A fini neo-antifascisti

Il dibattito è stato intenso, ma breve e non risolutivo. Ora – a poco più di un mese dal ‘diktat finiano’ – sia gli ‘anti-antifascisti’ che i ‘neo-antifascisti’ fanno finta di nulla e tacciono prudentemente. Intanto, i cimeli sono rimasti al loro posto nelle case e nelle sezioni, il saluto legionario è ancora protagonista, le ‘celtiche’ restano al collo e tra dieci giorni sarà il momento delle libagioni celebrative.

Nello stilare un bilancio di quel sabato ad ‘Atreju’, escluso lo scontato e ridondante consenso degli ‘afecionados’, l’ennesima capriola finiana ha costretto taluni a compiere spavaldi sforzi dialettici (fino a provare noia nel «parlare di fascismo e antifascismo») per non entrare in contrasto con le sue parole e per tacitare i numerosi dissensi, confidando nell’imminente confluenza nel Pdl, dove si prevede non sarà obbligatorio dichiararsi antifascisti. Visto che da Alleanza nazionale è arrivato pure il ‘diktat bis': «Chi non condivide le parole di Fini si mette fuori da An», frutto della fantasia del ministro Altero Matteoli.

Per trovare un clima più effervescente ed entusiastico bisogna spostarsi sul fronte avverso, in quel mondo culturale che ha trovato un inaspettato alleato, dimostrandosi subito riconoscente: «Le convinzioni di FiniGianfranco Pasquino, docente universitario a Bologna e collaboratore de “l’Unita” – – ha scritto sono cambiate nel corso del tempo in maniera coerente e sono approdate al riconoscimento di verità storiche che stanno a fondamento della Repubblica italiana» (1).

Se possibile, ancor maggior entusiasmo da Luciano Canfora (docente universitario a Bari, nel comitato scientifico della Fondazione Gramsci e frequentatore assiduo dei congressi dei Comunisti italiani): «Non so dove Fini abbia studiato recentemente, ma definire così l’antifascismo è molto avanzato» (2).

Un’intellighenzia che, in perenne difficoltà al cospetto del montante ed illuminante filone storico ‘revisionista’, ha trovato un impensato favoreggiatore, subito abbracciato e coccolato, fino a concedergli un consenso pressoché unanime: «Le sue dichiarazioni -spiega Nicola Tranfaglia, docente universitario a Torino e nel comitato scientifico della Fondazione Gramsci – in qualche modo concludono, perché vanno in direzione opposta, il percorso avviato da Luciano Violante nel ’96, con l’apertura ai ‘ragazzi di Salò’. Un discorso infausto. E’ significativo che ci sia questo rovesciamento di ruoli e che arrivi la smentita di Fini alle parole di Violante» (3).

Lo storico, ex deputato dei Comunisti Italiani, è stato prontamente supportato da Claudio Pavone (docente universitario a Pisa, vicepresidente dell’Istituto per la storia del movimento di liberazione ed ex partigiano), che ha considerato particolarmente importanti le dichiarazioni di Fini «perché spiazzano tutti coloro che, da qualche anno, hanno fatto del revisionismo la propria bandiera e considerato la contrapposizione fascismo-antifascismo un’anticaglia» (4). E da Piero Sansonetti, direttore del quotidiano “Liberazione”, che tra le conseguenze più rilevanti ha individuato «una battuta di arresto della campagna revisionista avviata dalla destra italiana con lo scopo di smontare la “Civiltà politica” prodotta in Italia dal 1945 in poi. L’iniziativa di Fini tira il freno e ostacola l’offensiva revisionista» (5).

Quindi, un Fini a sorpresa, in versione ‘quinta colonna’, che conquista profonda riconoscenza per il contributo offerto al contrasto della revisione storiografica, e che – secondo Pasquino – «incidentalmente, taglia l’erba sotto i piedi anche ad alcuni giornalisti revisionisti i cui libri, critici dell’attività dei partigiani, che certamente non fu sempre impeccabile, hanno avuto grande successo di pubblico (meno, in verità, di critica)» (1). Al suo fianco addirittura un vecchio nemico, l’ex presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro: «Le sue riflessioni fanno piazza pulita di certe smanie revisioniste divenute ormai insopportabili» (7). Un clima talmente celestiale da farlo diventare, dopo tanti anni di cattivi esempi di destra, anche un ‘buon maestro’ per eventuali ‘giamburrasca’ con istinti ribelli: «La lezione merita di essere imparata rapidamente anche dai suoi compagni di partito ai quali il successo inopinatamente raggiunto e le cariche fortunosamente conseguite sembrano avere dato alla testa» (1).
Il Presidente della Camera è indiscutibilmente lanciato verso nuovi orizzonti ed il suo futuro è ben visibile dietro le sue esternazioni. «Forse rispondono – azzarda Canfora – anche a una serie di esigenze interne: tenere a bada i colonnelli, candidarsi alla successione di Berlusconi» (2), mentre Bruno Gravagnuolo (il Cosacco de “l’Unità”, come lo ha chiamato Giampaolo Pansa) lo interpreta in chiave addirittura continentale come un «tentativo di ritagliarsi un ruolo decente di leader della destra democratica europea, con la sua revisione entra alla grande nel Ppe e può aspirare a concorrere da Premier» (6).

Nel suo itinerario storico-politico Fini ci ha finora abituato a funamboliche evoluzioni, perciò non ci si può illudere che il cammino sia già terminato. In previsione di altre sorprese, potrebbe servirgli tener in debito conto la saggia considerazione di un altro storico, Arrigo Petacco: «Quando comincia la guerra, la prima vittima è la verità: quando finisce, le bugie degli sconfitti vengono smascherate e quelle dei vincitori diventano Storia» (8).

Fabio Meloni

1) Agenzia AGL – L’Espresso, 14 settembre 2008
2) Left, 18 settembre 2008
3) Corriere della Sera, 14 settembre 2008
4) Liberazione, 18 settembre 2008
5) Liberazione, 14 settembre 2008
6) l’Unità, 14 settembre 2008
7) Corriere della Sera, 15 settembre 2008
8) Il Tempo, 14 settembre 2008

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