Non ci resta che ridere! /2

Dov’eravamo rimasti? Ah, sì! La sinistra non sa ridere… Il bello è che non perde occasione per ribadire la sua nota idiosincrasia a tutto ciò che solo, anche lievemente, smuova una cellula del sorriso… Prendiamo il caso del commento di Silvio Berlusconi sull’elezione di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti: «Bello, giovane e abbronzato». Sul bello e giovane nessuno ha battuto ciglio ma sull’abbronzato – mon Dieu! – si sono scatenati i fulmini del benpensierismo mancino. «Ah! Eccolo là: il razzista che allude al colore della pelle con una delle sue solite battute triviali…». Ora, a parte il fatto che nessuno si è mai offeso all’altrui osservazione riguardo la propria abbronzatura che, anzi, è normalmente presa come un complimento, ammettiamo pure che quella di Berlusconi sia un’allusione al colore della pelle di Obama: che male c’è ad usare un’allegoria (“abbronzato” invece che “nero”) per connotare un dato evidente che, anzi, è uno dei fattori sul quale la sinistra stessa ha spinto per segnalare la discontinuità con le precedenti gestioni della Casa Bianca e coltivare le speranze di un rinnovamento di politica globale? Il male – ma loro non lo ammetteranno mai – è che dire ad un nero che è abbronzato fa sorridere. E fa sorridere non perché contenga pregiudizi razziali ma perché sovverte con la leva pirandelliana del “sentimento del contrario” l’avvertito luogo comune secondo cui ad essere “abbronzato come un negro” deve essere solo un bianco… Ma – diciamolo francamente – più della battuta del Presidente del consiglio, a far ridere sono soprattutto loro, gli agelasti, i radical troppo chic per potersi permettere il cenno di un sorriso… Gli agelasti – lo spiega molto bene Milan Kundera nel suo Il sipario (2005)sono gli esasperati che nutrono un «dissenso viscerale nei confronti della non serietà; l’indignazione per lo scandalo di una risata fuori luogo (…) infatti gli agelasti tendono a vedere in ogni scherzo [e, quindi, nel sorriso che lo scherzo, se riuscito, provoca… ndr] un sacrilegio».

I nuovi agelasti, molto probabilmente, ignorano, o non ricordano più, che un Bergson considerava il riso un modo di rifiuto dei meccanismi e degli schemi automaticamente repressivi dell’esistenza, affermandone le capacità di slancio verso forme nuove di adattamento alla vita; che un Freud elevava il motto di spirito a fattore generante di nuovi piaceri liberandoli da repressioni e rimozioni; che le Avanguardie storiche fecero leva sul “comico” per disfarsi dei legami con la tradizione e con i luoghi comuni dell’arte borghese; che in Controdolore (1913), Aldo Palazzeschi descrive l’immagine di un mondo votato al gioco e al riso; che con l’Antologia dello humor nero (1939), Breton, e con lui i surrealisti, rivendicava per l’umorismo il ruolo di radicale contestatore dei valori umanistici del classico passatismo; che il Dadaismo affermava il valore del riso come rifiuto della realtà alienata, strada privilegiata per realizzare quella “tabula rasa” che, nelle loro intenzioni (Tristan Tzara dixit), era premessa necessaria per creare qualcosa di “assolutamente nuovo”… A queste radici culturali, che pure, un tempo dicevano proprie, oggi, gli agelasti di sinistra, preferiscono l’aureo detto di Carla Bruni, la first lady transalpina, che si pronuncia «felice…», causa le improvvide (per lei) esternazioni di Silvio Berlusconi, «…di aver rinunciato alla cittadinanza italiana». Beh! Contenta lei, contenti tutti… Soprattutto gli italiani.

A voler essere buoni con loro, e anche per rialzare i toni della quaestio, dopo la caduta nel Bruni pensiero, potremmo far risalire questa disputa del riso popolare contro l’agelastia fin troppo snob dei comunisti-mai-stati-comunisti e dei comunisti di ritorno, alla controversia fra Pirandello e Croce, conseguente al saggio L’umorismo pubblicato nel 1908 dal siciliano.

Per Pirandello, lo sappiamo bene: «L’Umorismo ha bisogno del più vivace, libero, spontaneo e immediato movimento della lingua, movimento che si può avere sol quando la forma a volta a volta si crea. Ora la retorica insegnava, non a crear la forma ma ad imitarla, a comporla esteriormente (…) E l’umorismo lo troveremo – lo ripeto – nelle espressioni dialettali, nella poesia macaronica e negli scrittori ribelli alla retorica». Mentre per Croce, lo sappiamo altrettanto bene, la creazione artistica deve attenersi alla catalogatoria estetica da lui stesso medesimo messa a punto: ciò che è dentro le sue categorie è arte, ciò che è fuori non lo è. E siccome l’umorismo non era compreso nelle sue categorie, non poteva (in assoluto, senza nessun “secondo lui”) assurgere ai fasti del fatto artistico…

Con l’arbitrarietà che mi assegno di trasportare gli assunti riferiti dalla letteratura alla politica, annoto: il politico pirandelliano ammette l’umorismo nella prassi della sua attività oratoria (ma non solo), il politico crociano, invece, no; il pirandelliano è votato a “crear la forma” con le sue locuzioni sorgive per spontaneità, laddove il politico crociano è indotto a “imitare” quelle che la sua tradizione politica gli ha insegnato; il politico pirandelliano è un “ribelle” alla retorica, il crociano si attiene alle “categorie” retoriche che il classicismo della sua formazione gli ha tramandato. In fondo, il famoso detto del noto pensatore toscano Roberto Benigni, secondo cui: «Se i comici si mettono a fare politica e i politici i comici, stiamo freschi…», non risponde alla logica delle prescrizioni crociane? Separare, separare: il serio di qua, lo humor di là; la politica di su, l’impolitico di giù; la rivoluzione a sinistra, la reazione a destra. Puttanate moderne, insomma…

Putacaso, e per fortuna, siamo in piena postmodernità. Ora, fra le tante cose che il postmoderno ha prodotto vi è il fatto che le vecchie categorie non funzionano più come interpretazioni immediate della realtà. Le sue (della modernità) definizioni, sono venute vivaddio a mancare per il crollo del vecchio principio di contraddizione dualistico. Per esempio: in borgata si vota a destra, ai Parioli mi sa che no o, almeno, non più tanto come prima; il radioso sol dell’avvenire è alle nostre spalle e davanti, invece e forse, c’abbiamo il tramonto del capitalismo; Carla Bruni è la moglie di monsieur le Président Sarkozy ma fa pure la pubblicità per la Lancia e, all’occorrenza, la cantante; Benigni è un comico ma è pure un grande interprete della Commedia che tanto comica non è… E, allora: come la mettiamo?

Mettiamola così: noi pirandelliani siamo tutti belli, giovani e abbronzati…

miro renzaglia

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