Uccidiamo il sole nascente

Prima della lettura dell’articolo che segue, pregevole come sono sempre gli articoli di Giovanni Di Martino, si rende necessaria una precisazione. Il Fondo è, per sua intrenseca natura e per volontà mia, un magazine che vanto “libertario”. Libertario, cioè: rispettoso delle opinioni di chi vi scrive e vi collabora; del tutto alieno alla pratica oscena della censura, sia sugli articoli che sulle opzioni di critica offerte al lettore dallo strumento “commenti”; assolutamente estraneo alla logica del “chi non è d’accordo, va fuori…”. Per mia genesi, non potrei concepire altro modo di procedere… Per questo, per quanto strano possa apparire ad una mentalità settaria, non trovo alcuna contraddizione nel pubblicare, uno di fila all’altro, il reportage dalla Birmania di Graziano Cecchini, che puntulmente ci informa sulla lotta di liberazione del popolo Karen, e l’analisi di Giovanni Di Martino che offre spunti contrari ma interessantissimi di discussione. Alla quale, ovviamente, non mancherò…

miro renzaglia

Io sto con la Cina

Iniziamo dal fondo :-)

Dal fondo, ossia dalla manifestazione di Castel Sant’Angelo. Un’azione mediatica annunciata, ma per nulla futurista, come molte altre del resto. Le provocazioni/manifestazioni di Cecchini stanno diventando routine e la gente, anche quella che non si interessa di politica, se ne sta accorgendo. Ma questo è l’unico risultato possibile per chi tenta di risuscitare un’avanguardia artistica vecchia di cento anni e per giunta fondata sulla velocità. Non era proprio Marinetti a scrivere: «I più anziani fra noi, hanno trent’anni: ci rimane dunque almeno un decennio, per compier l’opera nostra. Quando avremo quarant’anni, altri uomini più giovani e più validi di noi, ci gettino pure nel cestino, come manoscritti inutili. Noi lo desideriamo!»?. E così fu. Il futurismo è storia, una bella storia. Storia dell’arte: e quello doveva essere.

Certo lo spirito futurista può sopravvivere, anzi può venire rinnovato, e così è anche stato: il Rosso a Trevi, quale che sia il suo significato (interpretazione autentica compresa) è stato, oltre che un’opera d’arte, qualcosa di geniale, e soprattutto dirompente. Quel giorno Marinetti è veramente tornato a vivere, e con lui molti altri. Il problema è stato il dopo: due le alternative. Cercare veramente una nuova strada, oppure replicare all’infinito il meccanismo giocando sulle aspettative della gente (che infatti ogni volta è portata a chiedersi: quale sarà la prossima azione?). È stata scelta quest’ultima, ossia la strada della fabbrica del neofuturismo, e il fermento, per un attimo fatto genialmente rivivere, si è fordisticamente stemperato. Oggi ci sono avanguardie artistiche (mi limito a segnalarne una www.miaao.org, che nella metropolitana di Torino ha allestito l’iniziativa AfterVille), ma non è il caso di questo tipo di veterofuturismo.

E frasi come «Marinetti oggi sarebbe stato per il Tibet» non aiutano di certo, perchè sono la testimonianza della disperata ricerca di una legittimazione dogmatica. Non si può dire cosa avrebbe fatto oggi Marinetti, ma soprattutto non è importante cosa avrebbe fatto oggi proprio Marinetti. Quando, nel 2005 entrammo (come Progetto Torino) nei comitati No Tav si levarono scudi da sinistra e da destra. All’estrema sinistra ci fu chi, ritenendo di avere il monopolio dell’opposizione, si stracciò le vesti gridando all’infiltrazione di pericolosi neofascisti, mentre noi eravamo entrati dopo aver conosciuto e parlato a lungo con alcuni responsabili dei comitati in Val Susa, assolutamente apolitici. Ma fu all’estrema destra che la tragedia si trasformò in operetta e poi in farsa: l’operetta fu un appunto di chi ci disse che oggi Mussolini sarebbe stato pro Tav. Rispondemmo che Mussolini fu anticlericale e devoto, repubblicano e monarchico, disertore e interventista, ma avremmo dovuto più semplicemente rispondere come fece al tempo proprio Evola («tanto peggio per Mussolini»). La farsa fu un reduce della Repubblica Sociale, dal quale abbiamo preso volentieri le distanze, ma che in molte altre stanze viene celebrato, che sentendosi in diritto di bacchettarci ci disse: «dove stanno i comunisti, io sto dall’altra parte». Combattere la quarta guerra mondiale con le carte della seconda non ci interessava, voltammo a tutti le spalle e scegliemmo la via più difficile.

A fine agosto 2008, si può dire che, a parte le buone intenzioni, il boicottaggio delle Olimpiadi è stato un flop, perchè le olimpiadi di Pechino sono state le meglio organizzate e le più viste in assoluto, e sono state l’occasione della rivincita per gli atleti minori, ossia quelli che non percepiscono gli stipendi di calciatori e piloti.

Cecchini è venuto recentemente a Torino per lanciare le stelle filanti in occasione dei sessant’anni dello “stato di Israele”. Avrei voluto vederlo per il boicottaggio di Torino 2006, quando l’indebitamento della città per organizzare le Olimpiadi invernali era di 120 milioni di euro, mentre nello stesso anno non venivano esaudite le 90.000 richieste di assegnazione di case popolari e la città registrava 1943 sfratti per morosità. Ma su questo rimando a quanto già ho scritto nell’articolo Il Tibet come moda (www.eurasia-rivista.org).

La Cina è socialista

L’attuale assetto politico ed economico della Repubblica Popolare Cinese viene, a seconda delle esigenze, definito comunista o liberalcapitalista con estrema facilità. Capire l’assetto politico della Cina di oggi non è di certo cosa facile, e per questo si usa solitamente scegliere una categoria politica già esistente, meglio se novecentesca, ed applicarla. Così si assiste alla Cina maoista piena di biciclette che, al tracollo implosivo dei regimi di comunismo storico novecentesco (festeggiato, chissà perchè, come una vittoria dai neofascisti), si è riconvertita anch’essa al capitalismo sfrenato tirando su grattacieli nelle cui cantine tenere prigionieri miliardi di bambini che cuciono palloni dalla mattina alla sera.

Solo che questa immagine, rassicurante solo per chi ritiene che l’occidente sia il bene assoluto e dunque continuamente riproposta, è artificiale, in quanto non corrisponde a ciò che la Cina era ed è: uno stato socialista. Al socialismo maoista (che va anch’esso conosciuto, prima di fare inopportuni accostamenti con gli altri stati comunisti), è stato sostituito il così detto “socialismo di mercato”, da me ribattezzato “capitalismo pianificato”, ossia un disegno di apertura controllata al modo di produzione capitalista. Controllata non significa sfrenata, come invece si crede, significa il contrario. I risultati non sono ancora valutabili sul lungo periodo, ma sono incoraggianti sul breve, in quanto hanno inciso sui rapporti sociali in positivo (e per questo si deve ancora parlare di socialismo), con l’aumento degli stipendi, il miglioramento della produzione, e l’aumento del potere sindacale (novità assoluta, in quanto avvenuto in seno a multinazionali che altrove non vogliono sentire dire la parola “sindacato”). Trovo quindi non solo corretto, ma positivo che la Cina generi forze produttive e che si prepari a difendersi dai potenziali attacchi dei nemici.

5.000 mi sembran poche

Il Tibet dei poveri monaci che non esitano a cannoneggiarsi tra loro e che prima del 1949 lasciavano nell’analfabetismo la popolazione, chiede oggi lo status di regione autonoma (tipo la Valle d’Aosta?), come molti neofascisti si sono affrettati a spiegare. La Repubblica Popolare Cinese ha già riconosciuto tale status ad oltre 50 etnie, Tibet compreso (ove la legge cinese riconosce il bilinguismo): ciò non toglie, e nessuno lo nega, che ci sia stata una cinesizzazione forzata del Tibet nel corso del Novecento e che la repressione del dissenso abbia fatto registrare episodi cruenti.

Tuttavia il sostegno alla causa del Tibet non regge. Il Tibet fuori dal controllo cinese significa solo basi Nato al centro dell’Asia e (non mi stancherò mai di dirlo) missili americani rivolti verso Mosca, come nei Balcani, nella Repubblica Ceca, in Polonia, e in tutto ciò che sta attorno alla Russia. Leggere la politica estera senza una carta geografica in mano (Terracciano docet, anzi, purtroppo, docebat) è il metodo migliore per non capire nulla di ciò di cui ci si sta occupando. La Cina non ha mai invaso gli altri paesi mantenendo stabilmente basi militari in essi per decine di anni, gli Stati Uniti sì. Inoltre, il Tibet tradizionalpacifista del nostro tempo è molto più americano della Cina, come dimostrato dal fatto che il presidente degli Stati Uniti afferma di essere in famiglia quando riceve il Dalai Lama.

Eppure con le proteste per i diritti del Tibet (dove, prima dell’arrivo di Mao, era in vigore una violenta teocrazia che attuava la pena della castrazione) si mette in rilievo che la Cina è il paese con il maggior numero di condanne a morte e Graziano Cecchini afferma che il mondo non può fare finta di niente. É anche vero però che la Cina è lo stato più popolato del mondo, e facendo i conti si scopre che, prendendo per buona la cifra di 5.000 condanne a morte all’anno, la percentuale è dello 0,0005 %, contro, per esempio, lo 0,0007 % annuo della Germania nazionalsocialista. Cosa significa questo raffronto? Che il comunismo cinese di oggi è meglio del nazionalsocialismo degli anni trenta? Assolutamente no. Significa invece che l’estrema destra è caduta mani e piedi nella trappola dei diritti umani (e questo si chiama rincorrere con sessant’anni di ritardo sul loro terreno gli antifascisti – di oggi, non di allora, ossia gli antifascisti dogmatici in assenza di fascismo). E ai neofascisti non sembra vero poter passare per una volta dall’altra parte, e di poter parlare di qualcosa di più moderno del solito bidone di benzina dell’Alto Adige. E di essere trattati da esseri umani e non più da appestati dalla maggior parte della gente. Questo è il miracolo dei diritti umani, la religione laica alla quale tutti si possono convertire. Al comune di Salemi, per esempio, con Sgarbi sindaco (eletto sotto la lista neodorotea dell’UDC), c’è provocatoriamente Cecchini come “assessore al nulla” (e questa è una trovata divertente) e c’è anche l’assessore ai diritti umani, niente meno che l’ex radicale Oliviero Toscani, che per 18 anni (1982 – 2000) è stato impegnato a piantare bandiere della pace per conto della Benetton, come contraltare a tutte le croci piantate dalla stessa azienda anglo – trevigiana.

I Karen non c’entrano

Che cos’è il diritto all’autodeterminazione dei popoli? Sicuramente non è un qualcosa di ingessato ed inamovibile come si vuol far credere. E altrettanto sicuramente si scontra spesso e volentieri con il divide et impera, principio grazie al quale gli Stati Uniti stanno facendo soffiare venti secessionisti in ogni dove (e più precisamente in ogni dove attorno alla Russia, dove guarda caso c’è sempre una minoranza etnica oppressa da un governo canaglia che non rispetta i diritti umani). Occorrerebbe definire il concetto di “autodeterminazione”, ma anche il concetto di “popoli”, ma non è questa la sede.

Occorre invece dire due parole anche sui Karen, la cui guerra di sopravvivenza viene ultimamente appiccicata al Tibet come un’appendice, e anche questo è un errore, o meglio è il tentativo di fare un minestrone di tutte le rivendicazioni, dai Baschi ai Palestinesi, dai Curdi alla Lega Nord. Ho utilizzato la locuzione “guerra di sopravvivenza” anziché “lotta di liberazione”, o “autodeterminazione”, perchè i Karen proprio una guerra di sopravvivenza stanno conducendo. Nel senso che mirano a sopravvivere, a fronte di un nemico che li vorrebbe annientare. Non è un problema di diritti umani, né di separatismo, e nemmeno la loro guerra ha un risvolto geopolitico, come dimostrato dal fatto che la loro causa è sconosciuta, mentre quella del Tibet è addirittura pubblicizzata, dato che passa tra i film di prima serata.

Giovanni Di Martino

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