The “big beat”

Lo chiamarono “big beat” o “chemical breaks”. Erano gli anni ’90, eravamo tutti più giovani e ci investì come un treno. L’attitudine “pop” degli anni ’80 aveva perso l’entusiasmo ingenuo degli esordi e si poteva ora congiungere con la techno meno impegnata che usciva in quel momento dal sottobosco dei rave party. Ne nacque un sottogenere di musica elettronica che spopolò dentro e fuori dalle discoteche e che oggi sembra stia vivendo una seconda giovinezza. “Big beat” è effettivamente un termine coniato dalla stampa inglese per descrivere la musica dei dj set di artisti come The Chemical Brothers (nella foto a destra), Fatboy Slim e The Prodigy. Artisti che, più di un decennio dopo, godono ancora di un successo indiscusso.

Il primo settembre uscirà ad esempio la nuova antologia dei Chemical Brothers, un doppio album intitolato “Brotherhood“, anticipata il 4 agosto, dal singolo in download libero Midnight Madness. Come la precedente raccolta del 2003 “Singles”, anche “Brotherhood” sarà suddiviso in due cd, il primo dei quali conterrà 14 singoli “storici” del duo britannico, con in più l’inedito Keep My Composure. Il secondo conterrà dieci pezzi destinati alle selezioni dei Dj. Maestri indiscussi nel loro genere, i “fratelli chimici” sono Ed Simons e Tom Rowlands. Ed è curioso rilevare come due cultori delle sonorità elettroniche come loro abbiano in realtà coltivato passioni e studi che hanno invece a che fare con l’Europa profonda: Simons ha infatti studiato Storia del Medioevo all’Università di Manchester, mentre di Rowlands sappiamo che ebbe in gioventù una passione smodata per la cultura scozzese, in particolare per le cornamuse. Una bella sintesi “archeofuturista”, non c’è che dire.

httpv://www.youtube.com/watch?v=H2hzVV2Nwfs
(TheChemical Brothers – Galvanize)

Il 4 luglio si è esibito a Roma un altro dei protagonisti di quegli anni, ovvero Leeroy Thornhill, uno dei membri storici della più incredibile band dance-punk di tutti i tempi: i Prodigy. Thornhill è originario dell’Essex, regione inglese famosa per i suoi rave colossali Ed è proprio in uno di questi rave che scatta la scintilla, quando Keith Flint (amico di Thornhill), sente il dj set di Liam Howlett e ne rimane talmente impressionato da andare a chiedergli una cassetta con del materiale per ballare. Il materiale è talmente buono che i due breakers chiedono a Howlett di mettere la musica per i loro show. Nascono i Prodigy, gruppo che ha messo a soqquadro tutta la scena musicale mondiale degli anni ’90 con sonorità che richiamano una miscela di break-beats pesanti, groove jazz-funk, chitarre distorte, hip-hop e hard dance, tutto filtrato attraverso un’attitudine decisamente punk. L’album “The fat of the land“, uscito nel 1997, sfonderà nelle classifiche di mezzo mondo grazie a singoli come Breathe, Firestarter o Smack my bitch up. Quest’ultimo brano desterà un certo scalpore e non poche polemiche. Il video che ne ha accompagnato l’uscita mostra una serata di bagordi, sesso e violenza vista in soggettiva, per sorprenderci nel finale con l’immagine riflessa allo specchio del protagonista che, si scopre, è in realtà una splendida fanciulla. Il testo fu molto criticato perché si parlò di “incitamento alla violenza sulle donne”. Non che vi fosse granché da analizzare, in realtà, dato che per tutto il brano ricorre unicamente un “sample” di otto parole reiterato in modo ossessivo: “Change my pitch up/smack my bitch up”. Come sempre, le interpretazioni lasciano il tempo che trovano.

httpv://www.youtube.com/watch?v=2i_pkJZbCv4
(Prodigy – Poison)

La musica del “big beat” era del resto priva di grandi pretese “sociologiche” o “impegnate”. I testi erano spesso composti di frasi, magari sconclusionate, ripetute in modo meccanico tanto da diventar parte del ritmo stesso. Tutta la tendenza era piuttosto impregnata di uno spirito festaiolo che proveniva dalla cultura dei rave senza tuttavia accoglierne il lato oscuro e pretesamente “guerrigliero”. Era anche sulla scorta di esperienze di massa di questo tipo che il sociologo francese Michel Maffesoli poteva annunciare l’avvento di una cultura postmoderna che riscopriva, sia pur in modo confuso, il senso della socialità contro l’individualismo moderno.

«Ci si può domandare – affermava – se all’ideale democratico che fu il tratto distintivo della modernità, non sia sul punto di succedere un ideale comunitario che, come tutto ciò che è allo stato nascente, si elabora nel dolore e nell’incertezza. Dico proprio rinascita, dato che per buona parte esso restituisce senso ad elementi arcaici, che credevamo totalmente schiacciati dalla razionalizzazione del mondo. I vari fanatismi religiosi, il rinascere etnico, le rivendicazioni linguistiche o altre forme di attaccamento al territorio, sono le manifestazioni più evidenti di questo arcaismo. Ma questo vale egualmente per tutti gli entusiasmi, di qualunque ordine siano: le effervescenze sportive, musicali o festive che punteggiano la vita sociale, senza dimenticare certamente la furia consumatrice che dà alle grandi metropoli l’andamento di un perpetuo souk in cui si celebra una spesa ostentatoria senza precedenti».

Da un punto di vista più strettamente musicale, del resto, la musica elettronica mostra velleità immaginifiche avveniristiche e transumaniste di non poco conto. Si tratta, in fondo, di dare un’anima artistica ad una contemporaneità orfana delle avanguardie. Un compito che a ben vedere non sembra troppo distante da quello che quasi un secolo fa i futuristi si erano preposti per rivoluzionare la letteratura, il teatro, il cinema, la politica e la musica stessa. I precursori e i pionieri delle attuali sonorità elettroniche sono infatti i compositori futuristi Pratella, Russolo, Mix e Casavola. Ne “L’arte dei rumori“, del 1913, Luigi Russolo ( nella foto a fianco con Ugo Piatti e la macchina “Intonarumori”) affermava categorico:

«Godiamo molto di più nel combinare idealmente dei rumori di tram, di motori a scoppio, di carrozze e di folle vocianti che nel riudire, per esempio, l’Eroica o la Pastorale».

Fedele a questo precetto, il musicista veneto costruì tutta una gamma di cosiddetti “intonarumori”: gli ululatori, i rombatori, i sibilatori, i crepitatori, gli stropicciatori, i ronzatori, gli scoppiatori, i gorgogliatori, i frusciatori e i gracidatori. L’intonarumori era composto di scatole voluminose nelle quali veniva prodotto il rumore girando una manovella: a seconda della velocità con cui si girava, si incrementava o diminuiva l’intensità del rumore. Il rumore a sua volta veniva intonato attraverso una leva che tendeva una membrana e amplificato da una tromba acustica simile a quella dei vecchi grammofoni. Nasce anche il Rhumorarmonium, specie di grande pianoforte in grado di riprodurre i timbri degli intonarumori. L’idea del sintetizzatore, è chiaro, è già presente in nuce. Ciò che mancava, ovviamente, erano le attuali potenzialità tecnologiche. Ciò che invece era già presente era la volontà di sperimentare. Scriveva Balilla Pratella sul giornale “La Libertè” nel marzo del 1912:

«Io mi rivolgo ai giovani. Essi soli mi dovranno ascoltare e mi potranno comprendere. C’è chi nasce vecchio, spettro bavoso del passato, crittogama tumida di veleni: a costoro,non parole, né idee, ma una imposizione unica: fine. Io mi rivolgo ai giovani, necessariamente assetati di cose nuove, presenti e vive. Mi seguano dunque essi, fidenti e arditi, per le vie del futuro, dove già i miei, i nostri intrepidi fratelli, poeti e pittori futuristi, gloriosamente ci precedono, belli di violenza, audaci di ribellione e luminosi di genio animatore».

Adriano Scianca

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks