Marx aveva ragione…

Notizia quasi sottaciuta dalla propaganda mediatica: gli Usa nazionalizzano Fannie Mae e Freddie Mac, le compagnie finanziarie maggiormente responsabili del crack dei cosiddetti mutui subprime, intervenendo, con lauti contributi statali, all’inevitabile fallimento dei due istituti bancari.

«Abbiamo strutturato questo intervento con grande attenzione per proteggere i contribuenti (…) e che le perdite siano affrontate dagli azionisti esistenti…», spiega ai microfoni della radio pubblica NPR il segretario al Tesoro Usa, Henry Paulson, in un’intervista…

E’ il più grande intervento economico del Governo Usa, dopo la Grande Depressione (1929).

La nazionalizzazione, in qualsivogli espressione – quasi inutile sottolinearlo (e, infatti, per poco non mi dimenticavo di farlo…) – è l’antitesi esatta del concetto di liberismo.  Si tratta, in fondo, di “socializzare” le risorse di una nazione.

Giusto, dico io: quando è l’ora, è l’ora che lo Stato si “socializzi”, ovunque esso sia ubicato: finanche nella centrale dell’Impero…

Ma, oddio! Che ho detto? E’ giusto?

Rifacciamoci i conti: i mutui subprime sono quel prestito concesso dalle banche a clienti che non possono vantare alcun tipo di solvibilità. Il che, sarebbero solo ed esclusivamente cazzi delle banche che adottano tale tipo di concessione “fidata”: in fondo, se mi chiedi un prestito per comprarti casa, io la casa già te l’ho ipotecata in partenza: tu non paghi e io te la prendo…

Strategia che, per quanto cieca, avrebbe una sua ammissibilità se il fenomeno riguardasse i mille o duemila stronzi che ci cascano: visto che il tasso del “subprime” è da cravatta al collo dell’indebitato, fin dall’inizio…

Ma quando (tali prestiti) vengono elargiti con la prodigalità prossima all’indiscriminato, che succede? Che la banca c’ha tutto un bel d’affare a requisire case (o altro) dagli inavveduti… Il fatto è che poi, di nuove case, gli abbienti che dovrebbero comprarsele, non sanno che farsene… E, allora?…

Allora la banca va in pesante e incontrovertibile tracollo… Con tutto ciò che ne deriva in termini di deficit: prima, agli azionisti di maggioranza; poi, a quelli di minoranza; indi, ai conto-correntisti che non si sono manco sognati di sottoscrivere un mutuo e che, se fallisce la banca nella quale hanno depositato giudiziosamente il gruzzoletto, dopo anni di onesti sacrifici, se lo vedono sfumare che manco un rapinatore saprebbe fare meglio e, infine, ne va di mezzo lo Stato con migliaia, stavolta milioni, di nuovi miserabili a cui dovrebbe provvedere…

E, quindi, lo Stato che s’inventa? L’intervento pubblico, alias: la socializzazione delle perdite… Ovvero: la distribuzione capillare, attraverso le tasse da infliggere a chi in tutto questo non c’entrava per la beneamata fava, del nuovo debito…

Fermi tutti… C’è qualcosa che non quadra: socializzare le perdite va bene se, però, il principio di socializzazione vale anche per i profitti… E che famo? Se nella roulette bancaria, capitalista, del libero mercato si vince, vincono banche e capitalisti e se, invece, i capisaldi perdono, perdiamo tutti? E che questa me la chiami socializzazione?

Lo dicevo: il discorso, non quadra… Ma bastasse questo! Dopo tutto, sarebbero cazzi che dovrebbero riguardare solo la centrale dell’Impero e  le sue banche (sue nell’inteso del territorio in cui sono localizzate: ammesso che le banche abbiano una localizzazione strettamente geografica…)  con annessi e connessi. Ma non è così: purtroppo, i perfidi effetti del libero mercato liberista, in auge in primis negli Usa, finiscono per riverberarsi comunque anche al di qua e al di là del lido loro proprio: il principio dei vasi (finanziari) comunicanti – vedrete – si farà sentire, eccome!, anche in Europa e in Italia, anello debole di qualsivoglia catena, prima che mai: aspettatevi, come minimo, un nuovo rialzo dei tassi d’interesse a breve, docet la Banca centrale europea, proprietà assoluta del monarca finanziario Jean-Claude Trichet…

L’annotazione che segue è elementare ma, tuttavia, va posta: se il libero mercato capitalista pretende l’assoluta libertà di azione, senza quei noiosissimi “lacci e lacciuoli” che lo Stato talora impone(va), perché, quando sta per strozzarsi con le sue proprie mani, pretende che sia proprio lo Stato, cioè: noi tutti, a salvarlo?

E, viceversa: se lo Stato fosse estraneo – secondo dettame liberista – alla vicenda economica inter ed extra-nazionale, perché, invece, è chiamato in causa di soccorso quando il “privato” (l’idiotes, direbbero i greci…) con le sue dissennatezze, provoca i baratri che provoca?

L’imbroglio durerà ancora poco.

Aveva ragione Marx: il capitalismo finirà per mano delle sue stesse contraddizioni…

miro renzaglia

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks