Ikea… Che idea!

«Come si chiama la tua libreria?». Osservo non senza inquietudine la domanda che campeggia come un guanto di sfida sul display del cellulare. Altro che Edipo e la Sfinge. L’amica che mi ha mandato l’sms è in pieno trip da arredomania e non resiste alla tentazione di condividere la sua – e non solo sua – passione, scambiando pareri su armadi, comodini e lampade. Il problema è che per me sapere il nome della libreria è un po’ come conoscere il segno zodiacale del rubinetto o il gruppo musicale preferito dalla teiera.

Incomprensioni che segnano il limite di un impossibile dialogo fra due specie umane ormai definitivamente e irrimediabilmente separate tra loro: gli abitanti del mondo reale e quelli del mondo Ikea. Un universo parallelo, quest’ultimo, che appare in clamorosa e inarrestabile espansione, soprattutto tra i giovani. A sentire internet, il catalogo dell’azienda svedese sarebbe la pubblicazione a più alta tiratura al mondo dopo la Bibbia, con qualcosa come 190 milioni di copie distribuite in 27 lingue per 35 paesi. Un testo che per molti finisce per essere una lettura obbligata, il vero must della letteratura postmoderna. «Alla bella stagione – scriveva tempo fa Luca Doninelli sul Giornale – non bastano più la rondine sotto il tetto o le gèmmule d’oro sul fico e sul moro. Il suo arrivo ufficiale ha un nuovo araldo: il piccolo catalogo Ikea, quello con la collezione primavera-estate. È il catalogo delle promesse, una prima sbirciatina molto primaverile sul mondo che solo il nuovo, grande catalogo ci spalancherà, a tempo debito».

Già perché una delle cose che capisci subito, quando hai a che fare con il mondo Ikea, è che non si tratta di un semplice negozio di mobili. Non è così che si presenta, non è così che lo interpretano i suoi tanti adepti. Si tratta, piuttosto, di una sorta di filosofia di vita, qualcosa del tipo “lo zen e l’arte di montare una cassettiera”. Come nelle “Cronache di Narnia”, dentro l’armadio si spalanca un mondo nuovo. I suoi aficionados prendono il tutto terribilmente sul serio. Anche il sito ufficiale dell’azienda tende del resto a smontare ogni velleità dissacrante. In rete è già una celebrità Anna, l’assistente virtuale che ti guida alla scoperta dell’arredamento che meglio si confà alle tue esigenze. Niente più di un programma, insomma, ma con una capacità di interazione piuttosto avanzata, seppur con gli inevitabili inconvenienti di chi comunichi con un semplice algoritmo. La cosa interessante è che quando non resisti e viene fuori il monello che è in te, cedendo al gusto infantile di porre ridacchiando domande surreali, Anna non si scompone e ti ricorda il vero motivo per cui sei lì. Le chiedi se è sposata e ti risponde: «Sono sposata con il mio lavoro. Quindi fammi una domanda su Ikea, per favore». Deluso per aver visto andare in pezzi il tuo sogno d’amore la insulti, ma lei non fa una piega: «Preferisco ignorare questo genere di commenti. Parliamo di Ikea invece!». Nulla da fare, ha vinto lei.

Disavventure della comunicazione virtuale a parte, un giro per i giganteschi punti vendita della catena svedese appare illuminante. E certo ti fa sorgere parecchie domande. L’origine della dimensione del costruire, diceva Heidegger, sta nell’abitare. E l’arredare, non c’è dubbio, altro non è che il passaggio intermedio tra le due fasi. C’è da chiedersi allora quale sia la concezione dell’abitare che sorregge le fortune dell’azienda fondata sessanta anni fa da Ingvar Kamprad. E si scopre che alla base di tutto c’è un concetto semplice semplice: il risparmio. Ikea è in effetti la dimensione abitativa dell’epoca del precariato a tempo indeterminato, della fine del mese come orizzonte economico agognato, dell’affitto a dimensione di cravattaro. Il marchio nordico finisce per abbellire a poco prezzo una casa che è divenuta un bene di lusso e che per questo non è più il fondamento di un progetto di vita, è qualcosa che non è mai come la vorremmo veramente, che non è inserita in una catena di generazioni e in un paesaggio urbano armonico. Ecco allora che la mobilia asettica dai nomi scandinavi sembra paradossalmente ridare un senso a ciò che sembrava non averne. Ikea arreda le nostre frustrazioni. Ovviamente sulla politica del risparmio, l’azienda ha costruito la propria immagine. A cominciare dallo stesso Kamprard, il fondatore, che nonostante disponga di un patrimonio personale stimato in quasi 20 miliardi di euro conduce la sua vita da pensionato svedese andando per bancarelle alla ricerca del prezzo migliore per la frutta, guidando macchine scassate e volando low cost. Leggende metropolitane, forse, che del resto fanno il paio con altre molto più sulfuree che riguardano la sua biografia e la gestione dell’azienda stessa.

Ma c’è di più. Ikea è in effetti uno degli ultimi baluardi della globalizzazione “classica”, quella in auge verso la fine degli anni ’90 e basata sull’utopia del mondo ad una dimensione. I bassi prezzi della casa svedese derivano infatti anche dai grandi numeri: lo stesso tavolino in tutto il mondo. Un tipico prodotto di quello che Benjamin Barber chiamò il McWorld. Un’idea entrata presto in crisi per il continuo riemergere dei fattori religiosi, etnici, culturali, per l’11 settembre e ora per la crisi finanziaria. Ma che pure resiste arroccata dietro a un fortino composto da librerie e armadi quattro stagioni. Il modello unico, per di più, deve necessariamente avere connotazioni eminentemente politically correct. Nell’articolo citato, Luca Doninelli lo spiegava bene, dando un’occhiata ai modelli familiari proposti nel catalogo: «La prima cucina, alle pagine 8 e 9, ci presenta una famiglia composta da un papà, i suoi due bambini e una donna di diversa origine etnica. I bambini pasticciano qualcosa, sembra, con delle uova. Il papà è di spalle e sta consultando un libro di ricette: segno che sarà lui a cucinare. All’Ikea, sempre all’avanguardia del politically correct, sono più spesso gli uomini alle prese con i fornelli. Quanto alla donna, che non può essere la madre dei ragazzini, se ne sta seduta al tavolo a leggere il giornale: non è, dunque, né una baby-sitter né una colf, bensì – si presume – la seconda moglie dell’uomo. Proseguendo, dopo aver ammirato una cucina in cui quattro ragazzi compiono azioni diverse (uno sbatte le uova, uno sta al computer, due parlano di cose serie, a significare che in cucina si fa tutto), incontriamo un’altra cucina di dimensioni più ridotte, in cui un gay – la posa è inequivocabile – pranza da solo in piedi, ma è contento, perché qualcuno ha scritto con un gessetto sull’antina una frase carina, con un cuore al posto della firma».

E così via, fornendo la versione disneyana di tutti i possibili modelli diversamente normali di famiglia. Tutto bello. Tutto buono. Tutto piddì. Il tutto a partire da un’idea svirilizzante e ginecocratica dell’esistenza, in cui il comprare all’Ikea assume una centralità metafisica superata solo da un altro must della coppia contemporanea: la visita domenicale all’Ikea. Che può ben prescindere dal progetto di voler fare un qualsivoglia acquisto. E’ il grado zero del senso. C’è di che preoccuparsi. Ne dovrò parlare con la mia libreria.

Adriano Scianca

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks