Razzismo e xenofobia…

…il peso delle parole

Non tutto il male vien per nuocere, la crisi economica quella che eufemisticamente hanno definito “bolla finanziaria“, termine più soft per titolare la crisi di un sistema ci ha regalato l’immagine di un futuro di ristrettezze ma ci ha evitato il proseguimento dell’ennesimo tormentone mediatico. Per qualche giorno, stampa ed etere ci hanno risparmiato la solita cronaca di quanto siamo vicini ad una società razzista e xenofoba. Siccome purtroppo tra poco avremo la ripresa del ritornello, vorrei esprimere alcune considerazioni.

Innanzi tutto prendiamo in esame il termine “xenofobo”. Già Socrate disse che la soluzione di un problema nasceva dalla comprensione dei termini. Ora, xenofobo vuol dire avere paura di ciò che è diverso. Quindi fa parte del capitolo delle psicopatologie, al pari della claustrofobia, (paura del chiuso), acluofobia o scotofobia (paura del buio), agorafobia (ansia provocata dagli spazi aperti), claustrofobia (paura dei luoghi chiusi), agorafobia (ansia provocata dagli spazi aperti), ergofobia (paura del lavoro, comune a molti), ecc. La definizione corretta di fobia (dal greco φόβος “paura”) secondo il Diagnostic and Statistical Manual of mental disorders è «un’irrazionale e persistente paura e repulsione di certe situazioni, oggetti, attività o persone, che può, nei casi più gravi, limitare l’autonomia del soggetto». Pertanto il problema non sta nel soggetto destinatario della fobia ma semmai nel soggetto afflitto dalla fobia. Criminalizzare uno xenofobo equivale a criminalizzare un malato. Un po come se per guarire quelli affetti da polmonite si pensasse di sopprimerli tutti, non vi sarebbe sicuramente polmoniti ma poco resterebbe anche dei pazienti.

La curiosità della xenofobia è che si comporta da malattia estremamente democratica, non interessa solo un singolo ma può ricollegarsi anche a classi sociali o gruppi omogenei. Le ragioni della fobia di ciò che è estraneo sono da ricercarsi in una paura delle proprie attuali condizioni ed una scarsa autostima e fiducia nelle proprie possibilità, individuali o collettive di superare queste situazioni di difficoltà. Infatti tutti gli episodi costantemente riportati al “pubblico ludibrio” coinvolgevano soggetti a cui la società non aveva saputo dare risposte efficaci. E’ facile pontificare a favore dei Rom se abiti in una villa in zona residenziale con anti furti, vigilanza e quanto d’altro. Lo è un po meno se ti hanno svaligiato la casa rubandoti tutta la pensione per cui dovrai tirare la cinghia per almeno un mesetto. E’ facile pontificare di accoglienza se hai la baby-sitter che tiene i bambini mentre vai a fare shopping ed un attico in centro. Lo è un po meno se devi mandare il piccolo all’asilo nido perché ti serve uno stipendio per mangiare, oppure se hai bisogno di una casa popolare visti che i soldi per l’affitto ad equo canone non ce li hai, e scopri che davanti a te in graduatoria ci sta l’immigrato arrivato l’altro ieri. Quindi mi sembra naturale che da una cultura debole, da una situazione di precarietà possa nascere una qualche psicopatologia. Ciò che produce la xenofobia quindi è la mancanza di senso dello stato, di comunanza culturale, di fiducia in se e nella società. La cura nasce dalla rimozione delle cause non dalla soppressione (non tanto fisica quanto morale) del soggetto. Adesso la risposta che danno alla signora che guarda male colui che gli ha “fregato” il posto all’asilo nido consiste nell’insultarla, nel definirla abietto razzista, indegno di questa meravigliosa società e così di seguito. Quindi aggiungiamo danno al danno.

Diversa dalla xenofobia, aspetto patologico e criptico della psiche umana, è il razzismo. Razzismo consiste in un atto cosciente, voluto, attivo. Ma riferito a cosa. Razzista è colui che ritiene che una persona, biologicamente, culturalmente o socialmente sia inferiore e come tale debba essere sfruttato. Razzismo era lo schiavismo, che fosse di un altro colore di pelle od appartenesse ad un’altra cultura quella era una forza lavoro senza i diritti spettanti ad un normale cittadino. Sullo schiavismo nessuna società può dirsi estranei. Avevano schiavi i greci, i romani, gli arabi, i cinesi, gli scandinavi, gli indiani e così di seguito quindi nessuno può dirsi fuori. Con una sola differenza, noi la schiavitù l’abbiamo dimenticata (almeno nella forma classica) altri , seppure sotto altre forme la praticano ancora. Altri ancora l’hanno abolita da poco e poi vanno in giro per il mondo ad esportare democrazia e diritti umani facendosi chiamare liberatori.

Per mesi ci hanno massacrato gli attributi con le leggi razziali ed il manifesto di difesa della razza. Ora, le due cose sono completamente diverse e necessitano di una lettura leggermente più attenta (che non vuol dire assoluzione, ma comprensione dell’esatto significato). Nel primo punto del manifesto per la difesa della razza si legge testualmente: dire che esistono le razze umane non vuol dire a priori che esistono razze umane superiori o inferiori, ma soltanto che esistono razze umane differenti. Per fortuna che sono arrivati gli americani a liberarci da questi abomini, peccato che negli Usa la segregazione razziale sia stata abolita soltanto negli anni ’60.

Che i firmatari di tale manifesto non ritenessero la diversità di cultura, razza o religione un elemento di superiorità è testimoniato dal fatto che, ad esempio il prof. Frugoni curò indifferentemente Mussolini ma anche Togliatti, né tanto meno il Palmiro ebbe problemi a farsi curare da un razzista. Questo manifesto poteva essere tirato in causa molto prima, magari in occasione di qualche governo Fanfani (anch’egli tra i firmatari). Ma la memoria e corta almeno quanto l’intelligenza.

Per ritornare al concetto di razzismo dobbiamo prendere in considerazione le diverse forme con cui può realizzarsi. Biologico, culturale, sociale. Vediamo di fare anche qualche esempio semplificatore.

Razzismo biologico è quello classico: caucasici contro africani, ariani contro semiti e viceversa. Lascio stare il lontano oriente tranne un accenno che farò sulla Cina. Del razzismo biologico poco rimane, d’altra parte le culture e le migrazioni hanno comportato un rimescolamento come mai successo in passato. Lo stesso “manifesto di difesa della razza” si esprimeva con un’opera di equilibrismo e di esercizio di arrampicata sugli specchi cercando di conciliare una presunta arianità italica (per compiacere all’alleato germanico) con la presenza di popolazioni preariani, gli etruschi probabilmente erano semiti, e con le invasioni barbariche chiuse con i longobardi. Ad un certo punto possiamo leggere:

«Questo non vuole dire però introdurre in Italia le teorie del razzismo tedesco come sono o affermare che gli Italiani e gli Scandinavi sono la stessa cosa. Ma vuole soltanto additare agli Italiani un modello fisico e soprattutto psicologico di razza umana che per i suoi caratteri puramente europei».

Ora il definirsi razzisti ci urta se consideriamo il termine come superiorità e sfruttamento, forse loro volevano far riferimento ad un sinonimo di diversità. Purtroppo i poverini non avevano considerato che il termine razzismo sarebbe stato imposto come stigma proprio da quelli che fino a poco tempo prima ( ed anche dopo) sfruttavano le colonie e le loro risorse, sterminavano i nativi, mandavano avanti un’industria con gli schiavi prigionieri dei gulag, massacravano in nord Africa ed in Indocina. Anche ora tutto il mondo “democratico”continua a fare affari con la Cina e riguardo al genocidio della cultura tibetana si limita a qualche sciarpa e qualche bandierina e ad una bella accoglienza al Dalai Lama (mentre lui predica gli industriali firmano contratti per manufatti realizzati dai nuovi schiavi).

Il razzismo “culturale” è invece molto più strisciante. Abbiamo un mondo diviso tra fautori della democrazia e “arretrati” da emancipare. L’esportazione dei valori “occidentali” avviene in molti modi: rincoglionendo con la televisione ed il consumismo, ma dove non arriva la propaganda arrivano i B52. E non è forse un razzismo culturale reclamare i propri cittadini se indagati o colpevoli di reati anche gravi compiuti altrove ed invece negare fondamentali diritti da chi, straniero, è accusato di un reato verso un cittadino usa. Le televisioni usa scatenate a difesa dell’Amanda Knox di Perugia ma per Carlo Parlanti neppure una riga.

Qualche volta il culturale si mescola con il biologico, ma questo accade perché esiste una impermeabilità tra i comparti e , spesso, una buona dose di ignoranza.

Sempre un questi giorni ha sentito delle assurdità per le quali non so se invocare la mala fede o la stupidità.

In quella meravigliosa realtà multiculturale che sono gli Stati uniti (ma non preoccupatevi anche noi presto saremo della partita), le definizioni antropologiche sono, altezza, peso, corporatura, razza ( da distinguersi in caucasica, africana, ispanica, orientale). Questo perché se si deve cercare un rapinatore bianco (caucasico) si può fare a meno di fermare i neri (e viceversa). Tra l’altro anche gli ebrei vengono etichettati come caucasici e quindi non scomodate la shoah. Una eminente scienziata, italiana e di sinistra, ha detto con orgoglio alla frontiera quando le hanno chiesto la razza di appartenenza “umana”, credendosi chissà quale salvatore della patria ma nella pratica insultando un povero cristo di impiegato al quale nei fatti aveva dato del cretino.

A proposito di ebrei. In questo caso meglio dire israeliani perché le loro carceri sono piene di dissidenti che devono essere rieducati ed anche ( fortunatamente) non mancano le voci critiche a quello che è uno degli ultimi paesi che pratica l’apartheid. Sarebbe interessante vedere se i frontalieri palestinesi godono degli stessi diritti degli israeliani. Sarebbe interessante capire perché esistono ospedali separati per gli israeliani arabi e cristiani ed ospedali per gli israeliani ebrei. Sarebbe interessante vedere come sono finanziati, se in egual misura od in maniera differente. Forse che questo non è razzismo?

Ed infine il razzismo sociale. Ne siamo i campioni.

Per mezzo secolo hanno teorizzato la divisione in due classi: gli antifascisti ed i fascisti. Ovviamente nel migliore dei casi i fascisti andavano ricondizionati, riprogrammati, convinti di quanto fossero abietti. Nel caso dell’antifascismo militante poi uccidere un fascio non era reato. Parafrasavano il Generale Custer, altro “eroe” americano, invece che l’unico indiano buono era quello morto, qui all’apache si sostituiva il fascista. Forse questo non è razzismo?

Ma superata la colpa storica dei padri (della repubblica) veniamo ai giorni nostri. Dobbiamo essere aperti al multiculturalismo ed all’immigrazione, siamo tanto aperti che quando arrivano li piazziamo in baracche, in stabili fatiscenti, li mettiamo a fare i lavori che gli italioti non vogliono più fare. Al massimo se gli diamo qualche cosa, case, scuole, asili, assistenza sanitaria, la prendiamo da quelle destinate a quei dodici milioni di poveri che ora ci sono in Italia. Tanto questi non si lamentano, e se si lamentano chi li ascolta? E se poi trovano uno che li ascolta bassa dargli dei razzisti. Forse questo non è razzismo?

E non è forse razzismo quando un centro sociale manda avanti come carne da macello dei poveri cristi di immigrati che pensano di difendere la loro causa ed invece si stanno preparando le condizioni per un’espulsione? Non è forse razzismo sociale il promuovere una immigrazione incontrollata od anche clandestina per favorire un lavoro nero e sottopagato che serva anche da controllo sulle istanze sociali dei lavoratori italiani. Non è venuto in mente a nessuno che se li pagassero di più di un euro all’ora forse anche degli italiani raccoglierebbero pomodori? Queste sono solo alcune divagazioni in attesa che ricominci il classico tormentone. Abbiate fiducia.

Costantino Corsini

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