Batman è morto. (Forse)

«Hanno ucciso l’Uomo ragno, chi sia stato non si sa. Forse quelli della mala, forse la pubblicità». Era il 1992, e Max Pezzali dava così un senso al crollo dei miti e delle certezze che investiva i giovani della fine degli anni ’80 e dei primi anni ’90. Cadeva il muro di Berlino, veniva disintegrata la Prima Repubblica, moriva persino Spiderman e «non si sa neanche il perché, avrà fatto qualche sgarro a qualche industria di caffé». Passano gli anni, viene l’11 settembre e la crisi finanziaria. I supereroi finiscono per morire davvero. E’ accaduto pochi giorni fa a Batman, ad esempio. Il mitico uomo pipistrello ci ha lasciato (forse…).

La notizia si rincorreva nei media da giorni, artatamente fatta circolare in mille varianti, la più accattivante delle quali prevedeva che la mano assassina fosse quella del “chiacchierato” sodale Robin. Subito scatenati i bookmaker: l’uccisione dell’eroe di Gotham da parte del fido compagno in calzamaglia rossa, gialla e verde era data a 5, quella per mano di Joker a 4, il ritiro volontario dalle scene a 2. E’ stato invece un incidente aereo a sancire la fine del cavaliere oscuro. Nell’ultimo numero del fumetto, il 681 (“Batman R.I.P.”), Batman è alle prese con “Black Glove”, ultimo di una interminabile serie di nemici che ha preso d’assalto la villa di Bruce Wayne e distrutto la BatCaverna. Quando però l’elicottero dell’eroe si schianta a terra, c’è ben poco da fare. Apparentemente, perché la modalità scelta per la dipartita lascia intendere che un ritorno in scena del pipistrello sia tutt’altro che impossibile. Un po’ come accadde a Superman, ucciso nel 1992 dall’alieno Doomsday ma tornato in vita nelle serie successive. Anche Capitan America, del resto, fu colpito a morte da un cecchino nelle strade di New York.

Anche i supereroi muoiono, insomma. C’è da credere che per i semplici uomini le cose si mettano davvero male, allora. Provaci tu a tirare avanti la carretta, ad arrivare alla fine del mese, a schivare le minacce terroristiche e proteggerti dal riscaldamento globale se anche Batman soccombe alle forze nemiche soverchianti. La scoperta della dimensione della fragilità anche nell’universo tutto muscoli, superpoteri e decisioni irrevocabili dei personaggi di Marvel e Dc Comics ha del resto tutta una sua storia. Vedi a questo proposito i famosi “supereroi con superproblemi” creati da Stan Lee e Jack Kirby a partire dagli anni sessanta. E certo questa caratterizzazione ben si confà alla personalità e al carattere della gioventù postmoderna, che ha sete di miti, non di favole, che cerca un senso, non una certezza consolatoria. Non è vero che oggi il mondo non abbia bisogno di eroi. Ne ha, invece, più che mai. Solo che anche l’eroe ha bisogno di una sua credibilità. L’epoca delle storie piatte, moralmente definite in modo monolitico, con il Bene luminoso e vincente da una parte e il Male oscuro e sconfitto dall’altra è terminato. Non si può continuare a parlare ai ragazzi dell’epoca liquida il linguaggio della Guerra Fredda. Bisogna dargli dei miti, ma che abbiano uno spessore e una personalità, che salvino ancora il mondo, ma in una missione che ha il sapore acre della tragedia, in un’epica che scardina i riferimenti usuali. Proprio Batman sembra allora essere l’eroe che fa al caso nostro.

Altro che Superman, il collega buonista e mezzo sbirro, quello che se la fa con i potenti, che è applaudito dalle folle. Il bravo cittadino americano in salsa superomistica, insomma. Oddio, anche l’eroe di Metropolis non nasce propriamente con questa caratterizzazione istituzionale. Come ha fatto notare Alessandro Di Nocera, infatti, nel momento del suo esordio sulle scene «l’Uomo d’Acciaio non nasconde alcun simbolismo recondito […]. Superman non rappresenta affatto, come è stato detto, la “dimensione interiore” del cittadino americano […] e nemmeno lo “spirito di forza” della factory o della macchina bellica statunitense. Si tratta di osservazioni superficiali, di carattere esteriore, sorte a posteriori, secondo chiavi di lettura collegate al personaggio in modo incidentale. La creatura di Siegel e Shuster è, nei suoi semplici e fondamentali attributi, la naturale evoluzione dei vari tipi di superuomo scaturiti dalle pagine degli scrittori popolari dell’Ottocento e dei primi del Novecento» (Supereroi e superpoteri, Castelvecchi, Roma 2006, pp. 393, 20€). Che, tuttavia, con gli anni l’alter ego di Clark Kent abbia finito per interiorizzare il messaggio autoassolutorio a stelle e strisce appare evidente.

Batman no. Batman è nero, dentro e fuori. La gente ne ha bisogno, ma ne ha allo stesso tempo timore. I volti di Joker e dell’uomo pipistrello si confondono, nei pastoni confusionari dei tg. Chi è il buono, chi è il cattivo? Bruce Wayne, decisamente, non è un granché come Pr di se stesso. La distanza da Superman non potrebbe essere più ampia. Clark Kent è figlio di un’America contadina ma liberal, ottimista, dove la mattina si fa colazione con sorrisi e buoni sentimenti. Batman agisce per vendetta, per placare la sete innominabile di una giustizia che va al di là delle procedure e che non verrà ricompensata. Il genio di Franck Miller metterà i due eroi a confronto in Il ritorno del cavaliere oscuro. Qui un Bruce Wayne invecchiato e inacidito si decide a riprendere il costume da pipistrello nonostante un’ordinanza governativa proibisca l’attività dei supereroi. Ecco allora intervenire un Superman ormai asservito al potere per dissuadere il collega da folli propositi. Finirà male, per l’uomo di Metropolis. Che oltre a prenderle di santa ragione si sentirà sputare in faccia l’amara verità: «Ci hai svenduti, Clark. Hai dato a loro il potere che avrebbe dovuto essere nostro. Proprio come i tuoi genitori ti hanno insegnato. I miei genitori mi hanno dato una lezione diversa. Per terra, in mezzo al sangue. Tremando e scuotendosi nell’agonia. Morendo senza un motivo».

E’ così, Batman. Non le manda a dire. Fa ciò che deve essere fatto, ma non vuole medaglie. Quando arrivano i giornalisti lui è già volato via. Magari diranno che a sgominare i cattivi è stato qualcun altro. Magari diranno che lui era un complice dei malviventi. Ma che importa? La vita di un cavaliere oscuro è tragica, non c’è posto per i flash dei fotografi. Il volto perennemente spaesato di Michael Keaton nel Batman di Tim Burton rende bene l’idea. Ma anche l’ultimo avatar del supereroe, quello che ha il volto di Christian Bale, mette bene in luce l’ambiguità morale ed esistenziale del personaggio. Lo stesso Joker – ormai reso immortale dalla delirante e cattivissima performance del compianto Heath Ledger – appare come una figura che è quasi più di un semplice villain. E’ un’altra metà della sua anima. E’ cattivo dove Batman è buono (forse), è sorridente dove lui è serio. Nella versione di Burton è proprio Joker – interpretato da un Jack Nicholson particolarmente a suo agio nella parte – ad uccidere i genitori di un Bruce ancora bambino e convinto della bontà del mondo. In un certo senso, quindi, è Joker il vero padre di Batman. E’ lui che l’ha generato, rompendo l’incantesimo di una realtà fatata come può essere quella che circonda un bambino miliardario. Il male, insomma è all’origine del bene. E allora non scandalizziamoci se il bene può morire, così, senza un perché. Il colpevole? Forse quelli della mala. Forse la pubblicità.

Adriano Scianca

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