Come si dice frocio…

…in inglese?

Lezione di lingue all’isola dei famosi

Ho sempre apprezzato la dichiarazione di Groucho Marx «La televisione ha partecipato fortemente alla mia crescita culturale. Quando qualcuno l’accendeva io andavo in biblioteca a prendere un libro!».

In realtà qualche volta la televisione l’accendo e la vedo. Anche perché a casa mia proprio non si riesce a farne a meno. La mia casa è stata da tempo colonizzata dai televisori. In un inventario sommario ne conto uno in salotto (un nuovissimo ultrapiatto), uno in cucina, uno nella mia stanza da letto, uno nella stanza di mia figlia, uno nella stanza di mio figlio ed uno (il vecchio televisore che ha sostituito l’ultrapiatto) ahimè, posizionato da mia moglie nel mio studio e piazzato su un tavolino. Col passare del tempo l’ho circondato da cataste di libri, che lo avviluppano, come un’edera che si abbarbica ad un muro in squallido cemento e lo nobilita.

Così non ho più un luogo in casa mia TV free, se si eccettuano i due bagni ancora incontaminati, nei quali sempre più frequentemente mi rifugio per avere un po’ di tranquillità.

Alla fine mi è capitato di vedere un siparietto assai istruttivo tratto dall’Isola dei Famosi. L’Isola dei Famosi è quella trasmissione in cui un gruppo di sconosciuti e un gruppo di presunti famosi vengono scaricati su un isolotto sperduto (o fintamente sperduto) e devono vivere sopravvivendo come novelli Robinson Crusoe con quello che riescono a trovare e con quello che la produzione ogni tanto gli elargisce a mò di elemosina, sotto forma di cibo, a fronte del superamento di alcune prove che propone al gruppo di naufraghi. Un trionfo del trash.

La scena che ha generato in me curiosità e una successiva parvenza di riflessione ha avuto come protagonisti due famosi. Da un lato Vladimir Luxuria (che gli altri naufraghi chiamano confidenzialmente Vladi) e dall’altro tal Rossano Rubicondi, che è la dimostrazione vivente di che razza di personaggi vengono arruolati. Questo Rossano è famoso per essere il marito di Ivana Trump che è a sua volta famosa in quanto ex-moglie di Donald Trump, il palazzinaro USA. Quindi Rossano è un presunto famoso perché è marito di una sconosciuta, presunta famosa, perché ex-moglie di un palazzinaro, presunto famoso, assurto agli onori delle cronache più per i suoi crak che per il suo lavoro di imprenditore. Allora il famoso Rossano di cui sto parlando è un pallido riflesso, di un pallido riflesso, di un pallido riflesso. Decisamente titolato dunque per partecipare al trash condotto da Simona Ventura.

Di Vladimir Luxuria non dico niente, perché di lei si è detto di tutto e sono stati seguiti tutti i percorsi e le tappe che l’hanno portata dalle notti trasgressive del Mucca Assassina agli scranni del Parlamento nelle fila di Rifondazione comunista. Rossano parla un curioso idioma che ricorda gli emigrati di prima generazione fatto di un italiano approssimativo, carico di inflessioni dialettali e condito da abbondante terminologia inglese che innerva il discorso, quando il vocabolo italiano viene meno. Nella scena cui ho assistito Rossano, descrivendo i preparativi del suo matrimonio faraonico con la babbiona Ivana, racconta le sue lezioni di danza e nomina il suo maestro definendolo faggot che traduce con frocio, scatenando la reazione di Valdimir Luxuria che si lancia in un’arringa sociologica politically correct sostenendo che frocio, come il suo omologo faggot, sono termini irriguardosi e di un razzismo strisciante che devono essere sostituiti dal termine gay che ha addolcito il senso discriminatorio di quei vocaboli offensivi. A nulla è servito la difesa del povero Rossano che sosteneva che l’uso di faggot non nascondeva nessun intento discriminatorio e che lui aveva molti amici faggot che rispettava sommamente al di là delle loro tendenze sessuali. L’incidente diplomatico si è chiuso solo quando Rossano, su insistente richiesta, di Vladimir ha chiesto scusa e ha dichiarato solennemente che non avrebbe mai più usato simili parole.

Questo siparietto riapre la questione dibattuta e discussa in tutte la salse, sull’uso di certi termini che possono o meno scuotere la sensibilità di chi si sente offeso da un linguaggio che ritiene discriminatorio. Io faccio parte di coloro che invece vorrebbero, al di là delle molte ipocrisie, ristabilito un principio sacrosanto: quello della definizione corretta. La precisione linguistica (anche nella forma dialettale) prosciuga tutte le ipocrisie da una parte ed azzera le discriminazioni dall’altra. La discriminazione nasce non dal nome che attribuiamo alle persone o alle cose ma dal tono con cui quel nome viene usato.

Ad esempio, il termine frocio può avere anche valenza positiva. Quando arrivai a Frascati da bambino al seguito di un padre girovago, assistetti a questo dialogo fra amici. “A fijo de ‘na mignotta, come stai!”, “A frocio, quant’è che nun se vedemo!”. Ecco, due cari amici che non si vedevano da lungo tempo si scambiavano questi epiteti in maniera addirittura affettuosa nella loro rozza ruvidità.E questo non costituisce una bizzarra eccezione. Mi domando a che cosa può servire un atteggiamento censorio (nei confronti del termine). Non serve a modificare la condizione del soggetto, per modificarla bisogna incidere a livello linguistico sul tono e a livello sociale sulla sua condizione d’integrazione. Se si sopprime il termine frocio, condannandolo all’estinzione (ogni parola muore se non viene usata), chi mai potrà più capire Pasolini e i suoi Ragazzi di vita o la sua Una vita violenta?

Penso a mio figlio che ascolta il gruppo romano Radici nel cemento si vedrà censurata Siamo tutti omossessuali che fa: «So’ frocio embè, perché c’hai da ridì? / non vedo che problema c’è, mettiamola così: / so’ frocio embè, perché nun se po’ fa?»

httpv://www.youtube.com/watch?v=9M091JPgaac
(Radici nel cemento, Siamo tutti omosessuali)

Mi domando a che servirebbe sopprimere la ricchezza linguistica dell’Italiano ma anche dei molti nostri dialetti. A tal proposito è davvero interessante andarsi a recuperare un saggio di Giovanni Dall’Orto Le parole per dirlo… Storia di undici termini relativi all’omosessualità, comparso su Sodoma nel 1986, in cui sono descritti etimologicamente modi diversi di indicare gli omosessuali come frocio, finocchio, checca, invertito, recchione, culattone ed altri. Mancano all’appello il veneto busone ed il sardo cachineri, ma il saggio è divertente, interessante e fa molti esempi che dimostrano come l’impoverimento linguistico sarebbe assolutamente lesivo anche per la letteratura.

Sostituirli con il termine gay appare un’unutile prosciugamento di una ricchezza ed un’indoratura della pillola priva di senso. Che cosa abbia di gaio o allegro la condizione omosessuale non so, ma che un gay sia sempre per definizione gay e mai unhappy lo trovo, questo sì, veramente discriminatorio. Quando uno si alza al mattino (etero od omo che sia) può anche avere le paturnie, non bisogna avere sempre e per forza un sorriso a trentadue denti e fingere di essere allegri. Don’t worry, be happy! Don’t worry, be gay!

E anche chi vuole abolire il termine faggot dovrebbe ripensarci. Sarà sfuggito ai più, ma la scorsa vigilia di Natale la BBC ha censurato una canzone in cui veniva usato il termine faggot, perché lesivo della dignità omosessuale.

Ho conservato il breve trafiletto che ne dava notizia perché il censurato è uno dei miei artisti preferiti. Sto parlando di Shane Mac Gowan che ha calcato le scene prima con i Nips (gruppo della seconda ondata punk inglese) e poi con i Pogues, band che ha rivisitato la tradizione folk in ottica punk. La canzone è una struggente e bellissima ballata Fairy tale in New York, la storia di una coppia di barboni la vigilia di Natale, che tra affettuosità e rabbia alla fine si insultano, sperando che quello sia il loro ultimo Natale.

You’re a bum
You’re a punk
You’re an old slut on junk
Lying there almost dead on a drip in that bed
You scumbag, you maggot
You cheap lousy faggot
Happy Christmas your arse
I pray God it’s our last

E poi perché usare i termini gay, transgender, drag queen quando in italiano (lasciando perdere il ricco repertorio dialettale) posso utilizzare termini precisi e neutrali privi di accenti denigratori come omosessuale, transessuale, travestito.

Ma il problema è più dilatato di questa piccola diatriba sulle tendenze sessuali e su come rappresentarle linguisticamente nel modo migliore. Questa tempesta investe una vasta serie di vocaboli, come ha ben fotografato Robert Hughes nel suo saggio La cultura del piagnisteo. La saga del politicamente corretto pubblicato da Adelphi nel 2003 e che vi invito a leggere. Vedi, ad esempio, il termine ormai impronunciabile “negro” che trova il suo corrispettivo nell’inglese nigger (che acquista anche il senso di riottoso, rivoltoso drop out). Anche qui un esempio musicale dalla grande sacerdotessa Patti Smith che in Rock&Roll nigger, sostiene che Jesus Christ was a nigger. Sarebbe giusto censurarla per l’uso del termine nigger? E perché bisogna rinunciare al termine negro che rappresenta qualcosa di molto preciso e sostituirlo con termini insignificanti come nero o colorato per tradurre pedestremente il termine wasp colored. E così via! I ciechi si trasformano in non-vedenti, i sordi in non-udenti senza per questo riacquistare le loro facoltà. Forse io ne faccio una questione letteraria. Ma sono sicuro che se si amasse un po’ di più la letteratura probabilmente si sarebbe già superato questo falso problema.

Ma tant’è questo è il politically correct! Mentre chiamiamo i vecchi anziani o persone della terza età e li facciamo morire di fame per delle pensioni indegne del vivere civile, ci affanniamo per far sì e lo si farà (è notizia di questi giorni) che i nostri cani e gatti godano di una copertura sanitaria garantita dallo stato e gratuita (mia figlia ne è stata felice, ma quando io ho protestato dicendo che non capivo perché l’assistenza non si estendeva anche ai pitoni, lei è inorridita e si è lanciata in uno dei più retrivi e discriminatori discorsi contro i rettili) e giunge voce che in Svizzera sta per essere varata una carta dei diritti dei vegetali che tra l’altro gli attribuisce un’anima.

Cosa faremo? Non potremo più mangiarci i finocchi a pinzimonio? Oddio: ho detto finocchi! Chissà che penserà di me Vladimir Luxuria!

Mario “vox clamans in deserto” Grossi

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