La “Gelmini” e il nostro ’68

Il nostro ’68

Per noi il ’68 era venuto
qualche anno avanti la contestazione
l’età della rivolta e del rifiuto
contro il sistema: la rivoluzione.

Allora noi eravamo bestie rare
quando vestire l’eskimo non era
una moda da vendere ai compagni
e cercavamo un basco per bandiera,
e cercavamo un basco per bandiera.

Ricordo i nostri fuochi a capodanno
quando i borghesi vestono di nero
e i proletari stappano moscato
ma freddo e notte cantavamo noi.

Emarginati e matti contro il mondo
che pullulava voglie e fregature
per giuramento crescere diversi,
tanta sete di rischio e d’avventure.

Ricordo la cantina dell’inferno
un luogo riservato ai bevitori
quando Guccini non cantava treni
e i maledetti amavano De Andrè
e i maledetti amavano De Andrè.

Poi la questura il 25 Aprile
per quattro scritti e una camicia strana
i vecchi partigiani e le paure
quelle sfide da rissa paesana.

Curcio aveva lasciato la parrocchia
leggeva il suo Marcuse nel Trentino
capelli troppo corti sulla testa
sputacchiavamo in faccia ai nostri beat.

Ma Kerouac era nostro si diceva
e quelli sono rossi e ben pasciuti
se la cultura era stile giusto
partivano fottuti quei lacchè,
partivano fottuti quei lacchè.

Le ragazze ridevano e la gente
odiava quei ragazzi tristi e matti
tra i libri gialli delle bancarelle
noi cercavamo Evola e Celine.

Il partito era fermo agli altarini
come l’Italia al Brennero col botto
le seggiolate contro Michelini
mentre s’avvicinava il ’68.

Ma il ’68 eravamo noi
contro i consumi per l’ecologia
contro lo sconcio delle vacche sacre
e un altro uomo e un’altra strategia.
e un altro uomo e un’altra strategia.

Un giorno ti telefona il gran capo
c’è l’università da ripulire
tu non prevedi, tu non puoi capire
che i sovversivi sono camerati.

Chissà che sghignazzate al Viminale,
chissà che sghignazzate i frammassoni
quando all’università della sapienza
qualcuno ha sollevato quei bastoni.

Era un casino : beh sono d’accordo
era un po’ duro prendere quel treno
tra un mucchio di pidocchi e di illusioni
giocare un ruolo “noi figli del sole”
giocare un ruolo “noi figli del sole”.

Che intanto si è rimasti nella merda,
che s’è pagato duro lo sapete
ma ora che si vende il ’68
sento puzzo di morte e non mi va.

Il capo è ancor più vecchio e parla bene,
la gente rossa o nera è sempre cupa
faranno un grande Gulag tutti assieme
uniti, non si toccano i tabù.

Noi che cantiamo giovinezza a chili
l’abbiamo sempre vista liquidata
cerchiamo pezzi di rivolta usata
e l’immaginazione che non c’è,
e l’immaginazione che non c’è.

Noi siamo ancor più vecchi e sempre matti
vogliamo fare a pezzi gli steccati:
ragazzi, non mollate proprio adesso
che c’è una vita tutta da inventare.
Ragazzi, non mollate proprio adesso
ragazzi, non lasciatevi incastrare
ragazzi, non lasciatevi incastrare
ragazzi, non lasciatevi incastrare.

(Roma, Valle Giulia, 1° marzo 1968)

È adesso che si svende il ’68…

La canzone, del 1981, che leggete in epigrafe è di Fabrizio Marzi. Il testo, credo sia di W. Jeder uno degli animatori dei Campi Hobbit, a metà degli anni ’70.

Una fotografia lucida e spietata di ciò che accadde al nostro ambiente in quei lontani giorni di circa 40 anni fa, prima che tutta la marea montasse e diventaste tempesta.

Ebbene, il ’68 ancora non era manovrato né dai turbo-capitalisti in accelerazione né dai neo-marxisti occidentali ma, soprattutto, non aveva ancora preso quella piega violenta, massimalista ed autodistruttiva che  assunse negli anni successivi.

Non solo: tra gli esegeti intelligenti dell’area destro-radicale ante- ’68 , qualcuno ebbe l’intuizione di dire che forse era ora di Cavalcare la Tigre invece di annegare nella logica reazionaria degli “Uomini sommersi tra Le Rovine” (e non certo per colpa di Evola ) o, peggio ancora, etero-diretti da terze entità nemiche infiltrate sin dal 1965.

Dopo le giornata di Valle Giulia,  come tutti ben sappiamo, si era creato un clima disteso tra le varie componenti della contestazione studentesca. Si giocava insieme perfino a pallone. Non c’era commistione ideologica, ma neanche scontro frontale. Ci si tollerava e riconosceva come protagonisti ed interpreti generazionali di quella stagione.

Fu allora che Il Secolo d’Italia ed il Borghese (guidato dall’ultra atlantista Mario Tedeschi), dopo il 1° marzo 1968, cominciarono a pompare volutamente benzina sul fuoco, contro le occupazioni, contro la contestazione comuniste, contro la sovversione (e oggi sappiamo perfettamente, invece, che in tutta Italia le università e le scuole in mano alle varie componenti “di area destro-radicale” erano circa il 20, 30% ; come è altrettanto noto chi c’era stato in testa agli studenti durante gli scontri con i celerini a Valle Giulia… Per chi volesse approfondire, consiglio il dvd L’utopia della realtà, a cura di S. Provvsionato ed A. Baldoni – Istituto Luce,  2008, con le interviste ai protagonisti di quella giornata).

Dopo una settimana di quella provocatoria pompatura, arrivò il fatidico 16 marzo, sponsorizzato ed etero-diretto dal Viminale, interessato a rompere quel clima disteso e non conflittuale, ed assolutamente post-ideologico, quella strana convergenza da cui era partita la contestazione di Valle Giulia , ed in cui si stava peraltro lentamente incamminando la contestazione.

D’altra parte sappiamo perfettamente anche che c’era ben poco da salvare di quella cultura partorita nelle scuole e nelle università dal 1945, dal quel post-fascismo resistenziale, patetico, reazionario, bigotto, papalino, questurino e nostalgico e che, quindi, alcune istanze di riforma partorite dalle organizzazioni studentesche, erano più che legittime. C’era un mondo che stava mutando ed alcune cambiamenti soprattutto di costume erano allora irreversibili. Dopo gli articoli del Secolo e del Borghese arrivarono invece puntuali alla Sapienza di Roma, la mattina del 16 marzo 1968, i pugili di Caradonna ed Almirante e non certo per citare Evola o Pasolini o Del Noce: sappiamo tutti invece come andò a finire.

Fatte tutte queste premesse piuttosto scontate, ho un aneddoto da raccontare, una questione che da un po’ di tempo mi inqiueta profondamente.

Se ci avete fate caso, sono sei mesi che c’è un certo “Think Tank” all’opera, coordinato dalla “nuova destra nazionale”, con in testa la fondazione “Liberal” (dell’ex-marxista Adornato), affiancati dai più noti intellettuali pidiellini (non ultimo, Marcello Veneziani con un suo pericolossissimo articolo di questa settimana); un Think Thank “oliato al punto giusto” che sta soffiando sul fuoco dell’anti-sessanttottismo d’assalto, alimentando una sorta di vendetta anti e post-ideologica, 40 anni dopo; e chissà, forse anche per offrire paravento ideologico il famoso “taglio Gelmini” (8 miliardi in tre anni su una finanziaria non discussa un minuto in parlamento, soldi che non si sa come e dove andranno a finire).

Tenete anche presente, che molti ex-neomarxisti massimalisti di allora, oggi stanno a stipendio Mediaset e lavorano a stretto gomito con gli eredi legittimi degli ex-destro nazionali del 16 marzo 1968.

Quindi antifascisti e anticomunisti massimalisti uniti nella lotta.

Non vorrei, quindi, che sull’onda montante di questa sospetta, quanto inutile campagna anti-sessantottina succedesse qualcosa di brutto del tipo 16 marzo 1968, per ricreare una inutile tensione e le solite dinamiche contro-rivoluzionarie a cui siamo abituate in Italia da almeno duecento anni.  L’Italia, d’altra parte, è una terra abituata a tali dinamiche di ricomposizione teleguidata (basta vedere le istanze più sane del Risorgimento e del Fascismo come si sono concluse).  Insomma, c’è uno strano tam-tam in giro, e tira una brutta aria: ha iniziato l’ex ministro dell’interno Francescco Cossiga, ha continuato Berlusconi con il richiamo alla disciplina ed alle forze dell’ordine,  e c’è chi parla di chiusura dei Centri Sociali di tutti i colori. Adesso si parla addirittura di una contromanifestazione in appoggio al governo e alla Gelmini… Bha.

Non mi stupirei che, ad opera dei “paladini della reazione”, accadesse un analogo episodio tipo 16 marzo 1968, davanti a qualche scuola o dentro qualche facoltà universitaria occupata, con la scusa che “gli  studenti hanno diritto di studiare”, e che la scuola deve mutare registro ed allinearsi alla nuova visione post-ideologica, trasformista, liquefatta, tecnocratica; la famosa rivoluzione delle tre ” i” avviata dalla Moratti (Informatica-Inglese-Internet). Spiazzando di fatto nella comunicazione, nel linguaggio e nel posizionamento politico,  l’ottimo lavoro svolto fino ad oggi dalle componenti della destra radicale studentesca tipo Blocco Studentesco o Lotta Studentesca, nonché da alcune frange addirittura non incardinate nelle organizzazioni, che per una volta hanno capito che con la riforma Gelmini si sta smobilitando di fatto la scuola pubblica.

I ragazzi del Blocco e di Lotta studentesca si sono chiesti pubblicamente, riscuotendo notevole consenso tra gli studenti, perché i soldi invece che prelevarli dalla scuola pubblica italiana, il governo non se li procura con la chiusura delle inutili 113 basi americane di occupazione, che paghiamo con le nostre tasche dal 1945; perché – ancora – invece di smobilitare gli occupatori, vanno a togliere i maestri elementari dalle elementari e tagliano la ricerca e e liquidano l’università pubblica…

Se accadesse qualche episodio codino e reazionario , molti dei ragazzi del Blocco e Lotta studentesca che hanno avuto una buona visibilità sui media, si ritroverebbero nuovamente e automaticamente, come dopo il 16 marzo 1968, “fuori del movimento ” e nelle vesti dei soliti manovali- picchiatori, dei provocatori infiltrati per conto di Berlusconi .

E la sinistra non aspetta altro che pilotare in esclusiva una nuova battaglia contestativa e riformista su un problema causato peraltro e immassima parte proprio dal suo malgoverno decennale: ale appena la pena ricordare che la manovra di azzeramento della scuola pubblica ha avuto un picco proprio con l’ex ministro Berlinguer, già dal 1997.

Ci sono quindi tutti gli ingredienti, giornali, tempi, i Think Tank teleguidati , e perfino i personaggi necessari adatti per questo “16 marzo 1968 reiterato”, per un nuovo autunno caldo , per una nuova stagione conflittuale e violenta tutta a beneficio dei soliti equilibri di potere.

Francesco Mancinelli

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