L’occidente tramonta ancora

Longanesi, con magnifico tempismo, ha ristampato e rimesso in commercio l’opera capitale di Oswald Spengler [nella foto a destra] Il Tramonto dell’Occidente (Longanesi, 50€, trad. di J. Evola). Il tempismo è da intravedersi nel fatto che nel momento attuale, in cui l’Europa si trova in bilico tra rinnovarsi o cessare d’esistere, un po’ di sano scetticismo e di teutonico realismo non possono che essere d’aiuto a comprendere gli eventi futuri.

Uscita in due momenti, tra il 1918 e il 1922, l’opera è un enorme compendio di morfologia della storia mondiale. Sulla scia delle filosofie della storia di Vico e Hegel, Spengler delinea un gigantesco affresco di 1400 pagine in cui tra parallelismi e “sincronismi” di forme storiche dimostra l’ineluttabile prossimo declino ed estinzione della civilizzazione euro-occidentale. Quando uscì fece enorme scalpore in Germania, scatenando una vivace polemica tra chi accusava l’autore di dilettantismo e pessimismo, e chi invece si auto eleggeva suo devoto. Ernst Jünger e molti altri esponenti della Rivoluzione Conservatrice tedesca, da Moeller van den Bruck a Gottfried Benn, lessero e studiarono il Tramonto, venendone irrimediabilmente segnati nella propria visione del mondo. Jünger, che lesse il primo dei due volumi dell’opera durante un ricovero per delle ferite di guerra, fondò, soprattutto criticamente, la sua opera principale L’Operaio (Guanda) su un linguaggio e un’impostazione debitrici alla prospettiva spengleriana; ancora nel più recente Al muro del tempo (Adelphi) la figura di Spengler fa capolino in quella di un eccentrico studioso di storia.

«Capire la storia vuol dire essere un conoscitore dell’uomo in senso superiore», con questa frase lapidaria si potrebbe riassumere il metodo di studio adoperato dall’autore nel tratteggiare la storia mondiale. Non metodi scientifici e accademici, non citazioni e “prove certe”, ma istintiva certezza, profondità di sguardo e sicuro radicamento danno allo Spengler la capacità di vedere le cose come stanno realmente. Non si interessa delle “verità”, sempre astratte nel loro universalismo, ma dei fatti storici e concreti, i soli che davvero valgono in politica e nella lotta tra i popoli. Il filosofo tedesco vuole porsi al disopra della materia studiata, con l’occhio di un dio riassume le forme storiche delle otto civiltà superiori da lui individuate, soffermandosi su ciò che ritiene più significativo, sugli aspetti rivelatori della loro anima profonda.

Un metodo che ha in realtà attirato numerose critiche, visto il rischio eccessivo di riassumere la storia di una civiltà in pochi aspetti e di perderne i particolari o altre componenti rilevanti. Per Spengler tutto ciò è inutile parlarsi addosso, perché, come torna a ribadire, non il razionalismo, ma solo le idee senza parole possono animare uno sguardo sicuro sulla realtà in divenire.

L’opera in Italia venne tradotta soltanto nel 1957 da Julius Evola, che non mancò di criticarne relativismo e romanticismo, per conto di Longanesi. Ma già durante il Ventennio il prof. Vittorio Beonio-Brocchieri su invito diretto di Benito Mussolini tradusse il vigoroso testo politico Anni della decisione (Edizioni di Ar), avendo precedentemente scritto dello Spengler in un bel testo a lui dedicato nel 1928.

È ormai nota la distinzione in due epoche storiche in cui si sviluppano le forme storiche, tra la civiltà e la civilizzazione, tra la creativa vitalità iniziale e l’infeconda disgregazione interna finale, corrono mediamente 1000 anni di costruzioni politiche, di guerre per la potenza, di conquiste tecnologiche e infine l’ampliarsi delle cosmopoli, informi alveari in cui a regnare non sono la politica e il radicamento contadino o industriale, ma il denaro senza patria, che tutto livella e appiattisce.

Gli Stati, le civiltà superiori, cioè le civiltà storiche, vengono a più riprese descritte dallo Spengler come delle piante. È dall’attività agricola che hanno inizio tutte le formazioni storiche umane. «Si mettono radici nel suolo stesso che si è coltivato. L’anima dell’uomo scopre un’anima nel paesaggio; si annuncia un nuovo sentire, una nuova connessione dell’esistenza con la terra». Come una pianta la civiltà mette radici in un suolo, cresce e si sviluppa radicandosi e dandosi una forma, spezzando le avversità della natura e portando a compimento la propria anima autentica. Dalla figura del contadino si passerà poi, nella fase più vitale, alla nobiltà, che ne rappresenta la naturale conseguenza e che riveste il ruolo di guida e custode delle tradizioni. Ma con lo sviluppo dei commerci e l’estensione delle città, il destino diverrà chiaro nell’inevitabile declino, cioè nell’esaurirsi della spinta creativa di un’anima e nel disseccarsi delle radici della pianta. Distolti dalla vita autentica, ci si concentra sul divertimento fine a se stesso, ci si lascia andare ad una placida tranquillità, definita sprezzantemente da Spengler come “vita da fellahim”, l’esistenza da senza-storia. Individui troppo deboli per accettare la sfida della storia che si adagiano in una sopravvivenza ripetitiva e senza più traguardi.

L’autore annuncia che, come per le civiltà prima di essa, anche quella faustiana euro-occidentale si sta avvicinando all’inesorabile fine. L’incessante tendere all’infinito e l’operosità storica faustiana d’altronde comprendono nel proprio destino una fine di tal specie. Ma le accuse di pessimismo sembrano davvero affrettate, perché non tutto sembra perduto, ancora una possibilità di vita e storia si cela in alcuni individui dalle particolari capacità.

Benedetto Croce, da buon napoletano, quando lesse il Tramonto fece gli scongiuri e lo tenne ben lontano da sé, lo stesso Beonio-Brocchieri parve non compiacersi dello scetticismo prussiano del nostro e pure in Germania vi fu chi lo tacciò di disfattismo e non volle prepararsi alla crisi che veniva. In realtà il realismo spengleriano aveva colto nel segno, preannunciando una decadenza che si celava fin nel nome dell’Occidente: Abend-landes, terra del tramonto. Tuttavia prendere coscienza del destino della propria civiltà non significa, per Spengler, lasciarsi andare e seguire placidamente il corso della corrente, ma se necessario, marciare con essa per superare finalmente la fase finale e preparare un nuovo inizio. «L’attitudine che prospetta, se comporta il sacrificio eroico dell'”occidentale” che è in noi, è anche garanzia di una nuova aurora riguardante ciò che, in noi, è già oltre “l’Occidente egualitario”». (G. Locchi, Definizioni, SEB,18€).

Già il finale della monumentale opera oggi ripubblicata anticipa il tema del cesarismo su cui si concentrerà soprattutto il già citato Anni della decisione. Secondo il filosofo dunque la fase finale di una civilizzazione si appella al vigore di uomini straordinari affinché possano traghettare ciò che non ha più forma oltre il punto zero destinale. Sono individui astuti e capaci, che sul modello del Cesare romano sanno utilizzare denaro, diplomazia e forza ai propri scopi, cioè al fine di rigenerare la storia, rompere con il mito incapacitante e debole delle “sorti magnifiche e progressive”, la fine astorica dei fellah, per imprimere un nuovo corso con lungimiranza e perseveranza.

Mentre alcuni indicano nella tecnica la massima espressione del dramma della storia, intesa come violenza e “alienazione”, Spengler insiste sull’uomo d’eccezione, sul genio politico dalle sovrumane capacità, in grado di piegare le avversità e stringere nelle proprie dita un destino vivificante di potenza. Dove altri vedono un pericolo, il filosofo tedesco vede una possibilità destinale, una minaccia che salva: «il pericolo non sta per l’autore in un eccesso di tecnica, ma nella fuga dalla tecnica. Il pericolo non è costituito dalla grande città e dal quadro del mondo che a questa si accompagna, ma dalla fuga da questo, dalla stanchezza dell’Occidente di procedere oltre, non dall’oltraggio ma dal timore di commetterlo» (così L. Arcella in Morfologia economica, Settimo Sigillo, 8,00 €). Accettare il proprio destino significa già intravedere i primi raggi dell’aurora; perché chi viene costretto dal destino rovina, chi ad esso si adegua e ne comprende il ritmo e il tono ha la lucidità necessaria a superare il punto zero.

Il Tramonto dell’Occidente è un’opera enorme che incute timore al lettore impreparato. In passato sarà capitato a molti di sentirsi sconsigliare l’intera lettura del testo, troppo lungo ed eccessivamente prolisso. Non sono però sufficienti le “introduzioni a” – tra cui si segnalano per efficacia quella di Adriano Romuladi e quella di Domenico Conte – per farsi un’idea compiuta della ricchezza e della suggestività di cui sono pervase le molte pagine del libro. Non è tempo perso studiare e conoscere con attenzione il pensiero epocale di uno dei pochi autori che davvero hanno segnato il secolo passato e che oggi può tornare a parlarci, nonostante oblio e infingimenti. Non ci sono altri libri dallo stesso titolo che possano guardare ad esso con credibilità e dignità, poiché il capolavoro spengleriano si erge ancor oggi come un inquietante monolito di marmo a ricordarci che c’è chi ci aveva avvisati, chi ci aveva indicato una via di uscita.

Il consiglio è dunque quello di riprendere in mano questo lavoro straordinario, con la certezza che il tempo speso sarà ripagato da una maggiore profondità di sguardo, da una sensibilità istintiva più viva e sicura, come pure da una capacità accentuata di cogliere i colori e le forme del tramonto per volgersi a quelle del nuovo inizio. È un libro che parla di Europa, è un libro che parla di noi.

Francesco Boco

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