Le caste e le puttane

Tra eros e castità

Sono due volumi usciti quasi contemporaneamente. Per la stessa casa editrice e per la medesima collana. Sembrano scaffalati, in libreria, in antitesi tra loro. In verità sono uno nell’altro, quasi a voler dire del loro succedersi a compenetrazione naturale. A completamento elementarmente semplice. E sì perché uno vuol parlare di morigeratezza. L’altro si spertica ad osannar donne fatali in quell’ottocentesco. Stiamo scrivendo di Storia della castità, della studiosa canadese Elizabeth Abbott, e di Cortigiane, del francesista torinese Giuseppe Scaraffia. Entrambi per le Scie della Mondadori. I

ll primo tomo, a dir corposo, parte dalle vestali ad Elisabetta I, da Leonardo da Vinci a “Magic” Johnson, a narrare della castità propria di vergini custodi, atleti greci, eunuchi bizantini, monaci medievali, movimenti New Age tra moderno e post qualche cosa. Sembra essere, la castità, una «condizione innaturale, quasi uno stato patologico di reclusione o conventuale». Eppure… eppure… per circa 3000 anni è stata, invece, questa dell’astinenza (quale poi sottilmente da vedersi), una decisione lucida di molte donne, quasi a difesa o controllo. Quasi da potere o da fuga dall’esser sol(o)itamente madri e mogli. Una scelta che ha accomunato, in seguito, i due sessi in una duplice ambivalenza libertaria di rinuncia, privazione ma anche conquista e forza. Per ricerca, emancipazione, coercizione… Lo si vada e voglia capire.

Ecco, allordunque, spiegarsi una galleria di personaggi variegati: amazzoni, Santa Caterina, sacerdoti inca, saggi indù, Giovanna D’Arco, castrati d’opera lirica e da chirurgia, casti del XXI secolo per paura dell’AIDS, carcerati, omosessuali, pedofili pentiti, eccentrici, innamorati tristi, impotenti… E tanto ed oltre ancora. 512 pagine, ringraziamenti compresi, tra sospiri e rimpianti, desideri e privazioni, mancanze e sublimazioni, nirvana ed inferi silenti che niente e nessuno han risparmiato. Tanto da far scrivere lamentosamente a quell’impertinente d’Ovidio, in fatto di torpida erezione e dunque nisba, che il suo pene era «moscio come una rosa colta ieri»…

Non sembrano, invece, aver sofferto di siffatto stato le sedici mangiatrici d’uomini che Scaraffia presenta nel suo libro Cortigiane. 224 pagine lievi dedicate a: Anna Deslions, Thérèse de Païva, Alice Ozy, Lola Montez, Olympe Pellissier, Celeste Vénard, Cora Pearl, Jeanne de Tourbey, Giulia Barucci, Blanche d’Antigny, Marguerite Bellanger, Apollonie Sabatier, Marie Duplessis, Esther Guimond, Léonide Leblanc, Mery Laurent. Ovvero, in arte: La leonessa dei boulevard, La signora delle perle, Un agente di borsa con il seno, La grande orizzontale, Una cortigiana cattiva, Mogador, il piatto del giorno, La signora delle violette, La Venere di Milo, marmo rosa, La margherita delle margherite, La presidentessa, La signora delle camelie, La contadina, Mademoiselle Maximum, La rosa tea. Donne controcorrente per il panciuto Ottocento francese che hanno fatto, allora, del veritiero femminismo una realtà ante litteram. Senza per questo dimenticare trini, profumi, gioielli, perle, diamanti, trucchi e quant’altro si addica e competa alla femmina sensuale.

Nate tutte nell’infimo nulla della società, queste figlie del gentil sesso hanno tenuto per i metaforici gioielli di famiglia schiere di uomini, amati ed amanti, in un turbinio di soldi e spese folli. Senza rimpianto alcuno al bussar della morte. Ribattezzate tutte “grandi orizzontali”, esse seppero dominare nel lucore dei corpi e degli spiriti. Uniche nel loro genere, furono disposte a tutto. Per sfida, gioco, potere, duelli, gloria, denaro, forse anche amore. Forse… Si narra che la Contessa di Castiglione si fece consegnare, per una notte in alcova, un milione di franchi dal suo facoltoso amante di turno. Certo è che ci vollero, poi, tre giorni affinché la passionale creatura si riprendesse dalle gioconde fatiche. Ed ancor, ad icona del volume, questo piacevole scambio di battute: «Il principe d’Orange: ‘Mi hanno detto che il vostro amore dava le vertigini’. La cortigiana: ‘E a me, Monsignore, che il vostro amore dava dei diamanti’». Rigorosamente, poi, i suddetti solitari, venivano testati sugli specchi dei ristoranti all’allora moda parigina. Fidarsi è bene, dice il detto, non fidarsi è meglio…

Altro, dunque, che le cinquecentesche dame galanti del Brantôme o le novecentesche memorie della maîtresse americana Nell Kimball. Le inesorabili orizzontali vissero un universo unico nel suo genere. E questo loro esistere, questo «loro potere femminile, in qualunque forma si eserciti, tanto più in quello della seduzione, fa sempre paura». Come, d’altronde, allora sbigottimento creò. Feline femmine, dunque, lascive come… “La pantera [che] avanza al mio fianco/E sopra le mie dita/Fluttuano petali di fiamme” di poundiana memoria.

Ma passiamo ora ed a completamento la parola direttamente all’autore, Giuseppe Scaraffia [nella foto sotto a destra]. Docente di letteratura francese all’Università La Sapienza di Roma ed artefice di 13 libri, gentilmente ha rilasciato in esclusiva a “Il Fondo” la seguente intervista:

il Fondo – Perché proprio un libro dedicato a 16 concubine ottocentesche? Chi sono queste maestose “grandi orizzontali”. Solo l’apparenza che hanno mostrato o ben altro essere, sotto belletti, abiti ed altro genere d’accessori?
Scaraffia – Le grandi cortigiane che racconto sono state l’avanguardia inconsapevole dell’emancipazione femminile. Imitandole, le donne per bene hanno imparato a osare, a truccarsi, a uscire da sole, a trattare gli uomini alla pari, a considerare il piacere sessuale non un’aberrazione o una manifestazione di isteria, ma una normale esigenza femminile.

il Fondo – Quale delle donne di cui lei parla, l’ha ammaliata se non sedotta?
Scaraffia – Mi è molto piaciuta Marie Duplessis, la Signora delle Camelie, ma quella vera, non quella di Dumas, una donna che ha vissuto con eleganza e dissipatezza la sua malattia senza rinunciare a cercare l’amore e il piacere.

il Fondo – Nella storia etere, concubine, maîtresses, geishe, donne fatali, ufficiose ma mai ufficiali hanno esercitato grande fascino e potere sul sesso maschile e sugli eventi. Perchè a suo avviso?
Scaraffia – Perché hanno sempre avuto un punto di vista diverso, più spregiudicato e meno ideologico sulle persone e sugli eventi. Non a caso nella Grecia antica Aspasia era ascoltata da Pericle.

il Fondo – Pensa che sia ancora possibile incontrare nel nostro secolo una cortigiana? Quella vera però…
Scaraffia – Quelle vere, quelle che non cercano di cancellare il loro passato e non posano a signore per bene non ci sono più. Le altre sono tante.

il Fondo – La scrittrice francese George Sand diceva che una  «donna porta il proprio sesso e il proprio temperamento nello sguardo e nel sorriso». Altre grandi figure femminili citavano 2 gocce di profumo, gioielli ed altro e tanto ancora. Secondo Lei, cosa rende una donna femmina e femmina una donna?
Scaraffia – Lo sguardo, un lampo in cui si mescolino forza e dolcezza, sfida e remissività.

il Fondo – Dandies e seduttori come cortigiane o…
Scaraffia – Il bellissimo conte d’Orsay è stato un vero cortigiano, nel senso che aveva sedotto il ricchissimo lord Blessington, la moglie e ne aveva sposato, col loro consenso la figlia. Ma è un caso isolato nel mio libro si ritrovano dandy come Balzac, Sue, Baudelaire e Chopin che amano riamati le cortigiane.

Susanna Dolci

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