Riaprono le scuole…

Costituisce l’argomento principe di settembre. Dalle prime pagine dei quotidiani il grido di dolore si propaga per le italiche contrade. Se i ragazzi di oggi, tra Soren Kierkegaard e Victoria Silverstedt scelgono la seconda non ci si può fare nulla. Del resto io stesso nei
loro panni, miseramente stretti, non avrei esitazioni.

L’evidenza risulta incontrovertibile. In un’era di velinismo diffuso la scuola si presenta arroccata su posizioni di grande intransigenza, difendendo valori che lei stessa in un recente passato ha contribuito con grande applicazione a smantellare e che ovviamente non sono più
condivisi. Ci si rende conto con colpevole ritardo dei guasti che anni di relativismo e di pressapochismo didattico e formativo hanno generato senza che si riuscisse, o soltanto si avvertisse, l’esigenza di contrapporre una soluzione accettabile. L’impressione è che il
ministro Mariastella Gelmini stia cominciando a fare sul serio.

Nel mulinare infinito, non di rado inutile, di materie attualmente non emerge nessuna indicazione circa il proprio radicamento, il significato più profondo dell’appartenenza ad una comunità, che è comunità di storia e di valori, e in mancanza di ciò non ci si deve
sorprendere se i nostri figli vivano un disorientamento angosciante che balza agli occhi quando la domenica mattina si fa la conta di quel che è accaduto nella notte. La cultura dello sballo è la risposta che siamo riusciti a costruire inanellando un’interminabile catena di
allitterazioni culturali, nulla oltre l’enunciato, non di rado affidato ad un affascinante slogan ben costruito, con disinvoltura disarmante. E l’utenza avverte con inquietudine, quando non con risentimento, l’ incapacità da parte della scuola di fornire risposte, attribuendole per
intero una responsabilità che, in proporzione essa stessa, in quanto componente della società che esprime quella scuola, deve condividere.

Si tratta della principale istituzione che concorra alla formazione. L’errore capitale è consistito nell’affidarle il compito esclusivo di crescere le nuove generazioni. Venuti meno tutti quegli istituti complementari che prima della seconda guerra avevano contribuito a
coadiuvare la scuola organizzando campi scuola, colonie estive, attività sportive a cura dello stato, sollevando, oltretutto, da un impegno economico non indifferente le famiglie, con la Chiesa in una grave crisi d’identità, solo parzialmente rientrata, la scuola ha dovuto soddisfare le esigenze di un’utenza che rapidamente aveva mutato aspettative.

Nell’immaginario collettivo, tra una pianista e una cover girl, specie se sentimentalmente legata ad un uomo importante, i genitori attuali mostrano di non avere indecisioni per la propria figlia, come, peraltro, tra uno scienziato e un calciatore di grido, nel caso di un maschio. Così, per parlare della scuola elementare, con i genitori, talvolta uno solo, impegnati per l’intero giorno nell’attività lavorativa, il bambino non ha altri spazi che quelli messi a disposizione dall’istituzione scolastica.

L’abominio del tempo pieno, figlio del ’68, ( inchiodati per otto ore al banco di un aula, con il pre-scuola e il post- scuola come corollario) è stata la sagace risposta che lo Stato ha ricavato quale soluzione: a scuola dalle 7.30 alle 17.30. In quell’epoca si voleva scippare la DC dei
doposcuola, feudo attraverso il quale la balena bianca sistemava i propri simpatizzanti, e il PCI ci riuscì inventandosi, con il contributo entusiasta di tutto l’apparato accademico e ministeriale, il tempo pieno, sostituendosi di fatto al partito maggioritario nella gestione del personale. E stiamo parlando di un segmento dell’ istruzione che si colloca, per qualità, al sesto posto in Europa.

Ricordo le interminabili lezioni universitarie su Dewey, onesto manovale della pedagogia, noiosamente ininfluente per chi aveva alle spalle Croce, Gentile, Giuseppe Lombardo Radice, Valitutti, tanto per non far nomi. Programmazioni, collegi di varia natura, giudizi al posto dei voti, commissioni, funzioni obiettivo variegate ed inutili, rallegrano ancora oggi la scuola italiana dandole una parvenza di democraticità ma condannandola inesorabilmente ad un’inefficacia esasperante oltre che ideologicamente perniciosa. I paradossi della scuola costituiscono un elenco che esaurirebbero un fiume di cartelle.

Un lucido intervento di Gennaro Malgieri dalle colonne de “Il Tempo” focalizza come l’archiviazione progressiva della riforma gentiliana non abbia avuto un seguito in un progetto organico. L’argomento è complesso ma la soluzione di situazioni così articolate deve essere
semplice, pena la sua inagibilità. Chiunque abbia a che fare con la scuola, insegnante, collaboratore, amministrativo e, soprattutto, genitore, si trova invece di fronte a miriadi di disposizioni che quando non sono contraddittorie hanno il pregio di mutare con l’
alternarsi dei governi, spiazzando chiunque, per quanto fornito di buone intenzioni.

Proviamo a esemplificare il discorso con alcune affermazioni apodittiche intorno alle quali riflettere e articolare, eventualmente, la discussione.

1. L’istruzione esordisce come scuola dei linguaggi (infanzia ed elementare) e diventa scuola del metodo e dei contenuti (media inferiore e superiore) arrivando infine essa stessa a inventare (invenire) il metodo e i contenuti (Università). Preferisco la vecchia classificazione.

2. La scuola non può essere l’unica agenzia alla quale attribuire la responsabilità educativa soprattutto se deve confrontarsi con i messaggi equivoci di una società molto disorientata e disorientante.

3. I programmi (oggi indicazioni per il curricolo) devono essere figli di un pensiero forte e non tributari di un pensiero debole nell’ illusione di realizzare un sistema perfetto (l’esigenza di una verità si presenta comunque). Il sistema fa acqua da tutta le parti.

4. La democrazia e la libertà sono concetti che non è possibile applicare alla scuola se non in modo molto parziale. Il processo di formazione del bambino, per esempio, è quanto di più illiberale esista. Il resto è conformismo, se non ipocrisia.

L’elenco e la formulazione può risultare irritante per molti, ma non so cosa farci. Si può provare con una tisana alla valeriana. Nel circo delle parole inutili preferisco cercare di parlar chiaro anche se corro il rischio di essere politicamente scorretto. E Dio solo sa come la
scuola, e non solo, abbia bisogno di chiarezza.

Giuseppe Di Gaetano

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