascari, carabineri, agenti del Negus Hailé Selassié, sigarette, rivoltelle, Seneca e… «Se prima non ci rifletti troppo, morire è un attimo. E con un po’ di fortuna, non fa neppure troppo male»… Una trama misteriosa del nostro colonialismo entra per la prima volta ed a pieno titolo nei circuiti editoriali e nelle librerie. Domenico Quirico, nella prefazione al volume, parla di un colonialismo che «ha sofferto fin dall’origine di un vuoto, di un’assenza… di una rapidità con cui è stato cancellato e arcimaledetto… Per questo è siginificativo che ora Giorgio Ballario, come ha fatto in questo sodo, incalzante noir eritreo, scopra che lì c’erano uomini, vicende, atmosfere, storie. E abbia scelto per ambientarle, con acuta percezione storica, il momento in cui il ronfante colonialismo crispino e savoiardo sta per lasciare il posto all’epopea di faccetta nera…». Protagonista è il maggiore dei carabinieri Aldo Morosini, ed i suoi fedeli collaboratori, il sottufficiale Barbagallo, il maresciallo De Sio e lo scium-basci indigeno Tesfaghì. Semplicemente Morosini che alla fine del volume così si congeda: «Non ce la faccio a considerarmi un cattivo ufficiale solo per quella scelta, che nella mia personale scala di valori assomigliava a un gesto di umana pietà». Non so perché ma se dovessi dare un volto al protagonista gli darei proprio quello del suo autore. Giorgio Ballario è di bell’aspetto, certo ed evidente, ma anche e soprattutto di sguardo limpido, pieno e sincero. E con un piglio malinconico. Di quella malinconia che è nel respiro del tempo e nelle epoche, nei ricordi e delle narrazioni. La scrittura è nelle sue mani a pieno titolo e dal suo se medesimo sgorga naturalmente senza artifici di sintetica bravura. Ma basta così. La parola passa, ora, proprio a loro, Giorgio Ballario [nella foto in basso a sinistra] e Nino Truglio della casa editrice Angolo Manzoni che si sono sottoposti ad un amichevole interrogatorio….

Giorgio, il prossimo 5 dicembre è una data importante, al di là dell’esito? Perché?

É il giorno in cui verrà consegnato il Premio Giorgio Scerbanenco, collegato al Noir Festival 2008 di Courmayeur, forse il più importante riconoscimento italiano per giallisti e autori noir. Morire è un attimo è stato selezionato fra i 100 romanzi che concorrevano al Premio e nel voto popolare si è piazzato al 13° posto su 100 con 386 voti. Essendo un esordiente, sono molto soddisfatto.

Come si costruisce un romanzo noir o giallo?

La classica domanda da un milione di dollari. So che ci sono molti autori che prima architettano la trama fin nei minimi dettagli e poi ci costruiscono sopra i personaggi. A me è successo un po’ il contrario: avevo in mente la trama, ma solo in maniera molto schematica, essenziale. E invece avevo in mente in modo più definito i personaggi principali e l’ambientazione in Eritrea. Quindi ho iniziato un po’ a tentoni, ho adattato la trama ai personaggi e fatto svariati aggiustamenti in corso d’opera.

Come hai affrontato nel romanzo il periodo del Colonialismo fascista, ancora oggi oggetto di discussioni controverse? Qualcuno ha detto che sei stato troppo “all’acqua di rose”….

Il tema è rimasto sullo sfondo del romanzo, per scelta. Non volevo scrivere un romanzo “sul” colonialismo, bensì ambientarlo nell’epoca del colonialismo. Per certi versi rappresentare la normalità, la quotidianità del fenomeno coloniale italiano. Anche se in un momento cruciale della storia, alla vigilia della guerra con l’Abissinia. Non era mia intenzione scrivere un’apologia del colonialismo, né criminalizzarlo con analisi a posteriori; caso mai provare a ricreare il microcosmo degli italiani che si erano trasferiti in Eritrea per i più svariati motivi: carriera militare, affari, desiderio d’avventura, disperazione, impegno di carattere religioso. Per dirla con una parolaccia, cercavo una “location” particolare, che desse un tocco di originalità alla storia “gialla”. E allora, cosa c’è di meglio del “nostro” Far-West, della nostra epopea della Frontiera, finita nel dimenticatoio della memoria nazionale soprattutto per ragioni politiche?

Spero non ti offenderai se ti dico che nel tuo romanzo ho ritrovato medesime sfumature ambientali di Notti e nebbie di Carlo Castellaneta e Carta bianca di Carlo Lucarelli. Una sorta di silenziosa malinconia velata tra le luci e le ombre dell’allora quotidianità. Forse esiste una sorta di fil rouge che caratterizza le ambientazioni narrative del Fascismo?

Offendermi? Stiamo parlando di grandi scrittori e di libri affascinanti, quindi l’accostamento è molto gradito. Il fil rouge di cui parli credo – ma è un’opinione del tutto personale – sia dovuto principalmente al periodo in cui si svolgono i due romanzi che hai citato, cioè quello della Repubblica Sociale italiana e della Guerra civile. In quel caso parlare di malinconia è ancora poco, vista la tragedia che si stava consumando. “Morire è un attimo”, invece, si svolge nel momento di massimo splendore del fascismo, l’epoca del consenso, dell’euforia collettiva per l’impero nascente, che poi si è rivelato una gloria effimera. Ecco, forse la vena di malinconia che hai ben colto nel protagonista, il maggiore Morosini, è più una caratteristica del personaggio che non una percezione collettiva di quegli anni.

Mi sembra di ravvisare nella narrativa italiana uno stile di scrittura gialla e noir che si differenzia profondamente dalla scuola americana o da quella d’ultima generazione svedese (Henning Mankell, Stieg Larsson). Si scorge, nella nostra produzione, una maggiore morbidezza, descrizioni ad ampio respiro, una crudezza elegante e non metallica o brutale come in altre letterature. Ne convieni?

Non so se esistano categorie stilistiche così rigide a seconda della nazionalità dello scrittore. Certo, anche la scuola americana più “nobile” fa dell’azione incalzante e dei dialoghi frenetici il suo punto forte; mentre un Mankell, per fare un esempio d’autore scandinavo, è molto più riflessivo e compassato, talvolta persino troppo… Secondo me la narrativa noir italiana, negli ultimi anni, ha prestato maggior attenzione alla psicologia dei personaggi e all’ambientazione sociale delle trame. Anche se, come si suol dire, non c’è nulla di nuovo sotto il sole: prendi un romanzo scritto da Scerbanenco negli anni Sessanta e lì c’è già tutto.

Quali gli ingredienti per un buon romanzo giallo? Che non ti faccia dormire la notte. Amore, morte…..

Amore, morte, sangue, mistero. Sono ingredienti indispensabili e comuni un po’ a tutti i generi legati all’investigazione. Personalmente non sono un grande amante del cosiddetto thriller di scuola anglosassone, che ha quasi l’ossessione del meccanismo perfetto, del susseguirsi di colpi di scena per tenere incollato il lettore alle pagine del libro. Dico sempre che se devo scegliere fra Simenon e Agata Christie, fra Maigret e Poirot, mi tengo il commissario francese per tutta la vita. Anche qui, questione di gusti personali: alle trame cervellotiche preferisco quelle semplici, talvolta persino banali, che però scaturiscono dalla vita reale. E che spesso celano insospettabili tragedie umane. In questo Simenon rimane un maestro ineguagliabile.

Assolutamente d’accordo. Ed allora quali i tuoi maestri e libri che consiglieresti per una sana lettura, magari notturna… Ed un pensiero sul “nostro” Giorgio Scerbanenco…

Come si è già capito, amo Simenon. E quindi consiglio sia la sterminata produzione legata al personaggio di Maigret, sia gli altri romanzi, che spesso sono veri capolavori del noir più cupo. Rimanendo in Francia, mi piacciono molto sia il genere “hard boiled” parigino di Leo Malét che i ritratti di provincia che escono dai libri di Pierre Magnan; in Spagna ho adorato il compianto Vazquez Montalbàn e apprezzo l’originalità di Alicia Gimenez Bartlett; fra gli scandinavi prediligo Mankell e suggerisco – a chi ancora non lo conosce – i gialli ateniesi di Petros Markaris. Andando nelle Americhe, fra i “latini” segnalo il cileno Roberto Ampuero e il cubano Leonardo Padura Fuentes; mentre tra gli statunitensi preferisco Michael Connelly, una specie di Chandler moderno. Scerbanenco rimane un modello per tutti coloro che si cimentano con il noir, ancora leggibilissimo a distanza di 40 anni. Ha iniziato a scrivere gialli quando non era ancora “fine”, anzi veniva considerato un genere di serie B. Eppure per capire l’Italia del boom economico è meglio rileggersi lo scrittore milanese piuttosto che tanti soloni che all’epoca andavano per la maggiore. E che oggi nessuno si sognerebbe più di ripubblicare.

Mi permetto di aggiungere Jorge Luis Borges, Jaques Futrelle, Arthur Conan Doyle, Edgar Wallace, Gaston Leroux, James C. Cain, Erica Ambler, Loriano Macchiavelli e Francesco Guccini, Santo Piazzese, Pietro Valpreda e Piero Colaprico… Per il futuro, cosa in cantiere?

Ho da poco finito un romanzo noir di tutt’altro genere rispetto a “Morire è un attimo”, contemporaneo, ambientato fra Italia e Grecia, per il quale sto ancora cercando un editore. E poi sto scrivendo una seconda indagine di Morosini nell’Africa orientale italiana.

A conclusione, numerosi ringraziamenti e una dedica del tuo libro preziosa e delicata a coloro che “sono andati avanti”…

A mia mamma Laura e mio fratello Enrico, che non ci sono più.

Nino Truglio è uno dei tre soci fondatori delle Edizioni Angolo Manzoni. Come e quando prende avvio la grande avventura di una editrice così variegata nel catalogo ed innovativa per la pubblicazione di libri a corpo 16 rivolta ad adulti e ragazzi con disabilità visive?

Edizioni Angolo Manzoni “nasce” quasi per partenogenesi (origine autonoma, sviluppo spontaneo, sdoppiamento, geminazione) da una libreria di Torino, L’Angolo Manzoni. Il libraio che la governava si era fatto dal nulla ed era cresciuto con la “fissa” (termine torinese poco dotto che indica fissazione) della lettura, iniziando con la compravendita di fumetti e mettendo su in circa vent’anni una delle più originali librerie di Torino. Ad un certo punto, decidendo di fare l’Editore (solo per provare l’effetto che fa), invita i migliori clienti/amici a stanziare una cifretta per stampare dei libri. Sei personaggi (forse perché  in cerca d’autore) aderiscono alla proposta e, in sette, si comincia l’avventura editoriale. Correva l’anno 1994. Dopo parecchie traversie, pensamenti e ripensamenti, restano tre persone a continuare la realizzazione di quell’idea inespressa. Abbiamo spostato tonnellate di libri, partecipato a centinaia di dibattiti e presentazioni, litigato in altrettante riunioni in cui si tentava di stabilire la linea editoriale… E adesso, dopo quasi 15 anni, panze un po’ più pronunciate con capigliature diradate ed incanutite, rimaniamo a faticare ma a goderci il piacere sopraffino di pubblicare bei libri come quelli di Giorgio nella città di Gobetti, Einaudi, Boringhieri, Bollati…

Un suo giudizio sul “nostro” Giorgio Ballario ed il suo “Morire è un attimo”?
Abbiamo pubblicato il libro di Giorgio perché Giorgio sembra da subito una brava persona (importante qualità per le nostre piccole dimensioni) che rispetta gli impegni e, a fiuto, è uno di quei soggetti per cui una stretta di mano vale carta bollata. Invece il libro Morire è un attimo è semplicemente BELLO. L’ambientazione della storia è originale, la scrittura precisa come un bisturi, la storia plausibile e a tratti divertente. E poi il fil rouge di Seneca è una trovata dotta e al tempo stesso emozionante.

Editoria italiana: pro e contro? E soprattutto quali le differenze tra grandi e piccoli editori e loro distribuzione?

Il tasto è dolente e picchia su un accordo che agli occhi di un microscopico editore come noi non può che suonare stonato e sgradito. Ci sarebbero molte riflessioni da fare in proposito, dalla scarsità numerica dei lettori in Italia alla qualità omologata della prosuzione editoriale. I piccoli librai chiudono e le catene, guidate dai grandi gruppi editoriali, propongono prodotti che hanno tutti lo stesso sapore, il medesimo odore (con qualche variante da deodorante per ambienti) e soprattutto nessun retrogusto. Non che siano di scarsa qualità, ma sembra che non abbiano anima come le produzioni industriali di serie. Niente in contrario, ma il patto dovrebbe essere, con onestà, quello di non suggestionare il lettore per fargli vedere sangue e lacrime dove c’è solo succo di pomodoro e acquetta. Per un piccolo editore la distribuzione è fatica e la difficoltà di entrare in libreria con i propri prodotti è infinita. I grandi hanno una propria distribuzione e possono imporre alle librerie pseudo indipendenti tutte le loro “uscite”. Possono inoltre pubblicizzare la loro produzione sui media cui spesso compartecipano a diverso titolo economico. I piccoli devono elemosinare, cappello in mano, la presenza delle loro fatiche in libreria e non possono nemmeno lontanamente ipotizzare una campagna pubblicitaria per nessun volume. I piccoli sperano che qualche libraio, o gruppo di persone, inneschi il processo di “passaparola” che fa la fortuna di un libro “minore”. E se ciò non accade, e il libro è della qualità di Morire è un attimo, il piccolo editore rischia di rosicarsi le braccia fino al gomito. Ma poi… E subito riprende / il viaggio / come / dopo il naufragio / un superstite / lupo di mare (Ungaretti). É anche questo il senso del velleitario divertimento che proviamo. Un cordiale saluto.

Grazie…

a cura di Susanna Dolci

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