Socialismo di popolo…

…Il rinascimento della politica

Se fosse possibile immaginare la rovina prossima dell’ideocrazia liberal-liberista, la vorremmo totale e definitiva. Il suo istinto di distruzione e la sua promessa di morte per i popoli stanno da troppo tempo percuotendo le coscienze, rendendo oblique e contorte le antiche vie del pensiero. E tuttavia, l’economicismo e l’individualismo falso-libertario possono essere combattuti e vinti soltanto avendo in mano un’arma politica: ma di armi politiche di contrasto, in giro, non se ne vedono.

In queste condizioni, la politica deve essere reinventata di sana pianta e mai come in questi anni l’osservazione del deserto di autentico antagonismo nei confronti del potere suscita l’idea del disastro fatale e finale.

Eppure, non sarà dalla testa gonfia e sfatta della civilizzazione che potrà mai partire la balenante autocoscienza del nesso tra pericolo mortale e volontà di reagire, ma dalle sue viscere; tra le viscere, nell’intimo del silenzioso sopravvivere del popolo, si nascondono le ultime possibilità di andare incontro alla vita e di accenderne l’ultima scintilla. Qui si tratta di far parlare madre natura, di far esprimere la volontà di vita ancora presente in un organismo moribondo. Se ciò che ci domina e che ci opprime con il suo stesso traboccare fisico, se ciò che occlude i vasi sanguigni dei popoli, come dicono, è un Impero, Impero universale nato su una congiura d’odio per le culture e i mondi delle etnie, delle tradizioni e delle naturali convivenze, se ciò che distribuisce violenza e morte dei corpi e dell’anima è un centro ubiquo, allora il suo contrario sarà e dovrà essere un’insurrezione della periferia, del margine, del territorio, del luogo, del suolo, dell’appartato, del semplice, del dimensionato. L’illimite disumano che assale l’uomo lo si combatte con una corazzatura e un riarmo del limitato, del contenuto, del prossimo e dell’intelleggibile.

Possiamo immaginare ovunque innumerevoli Vandee che preparino la riscossa partendo dall’energia primaria dei popoli, dai loro profili disegnati dalla biodiversità, senz’altra tecnologia a disposizione che la volontà di vita: la più potente tra tutte.

Questa reazione all’Impero del Male che si nutre di decomposizione può partire dal corpo fisico umano, il corpo fisiognomico che nasconde e rivela le affinità e le difformità. A questo penserà il gene ancora sano. E può partire dal corpo sociale, dalla socialità diffusa, dai microcosmi delle appartenenze. A questo devono pensare gli uomini antichi e nuovi che ricordano la preziosità del relazionarsi tra simili, che vivono il dolore del loro volto attraversato dalle cicatrici di un potere che ovunque ammannisce decreti di ingiustizia e di ingiuria alla vita.

La filosofia sociale che parte dai popoli e non dai dogmi capitalistici e cosmopoliti reintegra il naturale prodursi delle incorporazioni, ciò che Othmar Spann richiamava come Eingegliedertheit, la disposizione a costituire “corpi di appartenenza”, le aperte monadi sociali che, producendo tensione verso il centro aggregante, ristabiliscono l’amore dell’appartenenza e la giustizia, che non è vaga proclamazione, ma concreta vita del popolo: associazionismo, solidarismo di lavoro, di Nazione, di Stato, di famiglia, di scuola, di nascita… I corpi sociali, socialisticamente, sono la risposta identitaria alla dissoluzione nella demenza dello spazio incommensurabile e del rimescolamento dei corpi.

Una rivolta del Luogo contro la tirannia dello Spazio-mondo presuppone uomini legati tra loro: è il legame il peggior nemico del nichilismo capitalistico e il miglior antidoto al liquido assolutismo liberal. Uomini che si appartengono l’un l’altro in virtù della vicinanza biostorica. Da questo giacimento soltanto si può alzare un sentimento di vendetta: quando il legame infranto implica la frattura dell’integrità, è l’istinto, ben prima della ragione o dei valori, che arma la volontà e la mano di chi insorge. Luoghi storici che formano il sigillo dell’anima, i luoghi della convivenza. Da sempre, contro l’oppressività degli Imperi, insorgono i luoghi: le comunità, i comuni, i solidarismi municipali, i raggruppamenti, le reciprocità cementate dallo scorrere sul territorio del tempo accomunante. Qui si può ancora muovere qualcosa. Forse il socialismo dell’avvenire è una forma post-moderna di neo-comunalismo: la chiamata a raccolta, in tutte le rivoluzioni in profondità, è un moto tellurico, un chiamarsi alla voce, sull’uscio di casa, fra borghi, fra quartieri, fra case sparse nella quiete apparente. Il sommovimento della valanga antropologica che cambia il corso degli eventi si avvia con l’abbrivio del primo, inavvertito sussurro tra sodali.

Un rincorrersi di voci, un raggrupparsi, un riconoscersi e un cercarsi di uomini, un magnetizzarsi di individui che lentamente nereggiano, diventando folla, turba, massa: sono questi i nomi terribili, carichi di destino, che prende il popolo quando, creando movimento, raccogliendo le memorie e proiettandole in abbaglianti fasci d’avvenire, ricorda e ripercorre le vie che conducono al rovesciamento di un potere putrefatto e corruttore.

Nelle insondabili profondità del popolo riposano capacità memoriali che sono insospettabili, da parte di quanti vivono la dimensione della lotta politica come tirannia liberal-oligarchica fondata sulla menzogna e sull’uso della violenza a doppia morale. La possibilità di compiere improvvisi “balzi dell’essere”, attraverso svolte decisioniste che scaturiscono dai patrimoni dell’atavismo, appartiene alla natura storico-biologica della comunità. Nell’assenza generalizzata di gerarchie e aristocrazie di comando, è al popolo che si guarda. Ma, in tutto questo, non c’è nulla di quel richiamo alle cosiddette “moltitudini” come alternativa all’Impero, di cui argomentano ancora oggi i relitti cadaverici del marxismo, che si radunano sotto il nome luttuoso di Toni Negri. Il nostro non è un richiamo alla fanghiglia etnica multiculturale, indifferenziata e mondializzata, non ci interessano frattaglie innominabili di popoli decomposti e condotti a putrefazione dalle menzogne umanitarie e “democratiche”: la globalizzazione non la si affronta con nuove e più virulente dosi di globalizzazione, ma col suo contrario: relativismo etnico, tradizione nazionale, socialismo popolare, protezione e riarmo dell’identità esclusiva di ogni singola cultura. E masse affilate dalle parole di un nuovo ordine.

Nel pieno dell’era tecnocratica, nel mezzo della società disintegrata, nel dominare della nullificazione sociale imposta dagli immaginari virtuali, il potere globalizzato – così sfuggente e incorporeo, nella sua catodica strapotenza – è in realtà più fragile e attaccabile di qualunque arcaico dominio tribale. Tra le sconnessioni della dominazione informatico-finanziaria, l’energia evocabile in un popolo ricondotto a mobilitazione può insinuarsi a meraviglia, e condurre a morte il Leviatano virtuale, come e meglio che in un assalto al Palazzo d’Inverno. La testa del sovrano tecnocratico, a ben guardare, si offre a una decapitazione fulminea e risolutiva, proprio in virtù della sua inesistente fisicità. I simboli esteriori e le strutture portanti del prepotere mondializzato offrono morbidi fianchi a un duro affondo della carne indurita in scogli di volontà estrema: è acciaio il corpo della massa, quando acuminata dal risveglio.

La vera disubbidienza deve uscire dal rituale posticcio e dal circuito dei controlli mass-mediatici: essa conosce le vie per entrare nella fase delle possibilità reali, se solo si dispiega creando una diffusa cultura politica della trasgressione, dell’indocilità sociale ai comandamenti del puritanesimo illuminista. L’insubordinazione sociale diventa volontà di rivolta e la volontà di rivolta diventa rovesciamento politico se la massa amorfa metropolitana ridiventa popolo. Essa deve avere e avrà i suoi occulti profeti, la sua anima parlante linguaggi primordiali. E ridiventa popolo se sorge una politica dell’assembramento psico-fisico dei corpi, in tumulto di insurrezione mentale e massificata, sulla spinta di gesti, memorie e culture millenarie circolanti silenziosamente nel sangue dei ridestati: tutto questo nel nome della sopravvivenza biologica e del dovere di proteggere la vita.

L’eternità, in fondo, si esprime con parole semplici, con gesti all’apparenza normali.

Quando la popolazione torna popolo, già è all’opera il socialismo. Diffondendosi come istinto, il popolo penetra gli interstizi del potere globale come lava negli scantinati: scende e risale, ribolle e infiamma, disintegra e si solidifica infine su nuovi salienti di raffreddata quiete d’ordine. E’ questo magma fecondo che crea i capi, partorendo con dolore le gerarchie del nuovo ordine, più spesso di quanto non accada il contrario. Sono questi i fenomeni imperscrutabili della sacrosanta sovversione del male: l’energia riposta da cui scaturiscono i nuovi simboli rovescia gli idoli, risantifica gli spazi, benedice i sacrifici, reintegra l’equilibrio, ridona salute alla mente, pacifica gli orgasmi del caos, restaura il senso ultimo del vivere e del convivere, ristabilisce i segni del sacro rinverginato.

Alla “rivoluzione federalista” ci pensarono tanto tempo fa Sorel, così come De Ambris: cos’altro ci impedisce di pensare che la distruzione del sistema del capitalismo finanziario mondiale possa verificarsi per mezzo di un sollevamento di aree e regioni, di comunità locali e di territori granitici, fino alle periferie disastrate e agli agglomerati gettati in pasto alle sperimentazioni immigratorie, fino ai sobborghi in cui pùllula ancora una sana barbarie: tutti luoghi che sono la patria della “folla delinquente”? Essa è probabilmente la sola cosa viva che è in grado di fuoriuscire a fiotti dalle ferite inferte dalle tecnocrazie mondialiste, come un sangue ancestrale che feconda la volontà.

L’oscurità inafferrabile della “folla delinquente” fu cent’anni fa uno dei più spaventosi e inconfessabili incubi della borghesia positivista. Ai suoi occhi, sempre il ritrovarsi del popolo è un raggrumarsi di pericolose energie da suburbio, da circondare con l’aura della maledizione, come di abbrutimenti appartenenti alla sfera del tecnicamente incontrollabile, scheggia torbida straripante di troppa vita. Allo sguardo del borghese, il popolo nasconde paurosi retroterra di perfido enigma. E il popolo rimane bestione da soma, non esce dalla sorte infame di proletario alla catena oppure, oggi, da quella di gregge castrato dalla tenaglia consumista, finquando non rintraccia le orme delle sue aristocrazie, delle sue guide veggenti. Orme ideologiche e umane. Segnacoli da lasciare tra le abbrutite plebi metropolitane, come mine rammemoranti. Occorrono parole di tregenda da gettare tra le flaccide caste globali. Il corruttore liberista e il parassita giacobino temono le parole conclusive, gli accenti di chiara gravità; essi, i grandi dispensatori di odio e di morte, i grandi programmatori dell’affievolirsi della vita, chiamano male il bene e bene il male, e minacciano l’uomo con ricatti e intimidazioni, per gelare per sempre il sangue nelle vene dei vivi. Sempre il puro e il sano riemergere dell’istinto di vita appare brutale al corrotto e all’invertito. Sempre il decadente sub-umano chiama fosca la solarità del barbarico.

La medesima borghesia positivista, a fatica sfuggita al giustizialismo eroico del secolo XX, è oggi più che mai sola nel dominio, e stavolta universale e assoluto per davvero, e la sua dimensione è adesso il pianeta, tutto il pianeta, e i suoi proletariati sono tutte le culture e tutti i popoli, le nazioni e le etnie, e la sua lotta settaria è il suo classismo cosmopolita che divide e lacera l’umanità fin nella coscienza della persona singola, abbandonata alla disperazione della solitudine di massa, nel tradimento coatto di sé e dei suoi simili.

Socialismo comunalista. Per dire di un luogo dove andare a cercare frammenti ancora viventi di popolo, filoni aurei oggi introvabili tra i miasmi metropolitani. E farne leve di rovesciamento.

«Fra nazione e nazione, o fra tribù e tribù, non esiste spazio abitato da umanità»: questa frase modernissima di Enrico Corradini [nella foto a sopra a sinistra] è un corredo di verità al fatto cosmico che l’appartenenza non è incidente intellettuale, e neppure scelta di povero arbitrio cartesiano, ma evento di natura, una manifestazione genetica dell’istinto. Noi oggi, dopo ottant’anni da quella frase del fondatore del socialismo nazionale-popolare italiano, viviamo conficcati a forza esattamente in quello spazio dell’inesistente che è un non-dato. E, per decreto di un’anonima setta di apostati dis-umani, veniamo ascritti all’inesistente dell’umanità: la grossolanità del termine, nella sua indecifrabile indeterminatezza, recita da sola la cifra dell’inganno. Nella realtà vivente, non c’è posto per quella formula dell’abnorme e dell’informe che si chiama umanità: non c’è posto per il generico, se il mondo ricorda ancora lo specifico che è condizione del vivere, e che ci parla di popoli, di culture, di saperi, di tradizioni, di stili…innestati sul variegato dispiegarsi del molteplice e del multiforme. Il “socialismo” massonico delle socialdemocrazie marxiste e il comunismo chiesastico dei sovietismi hanno consumato il loro crimine storico consegnando i popoli, legati mani e piedi da una catena di sconfitte, a quel trionfo di bolscevizzazione universale che è il mercato mondiale liberista: macchinizzazione dell’uomo e rinnegamento dei suoi poteri identitari.

Il ritorno alla dimensione del luogo, il sacro appartarsi nel fiducioso riconoscersi, nel sicuro rispecchiamento, è voce della carne e del suolo, è timbro di uno stile che si imprime nella mente e nel corpo con la forza di un diritto di natura: paesaggio, terra, uomini del popolo. Il suolo patrio su cui sorge come una pianta spengleriana la comunità è ierofania, apparizione del sacro, è una sorta di mandala intessuto dai lenti secoli della convivenza, attimo dopo attimo, come instancabili gocce. La chiave per svelarne e intenderne l’arcano non la possiedono le plebi borghesi sradicate, che conoscono solo i codici di un’esistenza spersonalizzata e apolide, ma gli auscultatori del tempo che scorre in lentezza, che trapassa dall’antenato all’erede, impregnando di sé la terra e gli edifici, il lavoro e il riposo, perfino i volti. Questo genere di raccoglimenti precede sempre l’erompere di energia vendicatrice. Quanto avranno pesato le attese e le inazioni, le veglie solitarie di Alfredo Oriani [nella foto a destra] e le impazienze dei giovani futuristi, l’arte dell’annuncio simbolico di D’Annunzio e quella della poesia dell’anima sociale-nazionale di Pascoli, sullo svolgersi di quella eruzione di volontà comunitaria e di moderna frantumazione del modernismo che fu la rivoluzione sociale di Fiume? Quanto avranno pesato i silenzi e le divagazioni, le fantastiche filosofie vitaliste e gli eruditi sogni iniziatici degli esclusivi sodalizi di Stefan George, di Klages, di Schuler, sulle future esplosioni di forza agglutinante di cui dette prova il germanesimo, dopo la catastrofe del 1918? Non furono, tutti costoro, gli appartati ripensatori e ritessitori della potenza, dello spazio di vita ingiuriato e imbrattato dall’utopia universalistica voluta dalle “democrazie”? Non si deve a uomini come questi la tenuta epocale di un popolo incastonato nel terreno del suo destino?

Heidegger soleva respirare l’alito del suo popolo percorrendo i sentieri tra le sue montagne: la potente visibilità del genius loci è ancora, e mai come oggi, la più rivoluzionaria delle politiche. E’ una sensibilità, qualcosa di fisicamente opposto al cosmopolitismo. Arte del vivere è l’udirne il richiamo. E arte è il segno più alto tra quanti rendono ogni popolo diverso dall’altro e unico e irripetibile. Arte di ricordo. «Le cose rivelano la loro anima all’anima dell’uomo che le ricorda. E l’arte non è se non un ricordo. La memoria trasfigura»: parole che partono da Corradini, che noi facciamo nostre, ma volendo ancora di più: dinanzi alle tecnocrazie e alle sue masse mondializzate, icone del delirio che uccide la memoria e che sfigura, noi rivendichiamo la volontà di agitare la memoria che tra-sfigura, il primo di quei balzi che porteranno solo i popoli e gli uomini ancora vivi al di là della linea di morte segnata dall’ideologica poltiglia globalizzante.

Un sogno? Ma il socialismo nazionale dei popoli, che sta ben piantato oltre i confini della modernità tecnocratica, è appunto un sogno, e giusto questa è la sua ineliminabile grandezza, un’arma politica che i cosmopoliti maledicono per la sua inafferrabilità di pericolo incombente: un mitico sogno di mobilitazione. L’unico capace, in questa de-culturata palude capitalistica, di agitare drappi, di indicare mète, di scuotere e percuotere gli immaginari potenti. Le greggi umane che vorremmo trasfigurare in popoli hanno bisogno di un ultimo mito, al fine, come affermava Filippo Tommaso Marinetti [nella foto sotto a destra], di “ingigantire la facoltà sognatrice del popolo” per condurlo via, appena in tempo, a scampare dall'”inferno economico”.

La congiura di usura, lussuria e concupiscenza, l’avvilupparsi di denaro, potere della bestia acquisitiva e cupidigia di rimescolamento, il patto diabolico tra ricchezza materiale di pochi e miseria morale di molti, non hanno presa che sugli scarti. In un universo di scarti, la globalizzazione ha partita vinta. Il corteggio di tutte le sue perversioni non trova ostacoli. In un mondo di collegamenti tra rinsaldate appartenenze, al contrario, la linea di resistenza si ispessisce, la testa di turco mondialista trova duro e si arresta, frantumandosi. Socialismo del popolo è l’abbandono delle tragiche utopie di un progressismo sempre in ritardo sulla storia. E’ il ricreare il cosmo delle necessità diffuse, di cui l’aggregazione locale, sociale, di lavoro, di artigianato, di riappropriazione delle tecniche, di relazione tra gruppi, tra famiglie, tra occupazioni, è l’unico contrafforte ancora pensabile. Il fermento di decomposizione globalista lo si combatte col senso di un riavviarsi di ciò che è latente nel prossimo: meno “politica estera”, meno principi universali, meno “diritti”, e più doveri, più concretezza, più protezione del Noi che ci avvolge dalla nascita. Meno bassa letteratura mass-mediatica e più popolo.

Socialismo che esce dalla formula propagandistica internazionalista, che ripara agli inganni utopistici, è socialismo etnico: quello che rispetta le culture, che ha memoria lunga della nazione. La nazione è un percorso di secoli, il suo retaggio posto al riparo del violento oblìo è l’ultima riserva di futuro, soprattutto europeo. Nazione in quanto involucro geostorico che protegge un intarsio biologico e culturale irripetibile: la cellula più intima della nostra identità e dell’onore sociale, le schiatte dell’affinità, i ceppi, le famiglie, gli individui non smarriti nel mellstroem.

Il collegamento tra ideale sociale-popolare e politica attuata sul reale è la mobilitazione delle fasce di popolo non impastate dall’interesse usurario. Far scorrere sangue sano nelle vene della società significa rimuovere chirurgicamente i tumori mafiosi in cui si annida la ragnatela dei poteri privati e degli interessi criminali. Il manifesto di una rinascita socialista dei popoli deve prendere avvìo, fin dal punto primo, da una rivendicazione della legge del sangue: alla maniera biblica, apocalisse contro apocalisse. Come i Santi del cielo “hanno lavato le loro vesti nel sangue dell’Agnello”, così il popolo deve rinverginarsi reimmergendosi nella sua propria natura, nel suo essere vita santificata dalla comunanza e dalla fratellanza di stirpe.

La vita naturale del popolo è semplice, essa non ascolta i cabalismi sillogistici dei corruttori socratici. Essa procede per assimilazioni spontanee e chiede la giustizia visibile di un ordinamento severo ma sano, dritto come lama. La risantificazione del lavoro e della mano dell’uomo, che stringe allo stesso modo il destino e lo strumento della fatica, è il simbolo heideggeriano del rinascimento socialista-nazionale. La prima tecnologia di cui riappropriarsi è la tradizione genealogica che sposa l’uomo alla sua terra. E la lotta futura non sarà tra poteri mondialisti, ma tra globalizzazione liberista ed etnocida da una parte e ontologia del radicamento dall’altra: la Gutherrschaft, il predominio materialistico imposto dal possesso criminale dei beni e delle risorse, contro la Grundherrschaft, il dominio dei valori di fondamento: come dire, l’artificio di usura contro la cosmica e libera legge della radice. Da questo nuovo Medioevo post-industriale e metropolitano usciranno le leggi del buongoverno futuro, che renderà indistinguibile, come negli affreschi di Ambrogio Lorenzetti, la Città ben ordinata dalla Campagna ben lavorata, riunite in un’unica koiné resa comprensibile dall’esistenza di confini visibili, come sempre ciò che è vero ha confini e ciò che è falso è invece illimitato e vertiginoso. Hegel parlava di una Offenbarung der Tiefe, una rivelazione del profondo, come caposaldo dello sviluppo dialettico dello Spirito. Esattamente questo ci attendiamo dal futuro: che dalle profondità del popolo riemergano come una vendetta di natura l’identità primordiale e la sua giustizia dei ranghi e dell’onore.

Luca Leonello Rimbotti

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