Fascio e Martello

Ruralismo fascista e città nuove

Tra i vanti maggiori del Regime fascista ci fu quello di essere riuscito a far convivere la modernità con la tradizione. Al culto futurista per la macchina e il progresso tecnico faceva da contrappeso il mito agreste del popolo delle campagne, scrigno eterno delle “virtù della razza”. Un solido blocco sociale e antropologico che garantiva l’unità e l’identità del popolo italiano. Come sappiamo, il ruralismo fu il perno dell’ideologia sociale del Fascismo. La celebrazione del contadino come immagine vivente della Patria aveva il pregio di assommare su di sé tutte le categorie: il lavoratore, il capofamiglia, il colonizzatore, all’occorrenza il soldato. In nessun luogo, meglio che nella vita dei campi, si realizzava l’arcaica e rinnovata fede nell’equivalenza tra il seme della terra e il seme della razza. In altre parole: l’aratro e la culla, cui si aggiungeva la spada per difenderli. Dato che, Mussolini l’aveva detto, a nessuno come al rurale italiano riusciva così spontaneo cambiare la vanga col fucile e, alla maniera dell’antico legionario-colono, mutare il suo lavoro da conservativo delle basi dell’esistenza in rivoluzionario dell’ordine geo-politico. Il concetto di “spazio vitale” necessario alla vita del contadino italiano agì come giustificazione storica dell’imperialismo sociale fascista.

Effettivamente gli storici, una volta superata la penosa stagione marxistica del giudizio di classe, negativo a senso unico, paiono oggi concordi nel riconoscere al Fascismo, tra i tanti demeriti, almeno il pregio di essere riuscito in un’impresa di volontà politica e di realizzazione sociale che attendeva invano da secoli di essere risolta. L’ideologia ruralista visse la sua epopea e la sua pratica realizzazione soprattutto lungo la vicenda della bonifica delle terre abbandonate e paludose e della fondazione ex-novo di un numero incredibile di nuovi insediamenti urbani. Infatti, non si trattò soltanto delle cinque o sei città nuove più note, ma di molte di più. Antonio Pennacchi ne ha verificate in loco non meno di 147, ma si dice certo che ne esistano molte altre. È quanto afferma nel suo libro Fascio e martello. Viaggio per le città del Duce, da poco ripubblicato da Laterza dopo l’edizione Terziaria del 2003. E gli possiamo credere, dato che ha battuto personalmente le più impervie campagne meridionali, alla ricerca di tracce archeologiche di insediamenti abbandonati, che il dopoguerra democristiano ha consegnato al destino di ruderi non meno desolati di quelli della Troia omerica. La piazza, la casa del Fascio, la chiesa, la scuola, la posta, gli edifici abitativi d’intorno, e il tutto spesso realizzato da architetti di gran nome; questo il nucleo base. Si aveva così, già in nuce, lo spazio urbano sufficiente a catalizzare la realtà rurale circostante, di cui doveva diventare il referente sociale e politico. Come la Roma primigenia e poi le colonie romane in Italia e in tutto il bacino mediterraneo, la città nuova fatta sorgere dal Fascismo sulle terre strappate alla malaria e al degrado doveva rappresentare il convivere della realtà urbana a misura d’uomo con quella agricola.

Il collegamento tra Romanità e Fascismo, più che il frutto di una retorica di cartapesta come spesso è rappresentato dai detrattori, viene dallo stesso Pennacchi rimarcato, quando, a proposito della natura popolare del potere di Mussolini, scrive: «Sul piano storico, e in termini di romanistica, il suo referente diretto – come struttura, ruolo, funzione, forma e natura del potere – non è la dittatura di Silla, oligarchica, ma quella di Augusto. La sua auctoritas non deriva dall’imperium, anzi: sia quella che questo discendono ambedue dalla tribunicia potestas. Il Duce non comanda per conto del Senato contro il popolo. Ma per conto del popolo – per quanto possa sembrare strano – contro il Senato». Questo tribunato della plebe mussoliniano sarebbe stato il presupposto politico che si trovava alla base della volontà di redimere il contadinato, costruendo un rango di piccoli proprietari coltivatori diretti, cuore sociale e politico della Nazione. Secondo modi che fanno della politica seguita da Mussolini «la più profonda riforma di struttura mai introdotta in Italia. Quello ha dato davvero la terra ai contadini. Ha modificato i rapporti di produzione e di classe, in quelli che erano i millenari latifondi». Ma questo Fascismo «come dittatura del proletariato» descritto da Pennacchi non arrivò alla bonifica integrale, alla fondazione delle città nuove e all’assalto al latifondo iniziato nel 1939 con improvvisazione populista. La storiografia riporta che, sin dai primi anni, le politiche agrarie decise da Mussolini ebbero un loro logico e crescente sviluppo.

Dopo il decreto del maggio 1924, con cui si tentava un primo progetto di trasformazione fondiaria, il riassetto della politica agraria si espresse ad esempio nelle leggi del dicembre 1928 e del febbraio 1932, che dettero il via alla bonifica integrale, dal ’31 al ’35 affidata al Ministro dell’Agricoltura Arrigo Serpieri, un ex-socialista che abbinava ideologia ruralista a tecnocrazia. Furono interessate non solo le paludi pontine, ma un gran numero di altre aree depresse, dalle piane del Sarno e di Sibari, alle valli del Crati e del Volturno, alla Capitanata pugliese, etc., ma anche il ferrarese, la Maremma, la zona del fiume Reno, la Sardegna…Fino a giungere alla legge del gennaio 1940 sulla “colonizzazione del latifondo siciliano”, che intendeva dare, e in parte dette, una spallata al regime di dominio grande-capitalistico del Sud, introducendo nel lessico del Fascismo, ora non più riformista, ma a questo punto propriamente rivoluzionario, la temutissima voce “espropriazione”.

La creazione di “stazioni sperimentali di granicoltura”, di consorzi, di enti di colonizzazione, la stessa “battaglia del grano”, il riordino delle banche incaricate del credito agricolo, la “Carta della Mezzadria” del ’31, l’edificazione di una miriade di borghi rurali, con l’affidamento dell’intera operazione all’Opera Nazionale Combattenti, garantirono la necessaria solidità istituzionale e sociale. Ma al di là di leggi e decreti, ciò che venne in chiaro fu la volontà della mano pubblica di pervenire alla riduzione della grande proprietà fondiaria, dando vita a una diffusa piccola proprietà, così da “scorporare” dal latifondo improduttivo lotti da assegnare ai coltivatori diretti. La proprietà tolta al padronato assenteista dall’ente pubblico veniva ceduta al rurale con contratti a riscatto e dotata dei moderni servizi, con le classiche casette ad un piano, la stalla, gli attrezzi, etc. «Questi poderi che vi vengono consegnati dalla molto benemerita Opera Nazionale Combattenti», disse Mussolini ad esempio in occasione dell’inaugurazione di Pomezia nell’ottobre 1939, «un giorno potranno essere vostri e dei vostri figli. Dipende soltanto da voi». Il disegno era tra l’altro di richiamare alla terra produttiva famiglie di agricoltori in altri tempi destinate all’emigrazione: ciò che avvenne massicciamente, come noto, nella zona pontina.

Il comparto rurale era quello dove meglio che altrove il Fascismo poteva dar prova della sua vocazione ad “accorciare le distanze sociali”. Ed era questione non solo di incremento della produzione attraverso la razionalizzazione, ma anche di diversa distribuzione della ricchezza e, specialmente, di sinergia tra lavoro contadino e modernizzazione delle tecniche di coltura. Ciò che fu rilevato, ad esempio, nel 1941, da Paolo Fortunati in Aspetti sociali dell’assalto al latifondo, quando parlò di «decentramento della produzione» da ottenersi con la «riduzione delle singole proprietà» e la «creazione di unità tecniche colturali ed aziendali che, senza intaccare l’assetto giuridico e lo stimolo d’iniziativa tecnica della proprietà, consentano la realizzazione di una nuova struttura sociale». L’appoderamento, insomma, come «strumento corporativo dell’accorciamento delle distanze».

Tutte queste politiche, come era da aspettarsi, innescarono il duro sabotaggio dei ceti padronali, messi di fronte a una concreta minaccia al loro potere, quale non avevano mai subito, né dai governi pre-unitari né da quello liberale. Si trattò di una guerra sorda tra il Fascismo e la reazione. Come ha sostenuto lo storico dell’Istituto Siciliano di Studi Politici ed Economici Giuseppe Palmeri, questa «progressiva riduzione della grande proprietà» scatenò un compatto fronte di resistenza degli agrari «alleati dei maggiori gruppi mafiosi». Un atteggiamento «che si sarebbe rivelato come aperto antifascismo con l’occupazione della Sicilia da parte degli anglo-americani…».

Il lavoro svolto dai maggiori protagonisti delle imprese di bonifica e di creazione di una costellazione di città e villaggi rurali ha trovato non di rado giustizia persino nella storiografia antifascista. Ad esempio, a proposito di Serpieri, già nel 1980 Stefano Lepre notava «l’affinità della sua posizione con quella dei sindacalisti fascisti, come segno del mantenimento di una collocazione, per così dire, “di sinistra” all’interno del fascismo», e in netta antitesi con «quelle posizioni della grande proprietà fondiaria, soprattutto meridionale, che lo avrebbero portato all’esautoramento dal suo incarico». Difatti, nel ’35 Serpieri venne sostituito da Edmondo Rossoni, al quale con intrighi si volle affiancare Gabriele Canelli che, precisava lo storico, era un «rappresentante di quei grandi proprietari pugliesi, contro i quali più duramente si erano espresse le minacce di espropriazione di Serpieri». Pennacchi la pensa diversamente, ed è convinto che al tecnocrate – infine senatore – Serpieri siano da preferire, quali autentici innovatori sociali, sia Rossoni che Giuseppe Tassinari, che gli subentrò dal 1939 al 1941.

In ogni caso, qui non ci interessa tanto la polemica erudita sul dettaglio documentale. Ciò che conta, da un punto di vista più distanziato, è segnalare che il Fascismo fu in grado di esprimere tali personalità decisioniste e che anche la storiografia ostile lascia filtrare un giudizio di oggettivo apprezzamento per quanto fatto in quegli anni in materia di qualità della vita contadina. Tra gli altri, un Mauro Stampacchia (autore di due studi, Tecnocrazia e ruralismo. Alle origini della bonifica fascista e Ruralizzare l’Italia! Agricoltura e bonifiche tra Mussolini e Serpieri), non ha potuto esimersi dal notare che la «visione tecnocratica e realisticamente fondata del progetto ruralista» di Serpieri ebbe modo di dare come risultato «una più marcata politica sociale». Oppure, in senso ancora più generale, pensiamo a quegli studi di Stefano Cavazza sulle “piccole patrie”, in cui si documenta che fu proprio la politica rurale del Fascismo, con la rivalutazione delle feste, della tradizione comunitaria e della mistica paesana, a promuovere, pur all’interno dello Stato gerarchico, lo spirito regionalistico italiano, secondo un’originale trasversalità ideologica tra nazionalismo e localismo.

Luca Leonello Rimbotti

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