Sport nelle scuole? Poco

La scuola che lotta e che corre

Ricominciamo dalla cenerentola tra le materie. La favola nella quale ogni fanciulla diventa principessa. Ricominciamo dal tricolore che sale sul pennone più alto. Dalle interviste carpite tra l’emozione la gioia. “L’Italia ha cominciato a menare” declama il cronista mentre a Pechino e dintorni sui ring e sui tappeti dei vari sport di contatto gli atleti italiani lottano per il podio più alto, talvolta conquistandolo talaltra “accontentandosi” delle posizioni di rincalzo. In questa storia le principesse sono addirittura regine. Uniche al mondo. E sono italiane. Si tratta di eccezioni.

È da tempo, ormai, che i ragazzi italiani hanno smesso di lottare. Da quando forse le barricate hanno generato il mostro della lotta armata. Uccidere l’avversario non significa lottare. Celebra comunque una sconfitta anche se, probabilmente, concede l’ebbrezza di collocarsi al di là delle regole, in una sorta di empireo metastorico nel quale la stessa individualità si scioglie in un indefinito magma, orridamente disumano. Sono sempre più convito che la storia si faccia con le idee, o se volete, col pensiero, piuttosto che con le armi. Che il pensiero o le idee non abbiano bisogno delle armi che non siano le parole o i concetti, non di rado più efficaci e più rapide di un F15. Che il fondamento della storia, ma non la storia tout court, sia riconducibile alla categoria della morale sia cioè di natura etica. Qui interrompo per non rischiare di perdere il cospicuo numero di lettori che ha seguito fino a questo punto. Costoro possono superare il disappunto affrontando le belle pagine che Werner Jaeger dedica alla differenza tra Etica Nicomachea ed Etica Eudemea proseguendo con la scolastica per concludere con la kantiana “critica della ragion pratica”. Tutto d’un fiato.

La scuola ha abbandonato lo sport a se stesso, da molto tempo ormai. Le idee e i concetti naturalmente semplici sovente sostituiti da quelli che ho chiamato allitterazioni culturali, slogan reiterati ossessivamente, utilissimi ad essere fruiti politicamente, non di rado da quel mondo astutamente confezionati, ma privi di contenuti se non quelli autoreferenzianti che il potere adora. Poiché se non vi è nulla di più semplice che il correre, saltare o lanciare si è riusciti a farlo diventare qualcosa di macchinoso e complicatissimo. Non è raro che i ragazzi che accedono alla scuola superiore, da una scuola media inferiore nella quale siano stati accompagnati da un bel percorso formativo di educazione fisica, forse una delle poche materie che in quel segmento dell’istruzione funzioni, e non trovino poi, nel passaggio successivo, analoga attenzione.

Semplifichiamo. La prima cosa che l’essere umano sperimenta e impara è il movimento, fin da quando è avviluppato dal velo rassicurante della placenta. Costituisce il linguaggio immediato, mezzo di comunicazione ma anche strumento di conquista dello spazio. Quando poi nel ragazzo e nell’adulto diventa sport, si trasforma da semplice strumento linguistico in un sistema ordinato di regole il cui contenuto etico diventa predominante. Attraverso lo sport l’essere umano impara a competere senza sopraffare, a vincere e, molto più spesso a perdere, non esaltandosi nel caso del successo e superando la delusione senza farsi annichilire, pericoloso prodromo alla ricerca di scorciatoie, in caso di sconfitta. Il paradosso consiste nel fatto che le indicazioni nazionali (Programmi) descrivano tutto questo con notevole efficacia.

Corpo movimento sport

«Nel primo ciclo “corpo-movimento-sport” promuovono la conoscenza di sé, dell’ambiente e delle proprie possibilità di movimento. Contribuiscono, inoltre, alla formazione della personalità dell’alunno attraverso la conoscenza e la consapevolezza della propria identità corporea, nonché della necessità di prendersi cura della propria persona e del proprio benessere. In particolare, lo “stare bene con se stessi” richiama l’esigenza che nel curricolo dell’educazione al movimento confluiscano esperienze che riconducono a stili di vita corretti e salutari, che comprendono la prevenzione di patologie connesse all’ipocinesia, la valorizzazione delle esperienze motorie e sportive extrascolastiche, i principi essenziali di una corretta condotta alimentare, nonché una puntuale informazione riguardante gli effetti sull’organismo umano di sostanze che inducono dipendenza.

Le attività motorie e sportive forniranno all’alunno le occasioni per riflettere sui cambiamenti morfo-funzionali del proprio corpo, per accettarli come espressione della crescita e del processo di maturazione di ogni persona; offriranno altresì occasioni per riflettere sulle valenze che l’immagine di sé assume nel confronto col gruppo dei pari. L’educazione motoria sarà quindi l’occasione per promuovere esperienze cognitive, sociali, culturali e affettive.

Attraverso il movimento, con il quale si realizza una vastissima gamma di gesti che vanno dalla mimica del volto alle più svariate performance sportive, l’alunno potrà esplorare lo spazio, conoscere il suo corpo, comunicare e relazionarsi con gli altri. La conquista di abilità motorie e la possibilità di sperimentare il successo delle proprie azioni sono fonte di gratificazione che incentivano l’autostima dell’alunno e l’ampliamento progressivo della sua esperienza, arricchendola di stimoli sempre nuovi.

L’attività motoria e sportiva, soprattutto nelle occasioni in cui fa sperimentare la vittoria o la sconfitta, contribuisce all’apprendimento della capacità di modulare e controllare le proprie emozioni. Attraverso la dimensione corporeo-motoria l’alunno esprime istanze comunicative e, a volte, manifesta disagi di varia natura che non riesce a comunicare con il linguaggio verbale. Partecipare alle attività motorie e sportive significa condividere con altre persone esperienze di gruppo, promuovendo l’inserimento anche di alunni con varie forme di diversità ed esaltando il valore della cooperazione e del lavoro di squadra. Il gioco e lo sport sono, infatti, mediatori e facilitatori di relazioni e “incontri”. In questo modo le varie forme di diversità individuali vengono riconosciute e valorizzate e si evita che le differenze si trasformino in disuguaglianze.

L’attività sportiva promuove il valore del rispetto di regole concordate e condivise e i valori etici che sono alla base della convivenza civile. I docenti sono impegnati a trasmettere e a far vivere ai ragazzi i principi di una cultura sportiva portatrice di rispetto per sé e per l’avversario, di lealtà, di senso di appartenenza e di responsabilità, di controllo dell’aggressività, di negazione di qualunque forma di violenza. L’esperienza motoria deve connotarsi come “vissuto positivo”, mettendo in risalto la capacità di fare dell’alunno, rendendolo costantemente protagonista e progressivamente consapevole delle competenze motorie via via acquisite. Deve inoltre realizzarsi come un’attività che non discrimina, non annoia, non seleziona, permettendo a tutti gli alunni la più ampia partecipazione nel rispetto delle molteplici diversità.»

Ho voluto riportare integralmente il lungo passaggio dei programmi di educazione motoria che riguarda la scuola elementare poiché scorrere queste belle pagine significa fare un tuffo nella grande tradizione pedagogica italiana. Oltre il linguaggio tecnico, peraltro neanche fastidiosamente insistito come invece siamo abituato a leggere nei documenti ufficiali di fonte ministeriale, ciascuno può cogliervi l’attenzione del legislatore e il respiro ampio dello studioso, del ricercatore. Non tutto ciò che sta dall’altra parte è male. Anzi. Lasciamo ad altri l’esercizio di classificare il male, assoluto o relativo che sia, individuandolo in ciò che è altro da sé. Dove si perdano questi concetti nel trasferirsi dalla teoria alla pratica non è chiaro. Nel professore che legge il giornale lasciando che gli studenti se la sbrighino da soli. Esistono ma sono rari. Nella inadeguatezza delle strutture. Visibile senza apparire determinante. Quale passaggio manca affinché le parole diventino percorso operativo, oltre le intenzioni? Ritengo che la mancanza di motivazioni sia determinante. Mancanza nei docenti ma anche e soprattutto negli studenti. Perché devo faticare e sudare per raggiungere un traguardo quando mi vengono quotidianamente proposte tutta una serie di scorciatoie che scivolano fastosamente tra isole, fattorie, talpe e fratelli grandi o miseramente imi, secondo la prospettiva? L’assenza dello sport all’interno della scuola ha significato privare i nostri ragazzi del luogo formativo fondamentale nel quale impostare, poiché sperimentata concretamente, la propria esistenza futura. La latitanza dello stato, in questo caso, si è manifestata più evidente che mai. Nessuna attenzione, se non quella di facciata dovuta alla pressione dell’utenza, al primo dei linguaggi che si manifesta nell’essere umano. L’attività motoria e successivamente lo sport sono stati tollerati nella scuola attuale in quanto espressioni sociali nonostante che il legislatore avesse posto l’attenzione sulla componente etica che li contraddistingue. Da anni la Fidal (Federazione Italiana di Atletica leggera) tenta, con molta pazienza, di ricucire lo strappo, riuscendoci solo in parte e con molta fatica. L’attenzione dell’interlocutore istituzionale è modestissima, svogliata, e comunque affidata alla determinazione di personalità di grande statura morale e professionale delle quali custodiamo con gratitudine il nome. La Fidal come paradigma di ciò che accade per tutte le altre federazioni.

Quando il male era assoluto fu abbattuta la mortalità infantile praticando le vaccinazioni di massa, i ragazzi e le ragazze ebbero il sabato e la domenica gli spazi per praticare lo sport, ma non solo, oltre la scuola cosicché venisse meno la tentazione di cazzeggiare, attività tipica delle bande che non hanno nulla da fare, sintomo di ben più gravi disastri sociali. Per i lavoratori lo stato organizzò dei dopolavoro quali non si sono più visti neanche in epoche di grande disponibilità economiche e di altrettanto grandi fermenti proletari. Poi si saldò il contagio con il cancro mittleeuropeo. Gli uomini e i loro figli vennero distinti in buoni e cattivi e furono mandati entrambi a morire, chi nei campi di concentramento, chi lungo i fronti disegnati in tutto il mondo vanificando quel che di buono si era costruito. Ma questo appartiene ad un’altra storia.

Intanto, oggi, il mondo ci riconosce, senza eccezioni, il primato incontrovertibile nell’attività caratteristica del famiglio. Quella che ogni servo applica con grande convinzione, utilizzando l’adusa lingua, alle terga, pingui o avvizzite, statiche o motili, del proprio padrone.

Giuseppe Di Gaetano

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