Govoni. Poesie elettriche

…e sveglie

Quasi 100 anni fa

Alle scritture di Antonio Pennacchi e Miro Renzaglia

TIC TAC, TIC TAC, TIC TAC, bacchetta inesorabile la sveglia.
TIC TAC,
TIC TAC, TIC TAC
, 5 minuti, appena… 5 soltanto intorno alla poesia….

Dunque, dunque… Apparve per la prima volta nel 1911, segnando così la fase futurista del poeta del Delta del Po, Corrado Govoni [nella foto a sinistra]. Torna in libreria a quasi cent’anni di distanza, in una nuova veste grafica e contenutistica. Si parla, qui, della raccolta integrale delle liriche govoniane Poesie elettriche (Quodlibet ed. in collaborazione con l’Università di Bari e cura di Guseppe Lasala). Si intende, qui, di poesia di un aedo, a suo pronunciamento, munifico nel suo essere “trasandato, autodidatta, poco consapevole, a detta di molti critici, del suo stesso fare lirico (e perciò in netta controtendenza rispetto a tanta letteratura moderna)” ma che, poi ed “in realtà, ha terremotato il linguaggio poetico della tradizione”.

Oh la marea della canepa
che sembra scaturire dalla terra
e sempre più s’innalza
fino a coprire gli alberi e le case
fino a cadere anch’essa, acerba,
per andare a macerarsi
nelle vasche, caserme delle rane!
(C.G.)

TIC TAC, TIC TAC, TIC TAC, procedon le lancette a ritmo fisso….
3 minuti, al momento… 3 minuti di minima poesia….

Giocoliere delle parole, tra l’essere sognante un agricoltore ed un mugnaio, Govoni dalle grandi mani scrisse, scrisse ed ancora scrisse. Picconò e disgregò metrica e linguaggio, alla ricerca di quella matura tranquillità che, forse e sotto sotto, non trovò nemmeno sino all’età di ottantuno anni e quasi cieco, in quel dì del 20 ottobre 1965, data della sua morte al Lido dei Pini, presso Anzio.

Chiara città di cristalline druse;
verdi piramidi di marcassite;
fantasiose pagode di pirite;
sfingi di neve candida diffuse

chilometricamente lungo cave
tundre di grigio ed infecondo bolo;
immobili paludi di vetriolo;
vaste regioni d’azzurrine lave.

Monoliti di blenda; labirinti
d’agata senza uscita; boschi estinti
d’ebano; colonnati d’ambra mozzi.

Giallastre catacombe geodali;
grotte di stalattiti: cattedrali
bizantine del pianto e dei singhiozzi.
(C.G.)

Non si voglia, in questa sede, spettegolare del suo proprio Futurismo sì o no, ideologia forse od abbaglio alquanto. Si voglia, invece, dire “semplicemente” di poesia e poeta. E già perché in questo strano XXI secolo più di qualcuno, nell’eredità dell’epoca precedente, si arrovella sempre sul perché di questa o sull’utilità della persona di quello. Sul verso da seppellire o sull’azione agente della scrittura fors’anche in metrica da ri-stabilire. Sul mondo concreto e sullo smarrimento stradaiolo tra passato, presente e futur(o)ibile. Sinceramente chi vi scrive preferisce lasciarsi solo amar liberamente da chi ha potere di poetar…

In un palazzo oscuro
verdeggia una scalinata;
guardano giù da un muro
delle rose di pomata.

Contro un palo turchino,
in un rio, l’acqua ciancia;
d’oro, al cancel d’un giardino,
sporge il capezzolo un’arancia.

Su un tetto, la neve tranquilla
si posa di colombe in amore;
da una finestra strilla
la vernice d’un fiore.
(C.G.)

TIC TAC, TIC TAC, TIC TAC, 1 minuto e mezzo di ticchettio, ancor, prima che nell’eterno sempre si scambino lo Zenith ed il Nadir…

Ma se rifrazione poetica, dunque, su ciò che inquieta e con-fonde dev’esser…che sia qui, a chiusura, sempre con il Govoni ed altrettante contaminazioni. Con loro andrete, cari lettori, per quei sentieri che taccion l’umano rumoreggiar e forse, cari miei, mai capirete cos’è, dunque, ciò che danna ed impetra il canto ed il suo cantore……

«È caduta la sera… La notte del mondo distende le sue tenebre… Il tempo della notte del mondo è il tempo della povertà perché diviene sempre più povero… Nell’epoca della notte del mondo l’abisso deve essere riconosciuto e subíto fino in fondo. Ma perché ciò abbia luogo occorre che vi siano coloro che arrivano all’abisso». (Martin Heidegger)

«Lei domanda se i suoi versi siano buoni… Guardi dentro di sé… si domandi, nell’ora più quieta della sua notte: devo scrivere? La sua vita, fin dentro la sua ora più indifferente e misera, deve farsi insegna e testimone di questa urgenza…. Se la sua giornata le sembra povera, non la accusi; accusi se stesso, si dica che non è abbastanza poeta da evocarne le ricchezze; poiché per chi crea non esiste povertà, né vi sono luoghi indifferenti e miseri…. Allora prenda su di sé la sorte, e la sopporti, ne porti il peso e la grandezza, senza mai ambire al premio che può venir dall’esterno. Poiché chi crea deve essere un mondo per sé e in sé trovare tutto… Forse, però, anche dopo questa discesa nel suo intimo e nella sua solitudine, dovrà rinunciare a diventare poeta… La sua vita in ogni caso troverà, da quel momento, proprie vie; e che possano essere buone, ricche e ampie…». (Rainer Maria Rilke)

«Egli comincia con l’imparar ciò che è già stato scoperto, e da quel punto si spinge più in avanti… Non s’aspetta che i suoi amici applaudiscano i risultati del suo lavoro di novizio. Purtroppo in poesia non c’è un’aula fissata e riconoscibile per le matricole. La si incontra in “ogni dove della bottega”. C’è da meravigliarsi se “il pubblico non s’interessa di poesia”? Linguaggio, ritmo e rima… CREDO. Ed è tremendamente importante che si scriva grande poesia, e non importa assolutamente chi sarà a scriverla… Quanto alla poesia del ventesimo secolo… credo che andrà contro ogni vuotaggine, che sarà più tenace e più sana… la sua forza sarà nella sua verità, nella sua potenza introspettiva… Solo l’emozione resiste…». (Ezra Pound)

«Sempre più intensamente sentiamo che il semplice potere della tecnica e il suo godimento da parte nostra non ci soddisfano. Sentiamo la mancanza di ciò che un tempo erano gli angeli e dei doni degli angeli…». (Ernst Jünger)

«La lingua arriverà al limite della persuasività, quello che il profeta raggiunge con il miracolo, – arriverà al silenzio quando ogni atto avrà la sua efficienza assoluta…». (Carlo Michelstaedter)

Un fabbro celebra
L’umano sacrificio del lavoro
sull’altare cornuto dell’incudine.
Spuntan bianchi e rosei i campanili:

stazioni di telegrafia senza fili
delle anime
che riprendono le loro interrotte
comunicazioni con il cielo.
(C. G.)

TIC TAC, TIC TAC, TIC TAC

Susanna Dolci

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