Ghiaccio nero…

Canguri rock’n roll

È uscito in questi giorni in pompa magna il nuovo album della storica band rock ‘n roll australiana AC/DC Black Ice (Sony/BMG, 55:37 min). A distanza di otto anni dal precedente lavoro in studio Stiff upper lip i canguri tornano a saltare sul palco e a scuotere giovani e meno giovani.

Sì perché si tratta di un gruppo che piace davvero a moltissime persone, nel corso di più di trent’anni di carriera hanno venduto qualcosa come 200 milioni di dischi e il loro storico album del ritorno, Back in Black, è il secondo disco più venduto di sempre dopo Thriller di Michael Jackson. Insieme a Led Zeppelin, Who e Black Sabbath sono tra gli indiscussi grandi vecchi del Rock duro. Insomma una carriera di tutto rispetto.

Il gruppo si forma nel 1973 per iniziativa dei fratelli Malcom Young e del più giovane Angus e trova una formazione stabile con l’arrivo alla voce dello storico cantante Bon Scott, dalla timbrica roca e caldissima. Lo stile che li contraddistingue è un rock ‘n roll grezzo ed energetico, scattante e divertente, che alterna boogie a ritmiche più serrate e a qualche blues più tranquillo. I primi album sono già entrati nella storia del Rock duro: High Voltage (1974), TNT (1975), Dirty Deeds Done Dirt Cheap (1976). Uno stile inconfondibile e sempre fedele e uguale a se stesso. Gli AC/DC sono infatti una band che ha fatto della rigida fedeltà al proprio suono un motivo di orgoglio. Un qualsiasi album loro sarà molto simile a quelli successivi, questo non per incapacità o poca fantasia, ma perché questo è il marchio di fabbrica ed è così che deve suonare un disco AC/DC – diversamente sarebbe un’altra cosa. Piaccia o meno, da quando i giovani virgulti scelsero il nome corrente alternata/corrente continua, è stato tutto un susseguirsi di successi.

Ad aiutare c’è stata senza dubbio la presenza scenica del funambolico Angus Young, considerato a buon diritto uno dei chitarristi migliori del Rock, che con la sua tenuta da scolaretto ha creato una vera e propria icona della musica dura e ribelle. L’immaginario che trasmettono i live degli AC/DC, dagli inizi a oggi, è molto diretto e grezzo, stradaiolo, eppure indubbiamente efficace. Tra canzoni su belle donne, grandi bevute e scazzottate, sul palco c’è sempre questo ragazzetto pestifero con la sua Gibson “diavoletto” che si dimena come un ossesso. Non vuole proprio sentire prediche da professori e genitori, è il vero “problem child” della canzone omonima del ’76, quel briccone con la fionda in stile Bart Simspon che sconfigge la noia alzando il volume della chitarra. Una sorta di ribellione all’istituto scolastico di cui Foucault ha criticato gli scopi normalizzanti.

httpv://www.youtube.com/watch?v=bX2xbqWtyJU
(AC/DC, Ice Black, Official Video)

Il grande Angus, un ometto dalla faccia buffa, si è ispirato allo stile chitarristico di Chuck Barry e il suo balletto saltellante sul palco è universalmente noto e oggetto di continue imitazioni più o meno riuscite. Comunque sia, è proprio lo studente con le corna da diavoletto ad aver reso famosa l’immagine spartana e trasandata della band australiana. Spettacoli ad alto tasso alcolico e adrenalinico dunque, eccessi che costeranno la vita al cantante Bon Scott nel 1980. Dopo lo straordinario Highway to Hell (1979), un’altra pietra miliare del genere, la cui title track è stata coverizzata in tutte le salse, è allora il turno di Back in Black (1980), definito dagli esperti un «classico immortale da Guinness dei Primati» con oltre 40 milioni di copie vendute.

Questo è l’album di un ritorno sofferto, che vede alla voce Brian Johnson con la sua voce roca e acuta, e segna anche l’apice del successo per il gruppo. L’America diventa così un mercato assolutamente ricettivo per il Rock grezzo dei canguri, i quali iniziano ad utilizzare coreografie sempre più spettacolari nei loro live. Nel 1992 si esibiscono al Monsters of Rock festival di Donington, in uno spettacolo che merita di essere visto almeno una volta nella vita. Il repertorio delle canzoni è un susseguirsi di grandi successi e perle nere del Rock più puro e verace. Energia nel vero senso della parola sprizzano dall’inizio alla fine i cinque musicisti di fronte a un pubblico immenso, che sostiene i nostri cantando a squarcia gola ogni canzone. Gli anni seguenti vedono l’uscita di album che conservano fedelmente la forma musicale del passato, Fly on the Wall (1985), il fortunato The razor’s edge (1990) fino al grandioso Ballbreaker (1995). I testi hanno sempre oscillato tra storie di sesso e belle donne a grandi bevute in bar malfamati fino a quelli più ironici e strafottenti. Il “Ballbreaker” della canzone è, evidentemente, lo scolaretto pestifero Angus.

Arriviamo poi ai giorni nostri con l’uscita del “ghiaccio nero” datato 2008, album di 15 tracce di puro hard rock and blues senza compromessi né modernismi. È ben difficile sentire tastiere o strane commistioni in album Metal o Rock e con gli AC/DC questo rischio non lo si corre di sicuro. «Noi non siamo una band che ha bisogno di fare un disco e un tour ogni tot anni per restare a galla – assicura Brian Johnson -, quindi abbiamo preferito lasciar passare il tempo fino a che non abbiamo sentito il richiamo del rock ‘n roll, al punto che non potevamo più aspettare oltre. In questo modo le canzoni sono nate nel più naturale dei modi, piene di ispirazione e cariche di energia». Certo lo stile musicale e la relativa ripetitività dei nostri possono far storcere il naso a più di un ascoltatore moderno, abituato ai cambi d’immagine e di “sound” dei suoi beniamini pur di seguire le mode; ma il mondo del Rock duro e del Metal male accetta i compromessi e i “dinosauri” del Rock difficilmente scelgono di snaturarsi pur di vendere qualche copia in più.

Qui non è questione di soldi né di look, sembrano dirci, si tratta invece di semplice rock ‘n roll per chi ha ritmo nel sangue e voglia di divertirsi al ritmo veloce di chitarre distorte. Quindi il nuovo album rispetta i canoni musicali del passato: giri blues di chitarre distorte, voce roca e alcolica, ritmiche essenziali. Black Ice è in fondo un inno all’autenticità, alla bellezza di essere se stessi fino in fondo, fregandosene delle etichette e delle mode, danzando gioiosi come nietzscheane stelle del mattino.

Francesco Boco

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