Sion. L’eterno dilemma

È un privilegio poter leggere questo ultimo testo di George Steiner, I libri che non ho scritto (Garzanti, ottobre 2008) . Primo perché non si può non essere problematicamente d’accordo con lui in moltissime cose, quasi in tutte… Secondo, perché si può dissentire da alcuna, cercando – meno condizionati dai soliti tabù – di comprendere quali siano le linee di divergenza. E’ illuminante poi scoprire fino a qual punto può giungere la capacità di visione ed all’interno di essa il coraggio che poi potrà manifestarla, anche pubblicamente, scritturalmente, ed, allo stesso tempo, comprendere che quando si è (e si vuole restare) all’interno (comunque) di una certa koiné è praticamente impossibile superarne certi limiti, qualsiasi sia l’intelligenza, la preparazione, il coraggio, la buona fede personale.

Diciamo questo quasi con sofferenza, perché ciò potrebbe applicarsi anche a noi, direttamente, nel momento stesso in cui ci permettiamo di avanzare un giudizio su alcuna cosa che, reputiamo, Steiner (non ) dica… Infatti è sulla cosa che Steiner non dice che si è fermata la nostra reazione. Il capitolo, è, ovviamente, Sion. Non poteva essere altrimenti. Gli altri capitoli, grandiosi e sofferti, ariosi ed ironici, sottilissimamente crudeli ed attentamente speranzosi di quell’ottimismo della volontà che contraddistingue da sempre Steiner, nel suo sostanziale impianto d’incontestabilmente illuminato ma imprevedibilmente certo conservatorismo, non risentono di alcuna barriera, di alcun ostacolo al procedere dell’indagine conoscitiva e del giudizio proponente. In quello, invece, (Sion), lo stesso immane sforzo di dire la verità, all’interno di alcune possibili verità dicibili, si scontra con alcuni illogici silenzi.

Il più importante è sulla dimensione globale che il potere dell’ebraismo ha, ultimamente e con una progressione prodigiosa, in tutti i campi, ottenuto, da quello religioso, scientifico, militare, massmediale. Non che Steiner non lo implichi, o non lo giustifichi, anzi; è uno dei pochi che, nello specifico d’un capitolo che doveva e poteva essere un libro importantissimo, e che comunque rimarrà come un testo di coraggiosa veridicità proveniente da intellettuale di tale valore e prestigio, ne scandagli le profonde ragioni – e l’attuale stato di evidente contraccolpo affermativo dopo la tragedia della Shoa – ragioni metafisiche, religiose, mistiche, storiche, sociologiche (ed anche… genetiche). Ma tale innegabile progressione, sostanzialmente ormai realizzata e quindi operativa e legata quasi inscindibilmente al predominio unipolare degli Usa, non è argomento di riflessione. Solo il sionismo realizzato in Israele è punto di distacco e di critica, anche aspra. Il fastidio verso quel nazionalismo realizzato (come d’altronde verso tutti i nazionalismi), ripudio sostanziale di un crisma all’Esodo come dimensione primariamente transtorica e quindi plurisignificante (anche in termini di laicità e non solo in termini di sacro) non considera affatto l’altro problema (problema per tutti coloro che a quel potere ed a quella egemonia non vogliano sottostare): la dimensione innegabile del coagularsi del concetto di Occidente, per quanto contrastatamente ed in mezzo a sussulti e grida di ogni genere, al paradigma veterotestamentario, nel senso specifico ed allargato. (Non voglio implicare in questa mia pericolosa polemica alcuno od alcunché che non mi esaurisca, ma, in un passaggio, d’importante e primariamente pura rilevanza mistico-religiosa, ultimamente mi è capitato di leggere:

«Già Hegel notava come i teologi non parlassero più di spirito, di grazia, e non trattassero altro che di Bibbia, alla stregua di ragionieri che tengono l’amministrazione di beni altrui. Ma le Scritture appaiono all’intelligenza onesta per quello che sono, povere opere di uomini, e perciò la religione che si fonda su di esse non può essere altro che superstizione, che perde il confronto con la ragione e con la scienza…».

Ora tale giudizio non potrebbe essere più all’opposto, ad esempio, del procedere argomentativo di Steiner, che, pur in termini apparentemente in prima battuta puramente laici, pone il consumarsi talmudico “sulla” scrittura (col la “S” maiuscola e poi con quella minuscola) come il plurigenerativo seme addirittura della coscienza, oltreché dell’intelligenza). Ritornando quindi al problema del potere globalista, esso mi appare come un’insostenibile incongruenza. Persino se Steiner arriva a domandarsi cosa succederebbe all’ebraismo nell’ipotesi tragica di una sparizione dello stato di Israele, dandosi, dal versante laico, risposte non molto diverse da quelle che si darebbe probabilmente – a tale specifica domanda – un ultraortodosso antisionista.

Ma Steiner, non si pone il problema globale, come se, in presenza od in assenza di una realtà statuale del genere (e del sionismo realizzato, in una nazione ed in una terra, che da sempre prevale in Israele, ovvero il contrario del possibile od utopico stato laico con due popoli), ufficialmente laica ma sostanzialmente ideologica e/o confessionale, il problema dell’atteggiamento delle comunità ebraiche nel mondo e delle comunità ospitanti (in costanza di un sionismo internazionale che in tanto si è posto in secondo piano in quanto si è realizzato statualmente) non riprodurrebbe all’interno ed all’esterno tutte le dinamiche storiche già verificatesi in passato.

A ciò aggiungasi, come aggravante del problema globale, il fatto che nello stato di Israele, probabilmente proprio in relazione alle realizzazioni compiute ed alle responsabilità conseguenti (di ogni genere) prevale – paradossalmente ma non tanto – uno spazio di dibattito interno e di libertà relativa che è molto difficile riscontrare nelle comunità della diaspora, ove ogni dissenso, all’interno delle comunità stesse, viene contrastato con notevole violenza e con una dialettica spesso strumentalmente extrascientifica e con un più o meno indiretto impulso e ricorso anche alle ipocrite legislazioni (in quanto derivanti da complessi di colpa attribuibili a soggetti storici) che ultimamente, in vari stati, hanno penalizzato reati di puro pensiero, praticamente indirizzati a reprimere solo unidimensionalmente.

Tale conseguenza non sarebbe uno – se volessimo essere onesti fino in fondo – tra i portati negativi di quel nazionalismo, anzi, mentre sarebbe (per quell’internazionalismo, si fa per dire…), un’aggravante, per le comunità della diaspora, intimamente più revanchiste, forse anche perché, come dice Steiner, costantemente sottoposte all’assimilazione, nel momento stesso in cui trendono ad assimare a loro medesime ogni cosa prossimamente utile.

Chissà… l’unica risposta possibile ad un tale scenario che ultimamente si presenta senza speranza e con tratti apocalittici sarebbe forse nella più o meno da più parti ventilata reale , lenta ma decisa decadenza dell’impero americano, (da noi sostanzialmente auspicata, sia pur all’interno di un equilibrio che salvaguardi al massimo possibile in ogni caso la nostra comunità attuale e futura), che implicherebbe il decadere altrettanto relazionato (in tutti i dominii…), dell’ipotesi del predominio mondialista, che a quel paradigma principalmente si riferisce, e del conseguente normalizzarsi della situazione geostrategica in molti scenari ove la questione mediorientale è divenuta artificialmente, giocoforza, un elemento sempre più conflittuale. Ciò forse all’interno dell’ampliarsi – anch’esso per noi auspicabile – (la mai ben dichiarata od intesa opzione multipolare) di un universo di riferimenti complessi ove Russia/Ortodossia, Vicino Oriente/Islam, Cina, India e Giappone, tradizionalmente riorientati, anch’essi resisi sufficientemente indipendenti da quel paradigma, (parallelamente a quanto avvenne progressivamente e sia pur parzialmente in altre epoche dopo la caduta degli imperi storici e per l’epoca contemporanea per il subcontinente indiano in conseguenza dell’indipendenza dalla cultura imperialista anglosassone) possano costituire, per una ben diversa Europa prossima ventura, – mai tanto dolorosamente ed utopicamente auspicabile – elementi di contenimento, di compensazione e di sviluppo…

Sappiamo di aver sfiorato con una concisione prossima alla follia argomenti di una complessità estrema, ma a ciò siamo stati portati inesorabilmente dalla partecipatissima lettura di “I libri che non ho scritto”, ove la scelta, per alcuni versi solo parzialmente giustificata, della nostra reazione ad un capitolo del libro stesso, rischia di mettere in ombra l’esaltante ricchezza della complessione. Ma, al di là od al di qua del piacere, anche la discrezione “esige dei limiti”.

Sandro Giovannini

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks