Quando il rock si fa duro…

…parla l’anima nazionalpopolare

Nella società contemporanea ridotta sul lastrico ideologico dal liberalismo cosmopolita si aprono interi territori della dissidenza vera e vissuta, di cui i poteri egemoni, l’opinione comune, e tantomeno la casta degli intellettuali, al solito ignara di ciò che ribolle nei fondali del popolo, neppure sospettano l’esistenza. Riserve di antagonismo che vivono di vita propria, alimentate dal pathos comunitario e dall’empatia della vicinanza, incitate dalla sfida al disintegrazionismo mondialista, suscitate dalla voglia primordiale di unirsi in bande d’anima e di cuore, a scherno degli individualismi impotenti e impartecipativi.

La capacità di aggregazione della musica rock è uno dei luoghi più vasti e incontrollati, uno dei pochi, a ben guardare forse il solo, su cui vigoreggia rigoglioso il senso antico dell’appartenenza, indifferente alla dittatura del pensiero unico, che dannatamente si ingegna in tutti i modi per ridurre i popoli e i gruppi umani a un ammasso di corpi scarnificati. Ma il Rock, dagli ignoranti, è di solito inteso nell’accezione borghese del termine, accezione impropria, figlia dell’incultura e dell’equivoco, e in questo senso esso viene depotenziato a passatempo giovanilista, castrato e reso merce etichettata come musica da classifica, business dolcificante gestito aziendalmente dalle multinazionali del disco. Nulla di tutto questo. Questa merce non è il Rock, ma il suo contraffatto contrario. Un tale scherzo giocato alle masse inurbate non è il Rock, ma semmai ciò che si chiama col nome denigratorio di Pop, la faccia volgare dell’imbonimento musicale. Qualcosa che non è né popolare né populista, ma semmai solo popolano, merce plebea. Livellamento del gusto è pop; assenza di creatività e avviamento in massa agli alti dosaggi sedativi delle canzonette oppure della dance, anche questo è pop; programmate ubriacature house, rap, oppure techno, ben temperate dalle partite di droga alla buona per le mandrie del sabato sera: e pure questo è sempre pop. E’ pop insomma tutto quanto fa il gioco degli astuti nani usurai e dei loro perversi disegni di ammansimento universale. E’ pop la volontà di stare al gioco dei padroni, senza darlo a vedere, ma magari ammiccando a ruoli trasgressivi di parata, di facciata, attuando una mimesis della trasgressione, ma blanda, tutta sotto controllo, tutta giocata nei conosciuti recinti concessi dal potere democratico.

E’ pop l’inganno dei giovani, la loro strumentalizzazione, confidando nell’ignoranza e nell’indolenza degli adulti, è pop il trascinare le greggi dalla periferia al mattatoio della discoteca per poi abbandonarle di nuovo, all’alba, disfatte e suonate dai decibel dello stumping vuoto e senza senso, consegnate alla solitudine di massa, alla disperazione calcolata, progettata. Non chiamiamo rock ciò che è soltanto miseria pop. Da Madonna a Sting, da Springsteen a Paul Mc Cartney, dai patetici Pink Floyd fino al povero Celentano, il buffone, il re degli ignoranti che scambia il Rock per il vecchio Rock ‘n Roll – due cose di natura troppo diversa perché ci si attardi qui a ricordarlo -, tutta l’affollata congerie dei falsari ad elevatissimo cachet e dei fruitori della massificazione: tutti costoro sono banda di prestigiatori, incastonata nel diadema di cui si adorna il mondo dei manager e dei boss aziendali. Essi, i finti polemisti, ben oliati dal denaro dei detentori del potere mediatico, sono la catena al collo della voglia di rompere la parete che isola dalla vita. I gestori del circo pop sfidano la natura umana, ne limano le asperità, ne piallano i rilievi, aguzzano l’ingegno per sempre nuove trovate di veleno omologante, e ridendo, ballando, ma soprattutto mentendo, sbarrano a doppio giro la prigione dei sensi, chiamandola democrazia, libertà, pluralismo…e altre truffe. Il pop è l’invenzione multinazionale per addormentare gli istinti, per sopprimere le ansie d’infinito, per spezzare le ali del sogno, per domare il gesto e incementare il sangue, farne fanghiglia, che non abbia più a scorrere in giovani vene.

Quando si parla di Rock vero e unico, bisogna intendersi. Se si parla di questo Rock autentico, allora si parla di qualcosa che frantuma l’arroganza di casta borghese e gli inganni finto-alternativi delle inesistenti “sinistre”, lanciando il Verbo nuovo del ribelle fattosi Urlo di raccolta, una volontà di rivolta che è suono, carne, velocità, potenza, ritmo di sciamani tecnologici e simboli di branco, cultura della memoria e voglia di futuro, atavismi e occulto, tutto travolgendo con l’istinto ribattezzato e risvegliato: e allora si parla dell’Hard-Rock, la faccia dura della ribellione, la banda nera di quanti conoscono la legge dell’appartenenza e la vivono per davvero e fino in fondo.

Il Rock Duro nato nelle periferie industriali britanniche a cavallo tra i sessanta e i settanta: ribollimento di quartieri bianchi, assembramento di giovani puledri di una razza rivoltosa, potenza di suono per la chiamata a raccolta dei diversi tra loro, i segnati da simboli antichi, da voci arcane, da segni che sono timbri, tatuaggi esposti al ludibrio borghese così come si espone un’arme gentilizia, un labaro di nobiltà, un glifo di superiore legame. Il Rock Duro è suprema e violenta aggregazione tra ribelli all’ordine del borghesismo universale: l’ordine infimo imposto dal pacifico sterminio dell’identità, e che in realtà è la malabolgia creata con mente lucida dai sovvertitori del denaro. Tra cui troviamo gli strateghi mondialisti delle major discografiche, abili nel disinnescare la diversità ovunque essa si trovi, e nel produrre lo scempio sonoro, attraverso il consumismo coatto di musichette per plebi e per schiavi. Ma con il Rock Duro, simili falsari hanno vita durissima.

Contro questo sottomondo di omologati e di poveri di spirito, il Rock impone la sua legge della diversità.

Il Rock Duro ha un’ideologia e un sistema di radicalismi, che è senza paragone nella cultura e nella politica contemporanea mondiale: nella corsa agli oltranzismi, a destra dell’Hard-Rock è nato da decenni l’Heavy-Metal, che in luogo delle fricchettonate pacifiste e immature dei finti anni settanta propone la tradizione europea ribadita nel Duemila, alla faccia dei globalizzatori e senza tante mediazioni. L’ideologia dell’Heavy-Metal è l’unica rimasta in piedi nell’Occidente asfissiato dalle esalazioni liberiste. Questa ideologia della sovversione e del rovesciamento degli idoli borghesi è demolitoria di tutto quanto fa tendenza tra le mandrie mondializzate: visione eroica della vita, concezione magica dell’essere, occultismo, mistica del ribelle, della comunità tribale, dell’identità simbolica, dello stile di vita differenziato; ritualismo comunitario, rango carismatico del front-man come Guida e sacro patto di sangue con la Gefolgschaft, il Seguito dei fedelissimi; e poi sacralizzazione del mistero, panteismo, amore per la leggenda e la cultura popolare, insomma paganesimo a tutta prova e ben scodellato senza perifrasi. E nell’Heavy-Metal troverete potente e centrale l’esaltazione della lotta per la vita e per l’onore, la drammatizzazione della via guerriera, della lealtà tra consimili, del coraggio e del sacrificio, e poi ancora lo sprezzo del numero, della quantità, della massa bovina involgarita. E, infine, la visione dionisiaca della vita e del sesso che si dà in sfrenatezza, libero gioco divino dove la sanissima libidine diventa virtù e l’impotenza borghese diventa orrido vizio. Questo sesso dionisiaco rilavorato dal Metal mena alle traboccanti vegetazioni del fantastico, generando a piene mani fiducia nell’orgiasmo, fede in quel Tutto cosmico che rende maschio il maschio e femmina la femmina, e che dà vita alla sovrana irrisione metal degli ibridi, delle mezze misure e dei mezzi uomini, degli esperimenti mal riusciti e degli aborti. E quindi – lo capirebbe anche un liberale – Nietzsche, molto Nietzsche ovunque. E del migliore. Occorre altro?

Tutto questo è Heavy-Metal: basta guardarlo, leggerne i testi, ascoltarne la musica, maneggiarne qualche disco, percepirne l’aroma, sogguardarne l’aura, capirne le regole e il messaggio, penetrarne le metafore, intuirne l’evidente contenuto: e, se ancora non bastasse e se si è in grado, gettarsi senza remore e a capofitto nella sua tregenda sonora e lasciarsi trascinare nelle adrenaliniche dimensioni dell’Oltreumano. Ma poi basterebbe leggere la stampa di settore, numerosa, in genere ben fatta, invano sedotta dal commercialismo, invano inserita nel circuito del mercato; basterebbe scorrere le lettere dei kids, ascoltare le parole del popolo metal, sapere dei loro sogni e delle loro attese. E infine basterebbe avere davanti un metalliano: ognuno di loro, còlto o di borgata, consapevole o inconsapevole, è sempre monumento vivente della rivolta contro il mondo moderno, quella vera di ogni giorno, vissuta e non letta sulla carta. Il kid metalliano non è figurina ingessata in letture libresche per professori bizzarri marginali o per evolomani timidi e impacciati, ma è eroe isolato e circondato, forte della sua diversità fisiognomica e psicologica, è un antagonista che si alimenta di miti interiori potenti, reso audace da una consapevolezza vissuta quotidianamente con robuste dosi di sano, sanissimo incazzamento e con vitale, sacrosanta fierezza ed anche con un bel po’ di stirneriana, d’annunziana, byroniana, sincera presunzione. Ma, meglio di tutto, sarebbe andare a un concerto dal vivo, partecipare a quella messa neopagana per genti barbariche e prorompenti dalla quale il mediocre buon senso, la piccola morale e l’infimo immaginario di un qualunque borghese ammodo, di buoni sentimenti e di pronta arguzia, certo uscirebbero distrutti.

La potenza del voltaggio, la martellante fustigazione del suono, il massiccio incedere del chitarrismo, l’ossessiva ritmica di batterie poderose, il sovrumanismo che si respira nell’aria gravida di forza, non sono che l’aspetto wagneriano di un’opera d’arte totale che non ammette mezze misure e che, volendo padroneggiare il passato, in realtà è solo ansiosa aspettazione di futuro. Ma prima, bisogna demolire il presente. Ecco: l’Heavy-Metal è essenzialmente l’ideologia futurista della demolizione violenta di tutto ciò che è oggi e qui presente, di tutto ciò che vige ai nostri giorni, nel mondo della democrazia universale degli uguali.

Tutto questo costituisce – che piaccia o che non piaccia – l’unica cultura radicalmente antagonista al mondialismo egualitario e cosmopolita e ai suoi miserabili balletti tra “destre” e “sinistre” borghesi, tra di loro del tutto indistinguibili.

Controcultura del pathos convissuto con lussureggiante sudore di sciamani metropolitani, l’Heavy-Metal non cessa di superarsi e di confermarsi in sempre nuove ondate di benefico radicalismo: il Thrash, il Death, il Doom, lo Speed, il Black, queste le sigle della volontà di volontà, della voglia di rovesciamento delle tavole dei piccoli uomini, gli uguali, gli sterili, gli inadatti agli oltrepassamenti!

Queste sono le spinte di un oltranzismo che è l’unica vena della metropoli occidentale in cui scorra sangue vivo e fecondo. Questi sempre rinnovati flussi di energia metal balzano alla ribalta ad ogni generazione, creano generi e sotto-generi, catturano proseliti a centinaia di migliaia, risvegliano e riscuotono a milioni i giovani immalinconiti delle nostre aree urbane depresse e non depresse, li flagellano di simboli, di idee, di gesti, di richiami, li strigliano col suono nero e travolgente della possessione identitaria: ed ecco qua la teoria della rivoluzione permanente, ma vissuta con la pelle che fuma, opera totale creata a suon di voltaggi infernali, di accordi roventi, di liriche demoniache, di gettate di nichilismo omeopatico, di sacri rigurgiti vocali che nemmeno i sacerdoti dei riti tellurici di Attis… ecco qua l’intransigenza della controcultura dell’opposizione che di continuo sospinge se stessa sempre un po’ oltre, ancora un po’ più in là, nietzscheanamente, e che recita il suo trionfo sotto il naso dei perbenisti che al solito non sanno, non capiscono…e così davanti al mondo si mette in scena, visto o non visto dagli omologati, il grande psicodramma musicale dell’opera d’arte dell’avvenire, orchestrazioni metalliche futuriste e fiammeggianti macchine di volontà fuse nel riardere del suono.

Dire che i Black Sabbath – i fondatori del Rito Metal, non uno ma trentacinque anni fa, in quella bollente Birmingham operaia che è sempre stata fucina di sovversione – si siano per decenni apertamente ispirati al paganesimo nordico europeo, rilanciando, come mai accade sui libri o sui media, i valori della tradizione ancestrale indoeuropea attraverso la vendita planetaria di milioni di dischi, con centinaia di concerti sold-out in tutto il mondo e muovendo un immaginario poderoso che ha letteralmente fondato un genere di controcultura che interessa masse di giovani e meno giovani, è dire poco. Far notare che sui loro dischi si parla del dio Thor, del Valhalla, dell’onore, della comunità primordiale, della lotta, dello spirito guerriero, o che sulle loro copertine campeggiano croci celtiche, simbologie runiche, ambientazioni gotiche, richiami al notturno, all’eroico, etc., significa affermare che c’è in giro, non vista, poco conosciuta, molto incompresa, ma ben corazzata e coerente, tutta una cultura dionisiaca che ha un’anima anti-modernista: arcaica e insieme futurista, ma sempre nemica dell’omologazione oggi imposta in alto e in basso.

Per dire, l’Arbeiter di Jünger, il milite metallico che si erge contro il mondo moderno, è stato ottima cosa: ma oggi esso non esce dalle pagine ingiallite del suo libro, prigioniero della paura e abbandonato dai vili, tradito e ridotto a fantasma letterario per pochi ruderi de-ideologizzati. Oggi l’eroe metallico è un essere umano vivo e ricolmo di energia, un uomo nuovo che cammina e che vive, cuore pulsante e volontà di duro metallo; egli esce, eccome se esce per le strade: si riunisce allo stesso modo nelle cripte oscure dove si officia la liturgia metal davanti a pochi devoti, oppure nei giganteschi open-air con decine di migliaia di astanti febbricitanti d’azione, living acts in cui la musica battente non mima il radicalismo per mero spettacolo o divertimento, ma lo impartisce come una benedizione, e lo convive visceralmente con le sue moltitudini, che poi tornano a casa spesso facendosene modello di vita, patrimonio di stile da proteggere e conservare, magari da trasmettere, da tramandare: come in effetti il Metal si trasmette e si tramanda, accrescendo ad ogni generazione il suo già grande bacino di fedelissimi. Che non sono registrabili nella rubrica dei compratori di dischi (i quattrini non li portano loro, ma le masse borghesi che seguono il Pop), non sanno nulla del consumismo, ma sono e si sentono veri e propri adepti di una fede irriducibile.

Quando i Manowar – la violenta e carismatica band, i cui testi sono ricchi di citazioni colte e di raffinati rimandi – si rivolgono ai loro kids in apertura di concerto live come ai brothers and sisters of Heavy-Metal, sanno quello che dicono: il Metal è infatti, soprattutto, un rito comunitario che affratella i fedeli attorno ad una fede, e defenders of the faith essi per l’appunto si proclamano a tutta voce. Al di là delle scenografie e dei gesti marcati, al di là del Kitsch gotico e d’annunziano del suo immaginario, il Metal è in tutta serietà un universo di valori conchiusi che trasmettono volontà e potenza, drammaticamente e gioiosamente rivissuti sul palco e saldamente veicolati dalle bands più serie e autentiche come dalla base del Seguito. La Forza attraverso la Gioia, infatti, lo si direbbe un ottimo slogan, adatto a ben definire quella festa dell’appartenenza che è la liturgia comunitaria metallara.

Funzione sacerdotale dell’istrione sul palco, energia sciamanica di possessione che cala arcanamente sulla massa giù in basso, risvegliata, istigata a rialzare la testa e a proclamare canti di rivolta, inni di libera espressione del Noi: con questi ed altri ingredienti si fanno largo gli enigmatici arcaismi, che non trovano altrove nella società gretta né modo né spazio per prodursi. Vere cerimonie oppositive, riti del più duro contrasto e proclamazioni della più radicale indeformabilità, i concerti live dell’Heavy-Metal sono controstoria in azione, folla sovversiva armata di primordiali attrezzature identitarie: dove, tra le fiaccate turbe massificate, noi troviamo simile energia viva e orgoglio di legame, se non tra queste oscurate minoranze? Forse tra i no-global telecomandati dal web o tra i “disubbidienti”, che sono in realtà obbedientissime truppe a disposizione di una delle tante facce del potere, programmate sul riflesso condizionato di una globalizzazione infernale, crogiolo stregonico del tutto uguale a quello dei mercanti?

Il concerto dal vivo heavy-metal è un’altra storia. Qui la diversità la si percepisce come un corpo fisico, che può essere toccato, carezzato, saggiato. La scenotecnica dello stage è solo l’apparato per il contenuto a forte intensità emotiva e pulsionale: e questo contenuto è mnemotecnica, arte di rivivere valori in passato egemoni e predicati come di nuovo egemoni in un giorno prossimo venturo.

La nuova tendenza dell’Heavy-Metal si chiama Power-Metal, e veicola una musica di potenza sinfonica, di trascinante forza energetica dovuta spesso all’utilizzo di organi e mellotron, oppure attraverso la collaborazione in sala d’incisione o dal vivo con orchestre sinfoniche, come è accaduto a Metallica, Scorpions, Kiss e agli stessi Deep Purple, che furono i primi a contaminare Rock Duro e sinfonismo, già nei primi anni Settanta. Musica dura, musica di qualità, arte. I testi sono eroicizzanti, misterici, fantastici, intrecciano i mondi paralleli di una fantasia che vuole sottrarsi alla presa dell’appiattimento liberale, e contribuiscono a sublimare questa musica oltranzista e intransigente nel nuovo mito mobilitante delle giovani generazioni antagoniste, ma allo stesso tempo tradizionali, che non trovando che mediocrità e viltà nei cosiddetti intellettuali, di “destra” come di “sinistra”, si volgono alla Musica Estrema per domandare e pretendere i richiami e i simboli giusti: e li trovano.

Se ad esempio il Viking Metal diramazione recente nata in Scandinavia come ultima parola dell’anti-modernismo europeo bianco, scaturito per via naturale da etnie inassimilabili al Villaggio Globale – se questo Metallo Eroico veicola inni a Odino e celebrazioni di battaglie epiche sotto simboli runici; se lo scandaloso Marilyn Manson parla e canta di energia demònica pagana rifacendosi direttamente allo Zarathustra nietzscheano; se i Bathory, i Mayhem, i Candlemass o decine, centinaia di altre bands, con parole e musica aggressiva, ma talora innervata di orchestrazioni, di languide ballate, di sinfonismi, ripercorrono i documenti del nostro più antico comunitarismo, rilanciando le culture nostre arcaiche; se i Manowar o i Grave Digger celebrano la potenza wagneriana, ne rifanno brani in chiave heavy, ne materializzano la forza espressiva di mito e di cultura di popolo tra le masse dei giovani, come nessun’altro fa a livello di cultura popolare di massa; se i Thronstahl, i Death i June, gli Allerstein, oppure i famosissimi Iron Maiden, citano nei loro testi Codreanu, Evola, Pound, mettono in musica parole di Mishima, di Coleridge, di Poe, di Chesterton; se in molte bands si celebrano senza imbarazzi ma con convinta tenacia le sorgenti primeve della nostra tradizione, come il celtismo, il nordicismo, la stessa romanità; se tutto questo è Heavy-Metal, cioè disperata volontà di lottare, fossimo anche gli ultimi, per la nostra carne e per la nostra anima, se questo è il rilievo culturale di un simile modo estremo di fare e di vivere la musica, qualche pallido e ignaro intellettuale ne tragga le logiche e necessarie conclusioni.

Parlare di cultura nazionalpopolare a parole e solo a parole è fare disamina d’élite. Significa considerare, tratteggiare, ventilare, soppesare, opinare: tutta roba che non morde…tutta roba che non risveglia, nell’ora in cui il corpo muore e l’anima si danna…data l’inesistenza di avanguardie di una qualunque anche blanda, anche casereccia Rivoluzione, data la voglia di tradimento che infuria come un virus nei cervelli omologati, c’è ben altro da fare…c’è un altro modo di essere…l’unico modo di essere-contro ad alta, anzi altissima voce.

Suonare heavy-metal è infatti non dirsi ma essere nazionalpopolari, per davvero e sul terreno, diretti come lama e dal basso come si conviene al nome, e riattizzando a pieni polmoni il fuoco del valore di legame che ogni popolo si è dato dandosi una nazione, la quale nazione è essenzialmente fierezza del suolo della nascita – il nativo, appunto e solidarietà con i propri simili e vicini: il prossimo, quello che sta accanto a noi, e che dunque non è “universale”, ma maledettamente locale, particolare, specifico e ineguagliabile. La nazione convissuta non è che il prolungamento della solidarietà tribale, e non a caso tribù – tribus era a Roma il nome della schiatta fatta di sangue e di suolo, la cellula, la perla preziosa custodita nello scrigno del popolo. Nazionalpopolare non è una parola, un’idea, un’opinione; nazionalpopolare è un fatto. Oggi, a ricordarcelo, non c’è nessun profeta, né grande né piccolo; c’è solo uno stile di rivolta che si chiama Heavy-Metal.

La band metal norvegese Leaves’ Eyes, per dire di un solo caso tra i tanti, che è stata per mesi tra le prime posizioni delle classifiche metal del 2005, proclama apertamente, in interviste e sui suoi testi musicali, la sua passione nazionalista, il suo orgoglio di discendere dai Vichinghi, il suo amore per il suolo patrio degli avi e per la discendenza di stirpe: comunica a migliaia di giovani questi valori in pericolo di imminente disintegrazione e coperti dall’odio cieco dei cosmopoliti e degli sradicati: chi altri compie questo sforzo concreto di cultura nazionale-popolare, rivolgendosi con altrettanta forza alle masse giovanili e stabilendo una contro-tendenza radicale?

Volontà di nazione e di popolo significa amore del Noi vivente nella comunità: intanto amiamo quelli che ci stanno vicino, poi penseremo agli altri: questo è il sano e pagano relativismo nazionalpopolare, nemico di tutte le proclamazioni dottrinarie assolutiste e universaliste.

Può anche non piacere, ma nazionalpopolare significa questo, e il Metal lo dice a chiarissime lettere, con foga di potenza sonora e causando stati emozionali ad alta gradazione di compartecipazione, e il tutto viene fatto senza edulcorazioni, senza sofismi, senza divagazioni. Realtà nuda. Valori chiari come il sole. Tutti termini che la Musica Estrema sa per intuito, che esprime alla sua maniera e con i mezzi moderni della tecnologia e del suono amplificato a dismisura, e fa questo perché la nobiltà dell’appartenenza primaria la sente, la conosce a menadito, e di essa si è fatta apostola e missionaria, nell’ipocrita e pavido rimbombare del silenzio dei chierici.

Ascoltare, amare, capire e fare l’Heavy-Metal – genere nato in Europa, massicciamente seguito soprattutto nel nord germanico e scandinavo, ed esclusiva e caratteristica forma d’arte musicale e di cultura popolare bianca significa operare in maniera diretta, nel senso di una energica, radicale e anche violenta contro-cultura intransigente, divulgando a masse giovanili messaggi di vita e di identità che altrimenti non le raggiungerebbero, sommerse come sono dall’opposta propaganda del rinnegamento.

La Rivoluzione Conservatrice oggi si chiama Heavy-Metal, e soffia potente tra le masse dei nostri giovani metropolitani, come un vento di vendetta. Se niente niente si saldasse a un qualche annunzio di rilievo politico, diventerebbe tempesta.

Luca Leonello Rimbotti

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks