Dissertazioni a fil di muro

“Nun ce provà!”, lo aveva pure avvertito: “Nun zompa’ Remolu’, guarda che nun scherzo”.

“Ma che, dichi a me?”, rispose sfrontato.

“No, dico a tutti” provò a svicolare – conciliante – il fratello.

“Aquell’omo, ma che gnente gnente è ‘na sfida?”

“No, Remu’, è solo n’avvertimento”.

“Anvedi, ahò” fece allora quel boiaccia saltando a piedi pari sul muro e facendo rotolare giù i primi massi – ancora freschi di calce – che lui aveva appena messo: “Ma che ‘nce se pò manco entrà?”

“E certo che ce se po’ entrà, ma pe’ la porta!”

Marte e Rea Silvia (Sarcofago, Museo Laterano di Roma)

Ora è a tutti evidente che quando Romolo alzò il suo muro e disse: “Questo è il mio muro e al di là di esso mi accingo a costruire Roma e pertanto giuro davanti a Dio che chiunque lo scavalchi, fosse pure mio fratello, io lo ammazzo”, non era un barbaro assassino – un prepotente – che attentava alla pace universale e al vivere civile. Compa’, se quello non faceva Roma, tu la tua civiltà non ce l’avevi ancora adesso: questa nasce e poggia su quel muro e – se quel muro non fosse stato eretto – tu ancora stavi sulle liane. Al Capitolium, a Wall Street e alla Casa Bianca ci scorrazzerebbero i bisonti coi Sioux appresso.

Il barbaro vero è stato quel buzzurro del fratello. Il burino. Quello era laziale dalla nascita – che era avvenuta a Albano, dalle parti dei Castelli – e già la prima volta che aveva solo sentito “Roma”, gli era partita via la brocca.

Dice: “Ma non era laziale ossia di Albano anche Romolo, visto che i due erano gemelli? La madre li avrà fatti nello stesso posto, mica che uno le esce a Milano e l’altro a Canicattì”. Non c’entra. Romolo era sì nato lì, ma è stato laziale, albanese (di Albano), burino e castellano fin che non ha fatto il muro. Ma una volta che ha tirato su quel muro, è stato come il bacio al rospo della principessa. E’ un rito iniziatico e di passaggio: tu rinasci di nuovo, cambi status, sei un’altra cosa; non sei più quello di prima, sei un uomo-nuovo e – nello specifico – per l’appunto “romano”. Ahò, l’ha fatta lui. L’ha fatta apposta, per erigere una “civiltà”. Sennò stavamo ancora a pascolare gli abbacchietti sui Castelli.

E’ stato poi Remo che non se ne è dato per inteso e ha voluto a tutti i costi fare il prepotente. Non gli piaceva Roma? E vatti a fare Rema da un’altra parte, resta a Albano, va’ all’Ariccia va’ a Genzano. “Fa’ quello che ti pare fra’,” pare gli abbia proprio detto Romolo, “chi ti obbliga a stare qua? Salute e pace”. No, mi devi impedire a me – e con la buona grazia della tua pecorara prepotenza – a fare quello che mi pare a me? Ma tu sei scemo: “E certo che ce se poteva entrà”, pare abbia riaffermato Romolo mentre, con un ciuffo d’erba, ripuliva dal sangue la sua spada: “Ma solo per le porte, te possin’ammazzà! Te l’ero fatte apposta e mo’, fratello mio, ce passerà sortanto quell’animaccia tua cerula e candida” (caerulus viene normalmente inteso come “azzurro” – o addirittura “verde cupo” – dagli autori più tardi come Catullo, Orazio, Virgilio, Ovidio e anche Lucrezio. Ma è un fatto che esso appaia per la prima volta in assoluto, in Ennio, alla fine del III secolo avanti Cristo – in tempi quindi ancora abbastanza vicini alla fondazione e alle Origini, quando cioè questa triste ma gloriosa storia era appena successa per davvero e a Ennio, si può dire, gliela raccontavano ancora calda calda in friggitoria la sera all’Argiletum – quando si canta e si narra l’annunciazione a Rea Silvia del prossimo concepimento, ad opera del dio Marte, dei due disgraziatissimi ma fatidici gemelli: “Ad caeli caerula templa“, Annales, fr. 22 (I, 49)1. Essendo quindi riferito ai templi che stanno in cielo – templi che si presumono dai grandi muri bianchi di marmo, ma più che circonfusi dall’azzurro del cielo circostante e dalle nuvole – il colore caerulus-a-um va inequivocabilmente identificato ai tempi delle origines nell’horribilis mistura di colori “bianco-celeste” e non se ne parli più). Ha avuto quel che meritava, quel che i fati da sempre gli destinavano. Poteva resta’ a Frascati, sto burino attaccabrighe. Dice: “Ma tu non sei di Latina? Non siete quindi burini anche voi?”. Fermati! Non bestemmiare! Latina l’ha fondata il Duce. Ma l’ha fondata nel segno di Roma (cfr. Emilio Gentile2). Mica della Lazio.

E’ dai muri quindi che nasce e poggia la civiltà e la civilizzazione. Erigere un muro non è un segno di guerra ma – al contrario – è un supremo segno di pace: “Io sto di qua e non rompo le scatole a te, tu stai di là e fai altrettanto con me: fin che tiro su mattoni, tu puoi vivere tranquillo”.

E’ quando la gente li butta giù, i muri, che allora ti devi preoccupare: “Ohi, fra': qua non si sa più quello che è mio e quello che è tuo, qua finisce che questo vuole tutto, qua bisogna litigare”.

E’ buttarli giù che è un segno di guerra, non l’erigerli. L’erigerli è un segno di pace (sempre se li erigi sul tuo naturalmente, perché se invece vai sulla roba di un altro è un po’ diverso).

E’ lo stesso discorso del limes e del limen.

Il limes-limitis è il confine, il limite, più propriamente la striscia di terra non coltivata che delimita due campi – diqquà sta il grano mio e dillà sta il tuo – e poi proprio “la pietra” (a proposito di muri) che abbiamo utilizzato per “segnarlo” quel confine, pietra che diventa altare perché il giorno che l’abbiamo “segnata” vi abbiamo anche immolato sacrifici agli dei, chiamandoli a testimoni delle nostre reciproche promesse di non violarla e, violandola, violare la nostra pace. Com’è difatti, in origine, che nasce il confine?

C’è sempre un preciso, matematico e inderogabile rapporto tra un determinato territorio, le risorse di cui dispone e la popolazione a cui consente di sopravvivere: quelli e non uno di più. Se tu entri nel mio territorio di caccia e ti metti ad ammazzare la selvaggina, tu pregiudichi la sopravvivenza mia e della mia famiglia, dei miei figli e della tribù – la levi a loro quella selvaggina, gliela levi proprio dalla bocca – ed io sono costretto per forza a tentare di scannarti. O te o i miei figli. Non ho altra scelta. Vuoi stare in pace con me? Stai al di là del confine. Caccia nel tuo. Ed io caccerò nel mio.

A quella pietra, poi, di guardia c’è proprio il dio Terminus (termine, limite, confine), che è però anche lo stesso di Stazione Termini, ossia il centro e la cerniera massima di ogni passaggio, scambio, traffico e comunicazione.

Dice: “Sì vabbe’, ma solo a Roma pagana però c’era questo dio Terminus, mica anche in tutti gli altri posti”. Eh, no: in tutti gli altri posti c’era e c’è comunque sempre un altro dio o antenato che fa la stessa medesima cosa, ovvero guarda e protegge dal supremo dei cieli – in caeli caerula templa – la sacralità del confine e, così facendo, protegge la pace: se qualcuno lo viola a tua insaputa, lui lo fulmina all’istante, o almeno così speriamo tutti ardentemente. Del resto Veltroni non tentò pure di sostituirlo il dio Terminus nostro a piazza dei Cinquecento – proprio davanti ai massicci resti in opus quadratum del sacro muro di Servio – con Giovanni Paolo II? Poi dice perché abbiamo perso. Va’ a sfida’ gli dei (e magari aricandida Rutelli. Con la moglie. Poi stai bene a dire che quell’altro è fascista. “Tutto ‘nze po’ ave’ dalla vita”, dice il mio barbiere: “Meglio un fascio che nantra volta Cicciobello”). Il limes in latino è naturalmente un “confine fortificato, frontiera, baluardo, bastione” (ossia roba di muri), ma anche solo “differenza” (“quaedam perquam tenui limite – da una sottilissima differenza – dividuntur“, Quintiliano) e pure “venatura di una pietra” (e sempre ai muri torniamo), “scia luminosa” di cometa o di stella cadente, e “alveo di fiume”, “corso, rotta, linea, direttrice, traccia” e soprattutto “strada, via, sentiero” ed è così che ritorni, come campo semantico, a Stazione Termini.

Il limes, il limite, il confine, è anche – esattamente antitetico e solo apparentemente opposto al concetto di separazione – il punto massimo della congiunzione. Benedetto Croce nella Logica come scienza del concetto puro (1905) dice che non esistono proprio gli opposti in natura, esistendo solo i distinti. Lo stesso punto dove ti dividi è per ciò stesso l’unico ed identico punto dove anche ti unisci. Non c’è unione senza divisione. Dice: “Ma che è Aldo Moro?”. No, sono appunto i distinti di Croce, la dialettica umana e del cosmo: non c’è l’uno senza l’altro. Senza distinzione non c’è nulla, non c’è essere, pensiero – altro che pace universale – c’è solo il caos. E il limite, “il confine”, diviene ed è nello stesso tempo “la strada”, la via massima di intercomunicazione3 proprio perché tutti scelgono e s’attengono – dopo d’essere passati dalla caccia all’agricoltura – a camminare e calpestare solo quella “striscia di terra non coltivata che delimita due campi” perché, se ognuno passa dove gli pare, calpesta e distrugge il grano che ha seminato l’altro. Non si fa. Lo dice pure Cristo: “Non fare agli altri ciò che non vuoi che gli altri facciano a te”.

La civiltà, ossia il lungo e lentissimo cammino della civilizzazione umana, sta tutta qua: nelle regole e nelle procedure, nelle “strade” cioè che nel corso dei millenni – pur tra mille curve, tornanti e saliscendi oramai consolidati – abbiamo faticosamente costruito. Se tu a casa mia metti i piedi sopra il tavolo e manchi di rispetto non dico a mia moglie ma anche al mio gatto, io ti spacco una bottiglia in testa. E tu faresti altrettanto. Se tu vuoi avere rapporti franchi e d’amicizia con me – e comunione umana anche totale – tu devi camminare sulla strada che porta fino a me, e farti tutte le curve e i saliscendi che eventualmente ti toccano senza pensare di poterti cercare una scorciatoia in mezzo ai campi e calpestarmi il grano. Io sennò ti mollo i cani. E poi ti sparo addosso.

Dice: “Ma questo è il Far-West”. No, il Far-West è quello che dici tu, che butti giù i muri, passi pei campi e non si sa più ciò che è mio e ciò che è tuo. Anzi, diventa tutto tuo. Pure io, quand’ero ragazzo, ogni volta che salivo sul tram o sulla metro m’assaliva irrefrenabile la voglia di mettere la mano sopra il culo delle belle donne. Ma subito si alzava un muro dentro il mio cervello con scritto sopra: “Non si fa”. E non lo facevo. Tutta qua sta la civiltà, che altro ti credi? Qua sta la sede e la domus aurea della pace universale: nelle inibizioni – “Non si fa” – poiché l’inibizione è la massima prevenzione e, distinto-crocianamente anche qui, liberazione per tutti. Sub lege libertas, dicevano gli antichi ( e anche la Ps di una volta).

Dice: “Vabbe’, ma che c’entra tutto questo, stricto sensu, con i muri?”

Ecco, pure limen-liminis – e non v’ha chi non veda come nella radice ci sia più di qualche lontana parentela od assonanza con limes-itis – vale anche a volte sia in Plinio che in Virgilio come “limite” o “confine”, ma il suo primo e originario significato è quello letterale di “asse di legno trasversale che delimita una porta”. Essendo difatti rette normalmente le porte da un telaio rettangolare i cui due assi verticali si dicono “stipiti”, il limen in origine non è che la “soglia” se riferito all’asse trasversale inferiore – ossia a quello che sta in basso, poiché a differenza d’oggi che i telai sono ad U rovesciata e la soglia è normalmente in marmo, in antico era di legno robusto e su di essa erano fissati i perni su cui ruotava la porta – e l'”architrave” se riferito all’asse superiore, quello che sta in alto, con gli altri e corrispettivi perni della porta e su cui poggia l’intera parete soprastante.

Il limen è quindi il legno, ma anche il sacro segno che delimita il varco nella separazione, che interrompe la rottura tra “dentro” e “fuori” della “casa” e consente – se t’aprono la porta – la condivisione.

Limen poi passa per estensione a significare “la casa” stessa, “la porta, l’ingresso”, ma anche “il punto d’inizio”, “la fine della vita”, “il traguardo d’arrivo o di partenza, il limitare, il confine”. Non v’ha quindi chi non veda come il comune campo semantico di limen e di limes rimandi comunque, in principio, al lignum.

In età severiana – II-III secolo d.C., dopo tre o quattrocento anni quindi di desemantizzazioni e aggiustamenti linguistici – il limenarcha è l’ispettore del porto, che sovrintende allo stesso tempo alla dogana, ai traffici e alle frontiere (per alcuni è proprio l’ispettore della frontiera), ma anche e soprattutto al cosiddetto genio navale perché le navi, le barche, i “legni”, sono fatti appunto di “limina et trabes“, architravi e travi, come dice Vitruvio. E Vitruvio – I secolo a.C. – è anche il primo che scriva un trattato, il De Architectura, sull’arte di costruire. Limen e limes sono quindi legati al muro e il muro è legato al legno perché i primi muri, evidentemente, non li hai fatti di pietra ma di legno. I primi limes – i primi valli – li hai segnati con pali e staccionate. Palizzate. Le prime case pure le hai fatte così – le prime baracche o capanne di frasche – ma anche se vai a Parigi adesso, nella Parigi costruita nell’Ottocento, tu vedrai che tutti i muri, dietro l’intonaco, in ogni palazzo sono ancora così: strutture reticolari autoportanti di travi, architravi e saettoni di legno con solo gli interstizi riempiti ben bene di calce e mattoni. Questo è il muro e anche quando lo farai tutto di pietra – autoportante lui, cioè – l’architrave però, il limen delle porte, la “porta”, continuerai a farlo in legno. Questo è il campo semantico suo: non c’è porta senza muro. Non c’è comunicazione, se prima non c’è stata separazione: “Vuoi entrare? Passa per la porta”, disse Romolo a Remo. Mo’ tu che vuoi fare, Remo un’altra volta? E’ prepotenza. Bandita dal sacro e dagli dei.

Dice: “Ma all’alba del terzo millennio non sarebbe invece ora di bandire tutti i muri?”

Compa’, tutti sanno che la torre di Babele – anche se per il Dio dell’estensore della Bibbia è “male” – per l’uomo e per la storia umana non è che “bene”, essendo il primo tentativo di costruzione organizzata del consesso civile e del passaggio globale dallo stato di “natura” a quello di “cultura”: “Faciamus nobis civitatem et turrim“, dice la Genesi, 11,4, “cuius culmen pertingat ad caelum” (Edifichiamoci una città e una torre la cui cima tocchi il cielo). In fin dei conti era Lui che ci aveva fatto ad immagine sua: “Et creavit Deus hominem ad imaginem suam“, Gen. 1,27. Mo’ che andava cercando? E l’immagine ed il mito della torre di Babele – l’immagine ed il mito della civilizzazione – è quella delle torri dipinte da Bruegel, con miriadi di muri, di portici, d’archi, di piani, di scale; percorsi, eretti e consumati da miriadi di uomini e di donne che lavorano, che muoiono, che nascono, che s’affastellano, guardano il sole, fanno l’amore, perdono tempo pancia all’aria sotto una pianta, bevono vino, giocano a carte.

Ecco, secondo Van Gennep (I riti di passaggio, 1909) tutte le società umane non sono rappresentabili che come grandi edifici strutturati – proprio come la torre di Babele – in miriadi d’androni, camere, corridoi e muri sia perimetrali che interni con tanto di porte e di finestre; ossia spazi di aggregazione alternati sia ad elementi di separazione e divisione sia ad elementi di intercomunicazione. Ogni società ha bisogno difatti di muri perimetrali che segnino e caratterizzino la divisione dall’esterno – dalle altre società “straniere” – per poter creare o ulteriormente rafforzare la solidarietà e coesione al suo interno. D’altra parte però ha anche bisogno di muri interni, per dividere sé stessa in tanti comparti in cui collocare e classificare ogni singolo individuo. La divisione interna e le classificazioni che ne conseguono non consentono soltanto il mero funzionamento della società stessa – sennò è un casino, così invece ognuno sa qual è il suo posto, quello che deve fare e come si deve comportare – ma consentendone il funzionamento ne consentono la permanenza in vita in quanto “societas“, la sopravvivenza, l’esistenza, l’unità e la coesione esattamente come, in un atomo, l’unità e l’essenza dell’atomo sono date dalla distinzione tra nucleo ed elettroni, se si toglie uno solo dei due termini non c’è più l’atomo. Ognuno deve quindi fare il suo lavoro, ma questo – che la società, cioè l’unione, implichi ontologicamente anche divisione – lo aveva già detto pure Durkheim nel 1893 (La divisione del lavoro sociale).

Arnold Van Gennep ci aggiunge però la scoperta e classificazione dei riti. Per passare da una stanza all’altra, da un comparto o da un ruolo all’altro, in ogni società si celebrano riti di passaggio: di “separazione” dal vecchio comparto, di “margine” tra l’uno e l’altro e di “iniziazione” nel nuovo status. Regole, riti, miti e procedure. E’ così che fa ogni individuo che viene al mondo, dal battesimo di quando arriva – ma anche prima, con i riti di fertilità, gestazione e parto della madre – al funerale di quando muore, ma anche dopo, con messe di trigesimo, santini, duenovembri e fiori che gli porta al camposanto la moglie. Tutta la vita, dal primo giorno di scuola all’esame di stato, alla laurea, al compleanno, al primo giorno di lavoro, al caffè del mattino, al “bagnare” la macchina nuova, alla cena d’addio quando vai in pensione. Pure quando vai a letto ogni sera per dormire, come ogni essere umano hai il tuo rituale. Tutta la tua vita quindi – come quella dell’intera società – è contrassegnata da riti di passaggio.

Ogni comparto inoltre – dai colleghi d’ufficio agli amici del bar, ai parenti, la famiglia, i congedanti, la polisportiva di Borgo Podgora o il coro parrocchiale – è anch’esso strutturato come microsocietà con le sue belle divisioni di ruolo e le forti e specifiche caratterizzazioni che ne segnano (da signum, insegna) l’unità interna e delimitano, rimarcandole, le differenze dagli altri gruppi/comparti e dalla interezza della società stessa. Ogni comparto è quindi caratterizzato da specifici riti di passaggio, di aggregazione e di distinzione dagli altri, da codici e comportamenti specifici: il parlare un gergo particolare, il vestirsi in un certo modo, le teste rapate, i capelli lunghi, gli orecchini i tatuaggi servono proprio per dividerci dagli altri e sentirci più uniti nel nostro singolo gruppo. Ci si divide e differenzia per potersi unire e così, a scala a scala, dal più piccolo al più grande.

Dice: “E perché mai? Non sarebbe più bello comunicare liberissimamente tutti gli uni con tutti gli altri?”

Compa’, tu per comunicare con gli altri devi prima sapere bene chi sei tu, chi sono gli altri e che cosa gli vuoi dire. Sennò che comunichi? L’accidente che ti spacca? “Rem tene“, dice Catone, “verba sequentur“. Prima devi “sapere” le cose e poi le parole – se ti servono – seguiranno da sole. Ma per sapere devi prima “separare”, solo dopo potrai riunire. Tu stai al terzo millennio – a quel poco di civiltà e condivisione che hai saputo sin qui costruire – proprio perché hai fatto quei muri, compresi naturalmente di quelle giuste porte. Se tu non li avessi fatti, staresti ancora sulle liane. Prova a buttare giù di colpo tutti i muri maestri di casa tua – quelli che reggono il peso – e vedi se la casa intera non ti crolla addosso. Noi oggi non siamo che sepolti pompeiani del muro di Berlino.

Dice: “Ma allora tu che vuoi, tutti chiusi ognuno ancora nel suo stanzino?”. No. Io voglio le porte. Ma non voglio il casino. Ci dovevi andare coi piedi di piombo. Mo’ tieniti l’Afghanistan, l’Iraq, la Georgia, l’11 settembre e tieniti pure Di Pietro, Rutelli, Alemanno, Veltroni e Berlusconi. Tu non puoi pensare che da domani, per fare prima, quando devi spegnere il computer schiacci l’interruttore della luce e via; anzi, stacchi con uno strappo la spina. In capo a una settimana ti si spacca il pc. Ti salta per aria. Ti esce dal video e ti mena. Tu devi rispettare le regole e procedure sue: prima devi chiudere il file, poi chiedergli se è d’accordo, aspettare che lui abbia fatto tutto quello che ha da fare – chiuse le porte e le finestre, perlustrato il reticolo dei muri e controllata ogni strada dei circuiti suoi – e allora sì, lui si spegne da solo e domani lo ritrovi pronto all’uso: “Do’ sta questo? Do’ sta quell’altro?”, e lui riparte e ti ritrova dentro le sue segrete stanze sia l’Infinito di Leopardi sia subito dopo, ma sempre se glielo chiedi nei dovuti modi, pure le foto delle donne nude. Ma se tu schiacci i bottoni alla sprovvista e ti metti a ballare la rumba sulla consolle, compa’, quello fonde e non ti trova più niente. Accessi guidati. Regole e procedure. File e campi separati. Solo così lui è in grado di ricordarsi e “raccordare” le cose: lungo il filo dei suoi muri e attraverso le porte e le finestre che ogni tanto, tra quei muri, mettono in comunicazione ogni stanza. Ed è esattamente così che funziona pure la mente tua, il tuo cervello – a stanze e a muri in cui incaselli i tuoi ricordi, il tuo sapere, le tue emozioni – ed è sul filo di quei muri che s’organizza la tua coscienza quasi che, esattamente come te con Dio, anche tu stia creando i computer a somiglianza tua. Butta giù quei muri e diventi matto, poiché anche tu infine, dentro la tua casa, nel tuo microcosmo a perfetta misura tua – nell’intimo del tuo personale regno – tu hai bisogno di stanze e di stanzette.

Non è che puoi pensare – anche se non ci fosse nemmeno l’ombra d’un muro maestro o d’un pilastro portante – di poter buttare giù ogni parete divisoria e fare un solo ed unico ambiente, sicuramente largo e spazioso ma con tutto-tutto lì in mezzo, dal letto al televisore all’armadio al lavello al tavolo alla cucina. Almeno il bidè e la tazza del gabinetto – non dico la vasca e il lavandino – li vorrai chiudere tra quattro muri? Oppure pensi di metterli anche loro nell’ingresso, vicino all’attaccapanni, o nel bel mezzo del salotto o della sala da pranzo? Ci sono cose che vanno fatte anche in pubblico ma ce ne sono altre – come si suole dire – che vanno fatte in privato. Tu non puoi pensare che mi inviti a pranzo a casa tua e poi, mentre stiamo a mangiare o a chiacchierare, ti metti a fare come una scimmia i bisogni davanti a me. E mica – appunto – stiamo più su una liana.

Hai capito adesso perché Romolo lo ha dovuto scannare? “T’ho fatto le porte mannaggia a te” gli aveva pure detto: “Passa per quelle!”. I muri ci servono come il pane. Anche Dio in fin dei conti ci scacciò condannandoci alla morte – “Morte morieris“, Gen., 1,17 – perché avevamo valicato un sacro Suo “muro” nel giardino terrestre. Mo’ non ci resta che andare avanti e continuarne a costruire a iosa – meglio se robusti ma con le porte – a “immagine” di quello.

Antonio Pennacchi
da Limes

P.S – Mercoledì scorso 24 settembre 2008, mentre nel pomeriggio stavo dal barbiere, ho sentito alla radio che una signora di 78 anni che una volta si sarebbe detta “una vecchietta”, con un grosso coltello da cucina aveva appena dato una coltellata alla schiena ad un ragazzo di 33 – che una volta si sarebbe detto “un uomo” – perché le occupava sempre il suo posto riservato nel parcheggio condominiale. La vecchietta per me – ma pure per il mio barbiere – ha fatto bene.

Note

1 Q. ENNIO, Annales, (fr. 22), I, 47-50: “Haec effatus pater, germana, repente recessit / nec sese dedit in conspectum corde cupitus, / quamquam multa manus ad caeli caerula templa / tendebam lacrumans et blanda voce vocabam” (Così disse il padre, o sorella, e subito dileguò né più si concesse alla vista, pur tanto dal mio cuore bramato, sebbene molte volte tendessi le mani ai ceruli templi del cielo e lo chiamassi con voce affettuosa).

2 E. GENTILE, Fascismo di pietra, Roma-Bari 2007.

3 Lo so che è un lemma terrificante, ai limiti della tautologia, ma è un derivato dal linguaggio tecnico-elettronico – come interallacciamento – che indica proprio la connessione diretta d’ogni punto con tutti gli altri punti della rete.

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