Uccidi tuo padre…

A margine della dichiarazione di antifascismo di Gianfranco Fini

Quando Giulio Cornelio, il maggiore dei miei figli, compì 18 anni e dichiarò che da quel momento in poi avrebbe fatto come gli pareva in virtù della maggiore età, io gli risposi che  l’età adulta non si raggiunge per decreto, né per raggiunti limiti d’età si esce dall’adolescenza. Si diventa adulti solo quando si uccide il padre che incombe su di noi. E questo è liberatorio da un lato e terrificante da un altro. Precisai anche, a scanso di equivoci, che l’uccisione doveva intendersi in senso metaforico (la prudenza non è mai troppa). Compito arduo, almeno per lui, perché se l’ho invitato ad uccidermi questo non significa che io sia disposto a farmi fare secco da lui. Venderò cara la pelle (cui tengo molto); non sono in svendita.

Da figli uccidere il padre non è certo facile, ma anche fare i padri non lo è. Bisogna essere ben crudeli nel ricordare a qualcuno di fare il padre, lo si crocefigge ad una responsabilità dura, amara in alcune occasioni come la propria morte è. Non c’è alternativa. Che non di rado scorra pessimo sangue tra padri e figli e che i figli per farsi strada devono passare alle maniere forti  nei loro confronti è testimoniato fin dagli albori della civiltà.

Lascio da parte la storia troppo tirata in ballo di Laio, re di Tebe, e di suo figlio Edipo perché tra psicanalisi (Freud) e rock (Doors) il mito è inflazionato. Ricordo invece Cam, figlio impertinente di Noè, che quando questi, dopo aver prodotto per la prima volta il vino se ne inebria, lo sbeffeggia  tanto da essere dal medesimo maledetto. E Saturno (Crono) che, generati i suoi figli, ad uno ad uno li divora come è splendidamente illustrato dal quadro di Goya Saturno che divora un suo figlio; si salverà solo Giove che lo scaccerà poi dal Cielo.

Si potrebbe continuare all’infinito, anche con esempi che prendono spunto da più moderne mitologie. Vorrei ricordarvi nel 1970 il campionato italiano di tennis. In quell’anno il padre del tennis italiano degli anni ‘60 Nicola Pietrangeli che aveva tenuto a battesimo alcuni anni prima il suo figlioccio Adriano Panatta venne simbolicamente ucciso dal nuovo Re di Roma che con una racchetta lo sconfisse a suon di voleè, tanto che il padre Pietrangeli non glielo perdonò mai. Nessun buonismo dunque nel ricordare a qualcuno di fare il padre. Tutt’altro: una legittima, crudele e cinica richiesta.

AI giovani di AN che chiedono, un po’ piagnucolando, un po’ puntando i piedi (proprio come fanno i piccoli figli viziati per ottenere ciò che chiedono) all’attuale padre di AN Gianfranco Fini di non farli diventare tutti antifascisti e di non far morire i Padri fondatori (peraltro già defunti da tempo e caduti nell’oblio) chiedo a mia volta tre cose.

La prima. Di iscriversi in massa alla prima sezione dell’A.N.P.I. che trovano, perché se di antifascismo si parla, meglio l’originale di una copia.

La seconda. Di non preoccuparsi di Fini, che assomiglia tanto a quei padri moderni ben descritti da Giorgio Gaber nella canzone I padri tuoi: “I tuoi padri, che sembrano studenti invecchiati / non hanno mai creduto nel mito / del mestiere del padre, nella loro autorità / …I padri tuoi son sempre più sensibili e corretti / non hanno la mania di intervenire / puoi fare tutto quello che ti pare, son sempre più perfetti / … Viene fuori una figura quasi bianca, dissanguata / una presenza con pochissimo spessore che non lascia la sua traccia / una presenza di nessuna consistenza”.

La terza. Di uccidere tutti quelli che reputano essere i padri fondatori del loro pensiero (io credo che in realtà la confusione sia somma se è vero che ad Atreju sabato 13 settembre si è svolto un dibattito dal titolo Valori, percorso e futuro della destra italiana – 10 domande a Maurizio Gasparri).

Solo così, da questo omicidio simbolico potrà venire la loro salvezza di figli. Solo uccidendoli e sostituendosi a loro saranno franchi. Assassini  (come del resto sono stato io) ma franchi.

Facciano a pezzi i corpi dei loro Padri e se li mangino. Li digeriscano. Solo attraverso quest’omicidio e un atto di antropofagia intellettuale potranno rendergli vero omaggio. Perchè il ricordo e l’onore del Padre sono salvi, non portando dei fiori alla sua tomba, né spolverando la sua lapide, né adorandone l’immagine sempre più sbiadita che si impolvera sul comodino. Il suo ricordo ed il suo onore sono salvi, quando ucciso, mangiato e digerito lo porteremo sempre con noi, avrà dato frutti nel nostro DNA che inconsapevolmente ne serberà una memoria feconda. Solo così dimenticando il Padre lo si può vivificare nelle opere del presente e lo si può ritrovare nel futuro che incombe.

Così personalmente me ne frego se devo cancellare i miei padri spirituali se sono certo che hanno contribuito (con la loro morte e successivo inglobamento) a formare il mio pensiero che ha vomitato di loro le parti indigeste e digerito quelle affini.

Varcare questa spaventevole porta è terrificante, come varcare le colonne d’Ercole: il non conosciuto si spalanca di fronte a noi, ed il nostro incedere ubriaco è senza appigli. Dopo aver ucciso il Padre si può solo andare raminghi e solitari, additati da tutti come parricidi. Ma è la porta salvifica. Per cui senza paura bisogna brandire l’arma e colpire con risoluzione. Un vero Padre combatterà fino all’ultimo, prima di soccombere. Ma solo così saremo certi che la nostra forza (intellettuale) è a lui pari. Solo il nostro destino è superiore. Perché noi siamo quelli che vengono (prima figli poi padri) ma dopo di noi altri ne verranno. Non siamo al riparo né come figli, né come padri.

Così il Padre è la pietra per il figlio. Pietra di volta che sorregge l’arco, pietra d’angolo che dà forza alle fondamenta, pietra dello scandalo che va rimossa. E quando un padre diventa pietra dello scandalo non c’è alternativa. Va rimosso.

Mario “vox clamans in deserto” Grossi


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