Pub a tutta… birra

Le striature di densa schiuma avana rapprese circolarmente lungo la parete interna della pinta sono come la testimonianza di altrettante soste, pause, chiacchierate, riflessioni. Sanno di spirito conviviale, talvolta di baldoria, talvolta di discussione. Già, perché intorno ad una pinta di Guinness si sviluppa tutto un mondo, si raggruppa tutta una generazione che forse, istintivamente, cerca una sua “terza via” tra gli opposti divertifici nichilistici: quello reazionario e involuto dei centri (a)sociali, incattivito nell’iperpoliticismo e vittima dei suoi stessi eccessi, e quello fighetto, pariolino, vacuo dei locali trendy, ma talmente trendy che prima di aver capito cosa, come e dove bere è già ora di andare a casa. E le persone normali? Per loro è rimasto un solo rifugio, e si chiama pub, abbreviazione dell’originaria ma ormai desueta denominazione di “Public house”. La risposta anglosassone alla classica birreria, per intenderci, ma con uno stile tutto suo. Veronica Russo ne ha esplorato poetica ed estetica sull’ultimo numero di “Style”, il magazine del Corriere della Sera, in un articolo che porta il significativo titolo “Tipi da Guinness“. Vi si interroga un “pubbista doc” come lo scrittore anticonformista Andrea Pinketts, che già dalle prime righe chiarisce un equivoco: «Un posto di “scappati di casa”? Non scherziamo. Al pub oggi ci trovi di tutto, dal giovane alternativo, cresciuto nei centri sociali, a Pierre Casiraghi; dallo studente universitario al filosofo Stefano Bonaga o al critico d’arte Philippe Daverio». Un miscuglio eterogeneo ma non privo di senso, perché al pub ognuno ci porta la sua esperienza ma poi finisce per seguire gli stessi riti. “Riti”, ecco la parola giusta. Impegnativa, forse, ma comunque azzeccata per un luogo in cui non regnano “tendenze” ma si fanno sempre le cose con stile. Come definire, altrimenti, la perizia con cui i maestri birrai più appassionati manovrano la spinatrice, inclinano il boccale, misurano la schiuma, fanno riposare il liquido? Per quanto tu abbia sete non potrai mai interromperli, sembrerebbe un sacrilegio. Se poi ordini una stout, una scura irlandese, farai meglio a fartene una ragione: prima dell’ultimo dito di birra, quella che riempie il bicchiere, la birra deve riposare. E pazienza se i tuoi amici coatti che hanno ordinato una banale chiara olandese sono già a metà boccale: lo stile esige i suoi tempi.

E proprio di questa via dandy al sabato sera (o a qualunque altra sera o, perché no, pomeriggio) l’articolo di “Style” enumera diversi seguaci vip. Si va da Paolo Giordano a Francesco Bianconi passando per Guy Ritchie. Il primo è il 26enne vincitore dell’ultimo Premio Strega con il suo “La solitudine dei numeri primi”. Uno innamorato della Torino che folgorò Nietzsche – ma la sua è piuttosto quella dei Subsonica – e proveniente, per sua stessa ammissione, «da nessuna esperienza politica ». Forse sarà per questo che dichiara di detestare il buonismo benignano di libri come “Il piccolo principe” e “Pinocchio” («questi bambini con messaggio non li tollero») e i cantanti «strappalacrime inglesi» come James Blunt, quelli che fanno «proseliti». Bianconi è invece il frontman dei Baustelle, eternamente in bilico tra fascino decadente alla Rimbaud ed autoironia sullo stereotipo bohemien, comunque sempre nell’orizzonte della ricercatezza. Quanto a Guy Ritchie, si tratta dell’ex promessa del cinema britannico, marito (in crisi?) di Madonna ma già autore dei tarantiniani “Lock and Stock” e “The Snatch”, con ambientazioni molto british in cui varia umanità della bassa criminalità londinese si getta in improbabili avventure. Progettando il tutto, è ovvio, davanti ad una pinta di birra, in uno dei circa 60.000 pub di tutto il Regno Unito.

Da quelle parti, del resto, cominciarono a ritrovarsi nei pub praticamente all’indomani della fuga dall’isola dei romani. O forse anche prima, se consideriamo le tabernae come una sorta di proto-pub. Già nel 965 d.C. re Edgar d’Inghilterra detto il Pacifico sentiva il bisogno di emettere un decreto che stabiliva che non dovesse esservi più di un pub in ogni villaggio e regolò inoltre il formato dei recipienti dove poter bere la birra. Una tradizione di tutto rispetto, non c’è che dire. Eppure non si tratta di un primato, il quale, invece, sarebbe forse da attribuire agli odiati cugini irlandesi. Secondo studi recenti, infatti, i Fulachtaì Fia, strutture preistoriche a ferro di cavallo site per lo più presso i corsi d’acqua dell'”isola verde”, non sarebbero altro che i “pub” dell’Età del Bronzo. E non c’è da stupirsi se, secoli e secoli dopo, gli irlandesi te li ritrovi sempre lì, una stout in mano, a fare quattro chiacchiere con il primo che capita. Nel 1682, del resto, si calcola che su 6205 case di Dublino, 1200 fossero pub. E poco importa se oggi i puristi storcono il naso per la piega “commerciale” di storici locali come quelli intasati di turisti nel “Temple Bar”, zona centrale della capitale irlandese. Si dice peraltro che nel vero e più autentico irish pub non si ascolti musica dal vivo e non si possa mangiare, cosa che invece accade con regolarità nei locali di Dublino, Cork e Galway, per non parlare dei loro epigoni nostrani. Poco importa, dicevamo, poiché quel che conta è sempre seguire lo spirito, mai la lettera. In alcuni locali del centro di Derry, del resto, puoi ancora trovare qualche signora un po’ brilla che attacca bottone stramaledicendo gli inglesi. Il ricordo dei Troubles, del Bloody Sunday, degli Hunger Striker rimane dipinto sui muri, per le strade, nelle memorie, nei cuori, ma la rabbia è ormai poco più che uno sfogo etilico da birreria.

Luogo di socialità, convivialità, vitalità, il pub è stato del resto un luogo che ha visto nascere tante passioni: sportive, sentimentali, politiche. “Style” ci assicura che a Roma il Trinity College sia il ritrovo dei giovani di destra, mentre a sinistra andrebbe per la maggiore il Four Green Fields. Più densi di celtismo, Dropkick Murphys e birre scure quelli “a destra”, più libertari, sofisticati e “impegnati” quelli “a sinistra”. Ma le cose possono facilmente mescolarsi e ricomporsi in maniera trasversale e con un ecumenismo tutto generazionale. Intorno a una birra può nascere un’idea, un progetto, una rivista un movimento. E quando i sogni riescono a durare anche nel dopo-sbornia per tramutarsi in fatti, può accadere che un pub divenga anche luogo simbolo e centro metapolitico, calamita per le passioni degli uni e gli odi degli altri. Come quando qualche buontempone pensò di mettere una bomba davanti al Cutty Sark, storico locale di varie anime della destra romana e negli ultimi anni centro pulsante del mondo “non conforme”. Roma come Belfast. La cosa venne affrontata mettendo mano alla… spinatrice, brindando fra le macerie. Com’era giusto che fosse. Medesimo spirito, “incidenti di percorso” a parte, anima l’esperienza del Durden di Catania, piccolo locale dalle tinte futuriste che sta peraltro travalicando i confini del microcosmo politico. Ma di birrerie “politiche” ne fioriscono in ogni dove a bizzeffe, in questi ultimi tempi spesso – e questo è significativo – accorpate con librerie d’avanguardia. Si beve, si legge, si discute, si ride, si pensa. Un altro modo di fare politica. O magari, semplicemente, di divertirsi.

Provando magari l’ebbrezza di vedere una partita importante nell’atmosfera magica di qualche pub, fra maxi schermi e pinte schiumanti. Badando sempre, è ovvio, ad abbinare bene opzione calcistica e locale, per non rischiare di ritrovarti in pieno centro a Roma fra orde di inglesi in vacanza attratti, come te, dall’accoppiata birra e Champions League. Il più delle volte, tuttavia, è probabile che un bel brindisi sonante fra due pinte traboccanti possa stroncare sul nascere ogni discussione in merito ad eventuali fuorigioco dubbi. Ma, inevitabilmente, il pub finisce per essere il ritrovo anche degli amanti di altri tipi di “sport”. Quelli, per intenderci, che quando parlano di bionde e rosse non hanno in mente solo i derivati della fermentazione del malto. Pinketts ha spiegato a “Style” una sua curiosa teoria in proposito: «Pub in fondo suona come “pube”, no? Un posto materno femminile, accogliente dove un tempo, si parlava di femmine assenti, ora le trovi lì».

httpv://www.youtube.com/watch?v=BD1TRm0cZ5k
(da: Coupling)

Uno dei più gustosi, ancorché sottovalutati telefilm comici degli ultimi anni come Coupling – passato tempo fa in seconda serata su Mtv fra un’immeritata indifferenza generale – vede del resto intrecciarsi surreali ed intricate love story fra trentenni inglesi proprio fra i banconi di un pub. Che è il luogo dove si tenta il rimorchio, ma anche dove si analizzano, quando le comitive ritornano unisex, strategie e comportamenti, alimentando il più delle volte equivoci cui corrispondono reazioni improponibili, in una parodistica deriva sociologizzante, sempre affrontata con la pinta fra le mani. Perché il pub è “avvolgente”, ti ingloba in sé senza essere mai invadente, ti lascia spazio, ti lascia essere te stesso. Pretende rispetto, ma non vuole cambiarti, mettendoti a tuo agio che tu voglia bere, riflettere, conversare, ridere. O, appunto, rimorchiare. E per farlo in un pub ci vogliono di sicuro meno voce che in discoteca e meno stomaco che in un centro sociale. Luogo di socialità e di incontro fra i sessi, il pub finisce allora per essere inevitabilmente il luogo di nuovi tentativi estetici. Perché va bene che il pub non vuole essere trendy, ma l’occhio vuole sempre la sua parte. «E’ perfetta per “darsi un tono” nei pub “old style” la moda di ispirazione country chic di questo inverno: quel gusto da Inghilterra rurale, tipo di abbigliamento casual inglese che fa molto “signorotto con magione” e moltissimo “mi faccio vedere, ben appollaiato sul bancone”», spiega ancora il mensile del Corriere della Sera. Non lo mettiamo in dubbio, per carità. Ma forse prima di gettarsi a capofitto nella ricerca di «flanella leggera per le camicie a piccoli motivi tartan, magari nelle sfumature del verde bottiglia», sarebbe meglio dare ascolto ad una celebre pubblicità di qualche tempo fa: segui solo la tua sete. Era di una bibita analcolica, una specie di gazzosa made in Usa. Che allungata con la birra fa molto paesano ma è proprio la morte sua. Prosit.

Adriano Scianca

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