Psicologia comunitaria e…

…identità nazionale

L’appartenenza non è un slogan. E’ un fatto bio-psichico fondante ed esclusivo. Essa presuppone tutto un composto che agisce olisticamente sull’individuo, facendone elemento organico di un corpus più vasto. Il valore di legame che è alla base dell’appartenere rifiuta ogni idea astratta di libertà individuale. Appartenere significa per l’appunto essere non-liberi, vivere il vincolo che unisce ad altri, introiettare l’essere come essere-legati-a. La trovata illuministica della “libertà dell’individuo” – un assurdo incomprensibile secondo la mentalità di un Greco o di un Romano destruttura dalle fondamenta il concetto classico di uomo, l’aristotelico zoon politikòn, l’animale sociale al vertice della Creazione, colui che vive ed esiste unicamente in quanto referente dei suoi omologhi, i simili, il prossimo. L’appartenere politico dell’uomo è l’essere membro organico di una carne e di una psiche comuni. Questo ha sempre saputo la nostra cultura millenaria, prima che l’oscena copula tra illuministi e puritani che ha partorito il giacobinismo liberale alimentasse quel mostro inumano che è il “diritto universale” del singolo individuo.

L’uomo come individuo, infatti, si individua unicamente in quanto partecipe di un Tutto relativo, fatto di qualità anìmica – la psyché – e di qualità biologica, la realtà del corpo fisico, tale da creare la necessaria differenziazione da altri, infiniti altri Tutto relativi, senza l’esistenza dei quali nessuna individuazione – cioè nessuna differenziazione – sarebbe mai possibile.

Il principium individuationis, che Jung riprese dalla psicologia greca come principio primo dell’identità (“so chi sono” non appena mi individuo come persona distaccandomi dagli altri, ma non basta: da ciò deriva che sono persona dotata di somiglianze con alcune altre e di dissomiglianze con tutte le rimanenti) è qualcosa da cui deriva la possibilità di conoscere sia l’Io che il Noi, e in quanto tali di misurarli sul Tu e il Voi, che sono – come direbbe Fichte – il Non-Io e il Non-Noi. Individuare (una cosa, un concetto oppure se stessi) significa dunque essenzialmente individuare per esclusione, diversificare, discriminare, tracciare confini, limiti. L’idem dell’identità, evidentemente, crea all’istante tutto un mondo di alterità.

Non staremo qui a ricordare nel dettaglio che il ceppo primo della cultura ellenica poneva all’origine dell’Origine il concetto di genos, la generazione: per meglio dire la genealogia, cioè la successione di determinati caratteri comuni da un unico progenitore: in altre parole, la discendenza, il sangue, la stirpe, la razza. «La forma originaria in cui l’esperienza coglie i rapporti tra passato, presente e futuro come unità, è quella della stirpe (γένος) – ha scritto Paula Philippson nel suo celebre Origini e forme del mito greco [Ed. Bollati Boringhieri]. Essa rappresenta sia il collegamento degli antenati con i loro discendenti attuali e futuri, sia il nesso tra i suoi singoli membri viventi nel presente. Il genos realizza dunque l’unità di una molteplicità di membri […] Tale unità riposa sul fatto – o, dal punto di vista del soggetto conoscitore, sull’idea – inerente al concetto originario del genos, che il primo progenitore continua a sopravvivere in tutti i suoi discendenti».

Si parla dunque di eredità. Dalle cosmogonie arcaiche, tutte incentrate sulla syngeneia, la fratellanza di sangue, discende in blocco l’antropologia sacra dei Greci, discende l’idea di uomo nella nostra antichità classica, discende tutta la nostra cultura europea, incardinata sull’idea fondamentale, sul presupposto ineliminabile e sulla verifica concreta della differenziazione dei tipi trasmessi, sia etnici sia psichici. Per i nostri più lontani progenitori, tale era la prima e più alta legge dell’essere. Legge cosmogonica, sovrana, divina, naturale, trascendente e al tempo stesso terrena, immanente, carnale. Per comprendere la portata di questo intuito primordiale della nostra civiltà basta aggiungere che la più arcaica fase del mito cosmico assegna alla genesi degli Dèi, θεών γένος αιδοιόν, la venerabile razza divina, uno straordinario potere, quello che presiede alla potenza normativa di Mnemosyne, la Memoria.

Noi sappiamo che anche la moderna psicologia (sia quella borghese individualista, sia quella collettiva tradizionale; Jung avrebbe detto, col suo linguaggio: sia quella ebraica sia quella ariana, anche se con tecniche e finalità assai diverse) attribuisce valore centrale alla padronanza della memoria, al fine di ottenere un’individualità centrata ed equilibrata, sia singola sia comunitaria: il sub-conscio dell’Io e l’inconscio del Noi si nascondono allo stesso modo nei meandri dell’Origine e allo stesso modo pervengono alla chiarità della coscienza attraverso il riaffiorare della Memoria. La conquista dell’Identità è il frutto di un viaggio a ritroso, nel tempo mitico e reale del primo attimo, quello in cui il battito della creazione dette vita alla Forma Primordiale: arcano gesto demiurgico di creazione. E Creazione significa compimento di un atto genesico che è sempre, innanzi tutto, separazione. Si separano il tempo dallo spazio, la luce dalla tenebra, le cose dalle altre cose, gli uomini dagli altri uomini, si dà insomma vita ai tipi, ai caratteri, agli stili, alle diverse timbriche bio-psichiche, disposte lungo l’innumerevole varietà che è la ricchezza prima dell’universo.

L’Eros cosmogonico esiodèo, la forza magnetica d’Amore che presceglie il simile per il simile, è forza attrattiva primigenia, essa attiva la catena genealogica, dispone i destini secondo le appartenenze del sangue e della magnetizzante polarità animale-anìmica: forgia i caratteri, e carattere significa impronta, sigillo, stigma. E’ l’identità, un segno incancellabile del chi siamo. Non mai tradibile, neppure se lo volessimo. Altro che libero! Ogni uomo – per vera fortuna elargitaci dagli Dèi benigni – vive di ancoraggi, ed è saldamente incatenato a ciò che è. Fermamente distaccandosi da ciò che non è.

La moderna psicologia, insorta per cercare in qualche modo di darsi ragione della pratica disintegratoria attuata sull’uomo in un paio di secoli di devastante razionalismo, dovette sin dagli inizi darsi da fare per ripercorrere in senso contrario la strada rovinosa imboccata dal pregiudizio umanitarista, che ridusse in cenere millenni di coscienza europea in nome di un occasionale delirio di pochi philosophes sradicati. Ci fu una psicologia il cui rimedio fu peggiore del male, rimestando le cloache del rimosso artificiale e lavorandolo con nuove dosi di dogmatica razionale: psicologia freudiana. Ci fu poi un’altra psicologia, ma liberatoria, in grado di svellere le incrostazioni e i sedimenti della colpa, i complessi legati al proibizionismo materialista-libertario: e fu la psicologia comunitaria, che studiò le aggregazioni politiche come l’ultima àncora di salvezza dinanzi alla disintegrazione modernista: da Le Bon a Jung.

Quel dannato pregiudizio libertario, volendo liberare l’uomo dai suoi legami bio-psichici con la natura differenziante, facendone il noto manichino destinatario dei “diritti dell’uomo”, in realtà lo rese amorfa scoria inessenziale, una sorda e patologica monade abbandonata a se stessa e alle sue vertigini spazio-temporali, priva di riferimenti e immersa nella totale deturpazione del volto identitario dell’uomo vero, quello storico, reale, nato dalla vita e non quello finto, libresco e irreale degli illuministi, nato dalla frustrazione e dal fallimento esistenziale.

Il titanismo dell’epoca moderna, più che nella faustiana volontà di conquista della materia e nello scatenamento della tecnica, è consistito nel risalire alla quercia e alla rupe, gli immobili e immutabili luoghi dell’essere. Quando i detentori del sapere organico si resero conto della catastrofe modernista, cercarono di ristabilire nuovi legami, di riannodare gli antichi vincoli con procedure rivoluzionarie, psicagogie, mistiche, visionarismi, fino all’alchimia della psiche in cui Jung giudicò possibile per l’uomo europeo di riguadagnare i propri simboli e ridiventare se stesso, lottando con l’ignoto, vincendolo, facendosene eroico conquistatore. E compiendo il nuovo viaggio agli Inferi: ridiscesa nelle profondità psicodrammatiche dell’identità e riconquista eroica del Sé. Questo viaggio anamnestico, questa iniziazione alla memoria, riformulò in pieno Novecento la possibilità per gli uomini e per i popoli di sostenere la pressione del cosmopolitismo e di potenziare le proprie categorie anìmiche facendo emergere la natura del profondo, e con questa nuova consapevolezza mutando la nevrosi borghese in equilibrio dell’uomo nell’armonia di popolo.

Ciò che Jung giudicò positivamente nelle “religioni politiche” nazionalpopolari era appunto la loro capacità psicagogica, di guida delle anime, di volgere la nevrosi moderna in salute mentale ottenuta attualizzando le identità arcaiche: ad esempio, l’inconscio germanico, egli affermò, contiene “tensioni e potenzialità” tali da possedere il valore di una “psicologia medica” che vince la nevrosi attraverso l’ottenimento della “totalità” umana. L’archetipo wotanico studiato da Jung, in questo senso, era la parola primordiale che, liberando la coscienza dalle sovrastrutture moderniste, ricreava l’origine attraverso la reimmersione dell’individuo nella comunità principiale contrassegnata da simbolismi latenti.

Miticamente, il compito di riassestare il senso dell’uomo distrutto dai progressisti egualitari non poteva non passare attraverso una nuova creazione, un re-inizio in cui dalla morta materia nichilista, dal Niente esistenziale imposto dai dogmatici, dall’assenza di vita cioè, riscaturisse la vita: il Caos modernista procede per detrimento, esso degrada costantemente e azzera volta a volta inesorabilmente tutti i caratteri differenzianti che sono nel gene dell’uomo creato, e produce i deserti della psiche, le mostruosità delle politiche egualitarie, la pauperizzazione dello Spirito nello sfaldato spirito meccanico.

La volontà di vita che è nel sapere tradizionale, al contrario, avanza per incremento, essa vuole più vita, essa esalta il trionfo della vita che si coglie nella scala gerarchica dell’essere, e così facendo, nietzscheanamente, avvìa ai mondi del Primordiale. Qui la Memoria Ancestrale si mostra come un destino da conquistare, così da poter ricollocare l’uomo là dove sorse, in un universo di forme stabilite, di stili incastonati nella Creazione, tra i simboli disposti dalla Natura attorno di noi, come fossero codici, come volessero indicarci il linguaggio, la tecnica e l’arte dell’esistere: traboccante manifesto dell’ineguale, la Natura – il goethiano “grande libro” su cui leggere la nostra verità umana è l’ultima conquista ancora possibile. Con essa entra in gioco la possibilità di restaurare l’onore di essere e di potersi dire uomini.

Affacciarsi alla memoria ancestrale, riviverla come fosse attimo balenante, farsene padroni oggi come lo fummo all’alba della nostra apparizione sulla Terra, significa gettare sguardo d’abisso sulla nostra natura, distogliendo una volta per tutte gli occhi dalle tavole di cartapesta su cui stanno scritte le menzogne intellettualizzate e la contronatura del dispotismo umanitarista. Guardare il nostro corpo significa penetrare la nostra psiche, aggirarsi tra i suoi lussureggianti meandri come tra le conosciute penombre delle nostre più intime stanze. Alla maniera greca, avere coscienza del corpo significa padroneggiare gli ondeggiamenti della psiche, così che l’armonia tra la realtà effettuale e gli abbandoni nell’onirico si abbia non solo nella dimensione fisica, ma anche in quella metafisica. Poiché l’una e l’altra, nella nostra natura di eredi del primo mattino iperboreo, sono la medesima cosa.

La psicologia novecentesca parlò da subito di tracce mnestiche, ancora agenti nel rimosso, e ancora giacenti nonostante il bisecolare lavoro di demolizione razionalista. Quella “nuova scienza” nata già mezza positivista e mezza tentata dagli arcaismi si rese ben presto conto che un intero patrimonio era stato deturpato, un grandioso tempio interiore era stato ridotto a sparse rovine, a rischio di totale sparizione. Si trattava di impronte della memoria atavica, qua e là disperse dallo smemorante procedere del razionalismo criminale, che avanzando distrugge, illuminando oscura, invadendo abbatte e rovina e decompone i preziosi arredi della mente, così come imbratta e deforma quelli del corpo, del volto, del tratto fisiognomico ibridato. Orme del Primigenio che, impresse nell’anima nostra come specchio riflesso del nostro profilo biologico, ci seducono nascostamente, occultamente guidandoci nel fare e nel pensare, con mano sicura, a noi non ignota, ma riposante nella silente quiete oppure nel sognante lottare delle ombre interiori, come misterico motore identitario.

Queste impronte di un’appartenenza immemoriale sono il nostro volto interiore. Esso parla di noi come potente voce non tacitabile dal vizio oscurantista degli egualitari, i disegnatori dello scarabocchio umanitarista, i disumani inventori del rachitico “uomo universale”.

L’accesso alla psiche si presenta, da sempre, essenzialmente come un procedimento esclusivista, come un viaggio iniziatico che tende per definizione a includere gli omogenei e ad escludere i disomogenei. Puramente e semplicemente, la via del sacro occulto, il procedere verso le abissali altitudini dell’ignoto stante in noi è faccenda di prescelti, è un privilegio, non certamente un diritto. La nostra simbologia misterica antica – un luogo in cui gli accessi tradizionalmente si chiudono, più che non si aprano – è opera di scrematura e di setaccio. Di inclusione: il che vuol dire, automaticamente e per definizione, di simultanea esclusione. Un esempio? Ad Eleusi – dove il contatto psichico con la fonte della vita, con quella Nyx che era la notte del parto, lo sgorgare del sangue genealogico, il fluire del tellurico seme ereditario – nel periodo arcaico si proibì tassativamente l’accesso ai misteri a quanti non fossero Ateniesi per parte di padre e di madre. Gli estranei non entrano nel recinto di Psiche. Questa è una legge ovvia anche e persino nella moderna sarabanda dell’alienazione borghese.

Non di “umanità” vanno in cerca le oracolari rivelazioni con cui di tanto in tanto la Natura si compiace di elargire qualcuno dei suoi segreti; esse soffiano brani di verità solo nelle sensibili orecchie di qualcuna delle creature riunite in famiglie d’anime parentali, intrecciate di comunanza. Non di “umanità” vaga e inesistente, ma di uomini reali, che vivono in un luogo e che da un seme discendono, così da sapere a chi si parla, si nutre il sottile percorso dell’anima. La grande domanda di tutti gli inizi e dunque di tutte le iniziazioni: “Chi sei?”, significa prima di tutto: “Di chi sei figlio?”. Prima di tutto, si vuole sapere a quale sangue appartieni. Questo registro discriminatorio è l’ovvietà di cui si ammanta la vita, quella reale come quella onirica. Iniziazione significa inclusione e ad un tempo esclusione. E che la psicologia, in quanto analitica dell’anima, sia una via iniziatica, non vorrà negarlo neppure il più incallito freudiano.

Anzi, proprio da Freud – un maestro ebraico di esclusivismo razzialista – noi veniamo a sapere che la struttura differenziale ed ereditaria della psiche è il cardine ontologico e conoscitivo. A fianco delle sue tipiche costruzioni di demoni sinistri che popolano l’incontrollata libido che monta come colpa inespiabile nei biblici sprofondi dell’inconfessato, Freud aprì a volte squarci rivelatori di verità da lui stesso non reprimibili. A volte parlava come medianicamente, per un attimo liberandosi dei legacci razionali da lui stesso costruiti intorno alla psiche sua e della sua cultura di appartenenza: «L’eredità arcaica degli uomini non abbraccia solo disposizioni, ma anche contenuti, tracce mnestiche di ciò che fu vissuto da generazioni precedenti […] Quando parlavo del persistere dell’antica tradizione in un popolo, del formarsi del carattere popolare, avevo in mente soprattutto una simile tradizione ereditata, e non una tradizione propagata per comunicazione». Parola di Freud.

La psiche è dunque un codice genetico ereditario non meno della corporeità. E, precisa proprio Freud, lo è non individualisticamente, ma comunitariamente. Si ha una psiche che è retaggio di popolo. Unico ed esclusivo. Ogni cultura ha dunque una sua tassonomia psicosomatica.

Ciò è tanto vero che si parla di procedimenti tipici delle civiltà superiori, come il mito, il simbolo e il rito, nei quali si ravvisa l’emergere cosciente di giacenze subliminali, che nell’uomo primitivo rimanevano associate al terrore o all’inquietudine per l’ignoto, comunque alla sfera dell’inconosciuto e che invece, nelle società avanzate, costituiscono il tratto qualificante della cultura partecipata. L’affermazione della civiltà superiore ha significato per l’uomo la possibilità di impugnare i propri archetipi differenzianti, facendoli uscire dall’incomposto inconscio ed elevandoli a forma compiuta di una concezione del mondo conscia e peculiare. Questi aspetti, che la psicanalisi di Jung portò al rango di patrimoni destinali, definendoli nella loro qualità di archetipi che toccano la base psicosomatica dell’esperienza umana, si qualificano come manifestazioni e funzioni psichiche del carattere innato, in grado, quando elevati alla lucida coscienza, di far raggiungere ad ogni singolo individuo il codice psichico comunitario suo proprio, in una sorta di “ritorno alla casa del padre”, aggregando in armonia gli sparsi caratteri, solidificandoli, e disponendoli secondo le appartenenze.

Questo itinerario della psicanalisi novecentesca, quella per così dire nazionalpopolare, intesa a riconoscere e a descrivere i caratteri peculiari della psicologia collettiva, era in aderenza con quanto già avevano intuito Schelling, Hartmann, ma prima di loro anche un Leibniz o lo stesso Kant, che tra i primi ripercorsero alcuni aspetti dell’inconscio umano. Si trattava di verificare che il rimosso era la voce interiore andata perduta o sfrangiatasi nel procedere dell’epoca moderna razionalista. Tale occultamento dell’identità – ché altro non è la rimozione – come è noto veniva ridotto dal freudismo a coacervo di complessi incapacitanti, frutto di micidiali e patologici sensi di colpa, qualcosa che anziché unire divideva, e divideva in brandelli lo stesso individuo al suo interno, facendone un servo e un’impotente vittima di pulsioni spesso ignobili e sempre incontrollate e facendolo psichicamente regredire al livello dell’orda e della pulsione primaria elementare, in una totale catastrofe della personalità.

Il rimosso, diversamente considerato, dovrebbe al contrario esser visto come un retaggio positivo, magari destrutturato e manomesso dagli eccessi materialistico-razionalisti degli ultimi secoli e dunque bisognoso di nuova acquisizione, ma comunque prezioso contenitore di coscienza e di valori di legame, bacino occulto di identità da ricondurre alla solare coscienza, come quel collante necessario a fare di un uomo isolato e abbandonato a se stesso un essere organico, eretto e in consapevole rispecchiamento con una prossimità (gli altri che sono vicini, la terra su cui si nasce), che sia pienamente condivisa.

Jung, unendo la psicologia collettiva di Le Bon agli archetipi culturali atavici, indicò la via di una riconquista della memoria ancestrale, indicando, in più, che la solidità dell’essenza umana è costituita da fermi riferimenti: un Io strutturato e misurato sulla dimensione comunitaria, in grado di rispondere all’evocazione delle potenze latenti legate all’irrazionale e all’identitario profondo e, non ultima, la terra su cui queste realtà si dispiegano. Alla maniera di Carus, di Heidegger, di Spengler, di Keyserling, anche Jung riconobbe nel legame tra uomo e terra natale il valore di un nesso occulto. Il “mistero” del luogo e dei suoi irraggiamenti subliminali dispone anche i percorsi della mente, condiziona le scelte e gli orientamenti di base, quelli irriflessi, pre-razionali, che scaturiscono dalla fonte più intima dell’identità. Il radicamento al suolo, in questo senso, diventa un fattore di rilevanza anche psicologica, agendo internamente e in maniera diretta sulle strutture del carattere. La mistica della terra è pertanto – similmente al genius loci degli antichi una componente essenziale della magia psichica dell’appartenenza.

Il culto delle forze profonde, il primato dell’inconscio sulla ragione, la riemersione delle energie intuitive, percettive e irriflesse, l’elaborazione delle onde emotive e irrazionali: queste le armi necessarie alla lotta contro il progressismo, atte a sfuggire ai suoi ricatti razionalisti, che nel totalitarismo universalista stanno demolendo con violenza fisica e psichica ogni aggregato della sfera bio-psichica che imprime la diversificazione dei tipi. Non l’istinto belluino del bestione primitivo, certo: qui si parla delle elevate potenze dell’immaginale, evidentemente non delle pulsioni ferine, primitive e solo materiali. L’istinto di Nietzsche, l’Anima di Klages, le aristocratiche doti dell’uomo che forgia una cultura che fa rima con natura. Il conio della diversità, frantumato dal nevrotico egualitarismo mondialista, può essere faticosamente restaurato soltanto se si sanno ancora individuare queste vie della risalita alla fonte da cui ciascun individuo, in quanto parte di un kosmos popolare, etnico e culturale finito, trae la propria fisionomia.

Bisogna considerare che anche la psicologia contemporanea, che pure agisce sotto la pressione condizionante del caos egualitarista, lascia qua e là riemergere la consapevolezza che i materiali psichici sono un frutto dei valori di legame. Alla zitta e piano piano, ci si comincia a rendere conto, in alcuni comparti della ricerca scientifica, che la globalizzazione a la sua teoria egualitaria stanno producendo misfatti incalcolabili, e che poggiano su presupposti intellettualizzati, artificiosi e ingannevoli, e imposti con violenza inquisitoria.

Vi sono brani di moderna psicologia che ammettono il nesso necessario tra la fisiognomica e la produzione di immagini psichiche, così da confermare – beninteso, tra le righe, e mai apertamente – le intuizioni junghiane circa la rispondenza tra carattere fisico e carattere psichico all’interno delle varie tradizioni culturali. Quando leggiamo che la scoperta greca del canone della bellezza – cioè il trionfo della forma fisica come forma mentis fu il risultato della vittoria delle forme simboliche di una cultura elevata sul coacervo primitivo del mero vitalismo, non si fa che imprimere forza di legge naturale alla differenziazione dei tipi psichici e di quelli fisiologici. Il pensiero simbolico, così, diventa espressione della capacità di padroneggiare gli istinti, liberandoli anziché reprimendoli, ma sublimandoli in superiori qualità come l’arte, che è il tipico portato di una cultura non individualistica, ma comunitaria: «Nelle forme artistiche – si legge ad esempio in Ecobiopsicologia. Psicosomatica della complessità di Diego Frigoli [Ed. MB] fu riassunto il passaggio dalla coscienza di una primitiva percezione della “vitalità” selvaggia delle forze inconscie a una loro astrazione in forme-pensiero più simboliche […] potremmo pensare che agli inizi l’umanità primitiva non avesse ancora una concezione consapevole della realtà, perché incapace di coordinare in proto-immagini mentali la scarica motoria e viscerale degli istinti».

La “concezione consapevole della realtà”, in altre parole, cioè l’uscita dalla nevrosi e la conquista dell’equilibrio psichico, si otterrebbe attraverso la sublimazione dell’istinto primario nella forma simbolica evoluta: ma secoli di studi su questa materia ci avevano già insegnato che la simbolica è un codice essenzialmente comunitario, è un patrimonio esclusivo di ogni cultura etnicamente differenziata, tanto che si hanno molte simboliche relative e nessuna simbolica assoluta e universale. I segni, le geometrie, i glifi, eguali dappertutto, rimandano a concetti diversissimi, talora opposti, tra una cultura e l’altra: basta ricordare Bachofen, Görres, Creuzer e i loro studi sul mito e il simbolo derivanti dal κύκλος γενέσεος, il divenire delle stirpi, come inesausta “tradizione, generazione, continuità vivente attraverso sangue e procreazione”. Le conclusioni talora raggiunte dalla stessa psicologia contemporanea, ad onta di ogni terrorismo progressista, sono tali confermare mentre negano: vere e proprie spie che rivelano come ogni tanto riescano a fuoriuscire inavvertite particelle di contro-cultura, e il tutto non è dunque se non un’implicita, latente ammissione che l’universalismo egualitario oggi egemone è un falso ideologico di deturpante aggressività.

La stessa cosa la rileviamo nella psicologia sociale oggi largamente corrente, là dove, ad esempio con Moscovici o Rouquette, si sottolinea l’importanza della rappresentazione sociale come esito di indici psichici condivisi. Come il famoso nexus affettivo, cioè l’intreccio di legami pre-logici di partecipazione, che sarebbero alla base della possibilità di mobilitazione delle folle moderne. Ma non è per l’appunto questo nexus, ultimo arrivato nella ricerca psicoanalitica, in tutto simile all’arcaico legame parentale che stabiliva la legge del genos?

Per tali vie la sub-cultura liberale oggi egemone si nutre di evidenti contraddizioni e si mostra incapace essa stessa di reprimere e rimuovere, così come invece vorrebbe fare, la sostanza e le evidenze della psiche quale energia comunitaria legata agli atavismi di stirpe. Essa fa rientrare dalla finestra, senza darlo a vedere e probabilmente senza neppure avvedersene, concetti gettati dalla porta in nome del dogma ideologico egualitario e, così facendo, ratifica il proprio epocale fallimento di supporto scientifico psicanalitico al cosmopolitismo politico.

Dalle origini elleniche del nostro pensiero, quando la fisiologia sacra poneva il problema dell’oggettività della natura, disponendo il processo – fin da Anassimandro, VI secolo a.C. in base al quale tutte le cose del mondo procedono da una sostanza primordiale, fin dunque dall’alba primissima della nostra civiltà, noi troviamo centrale il nesso tra realtà fisica e procedimento riflessivo, ciò che produce l’unione di sostanza materica e conoscenza intuitiva. Una sorta di mistica della materia che, da Aristotele e dalle relazioni da lui poste tra anima e sostrati fisici sino a Duns Scoto, sino a Heidegger, sino alla rispondenza tra Spirito e corpo nella Lebensphilosophie e sino all’antropologia totale di Gehlen, ci parla di un ininterrotto procedere della percezione circa l’impossibilità di abbandonare l’uomo alle sue lacerazioni, come fosse un rottame antropologico, considerando il suo potere riflessivo solo individualisticamente, e privandolo – come fa il pensiero moderno, apatrìde e divelto dalle radici dell’ancoraggio bio-psichico sancito dall’ethnos.

E ricordiamo che la psicologia novecentesca, nata positivista, nondimeno riprodusse proprio essa, e per prima con materiali attinti dalla scienza fisiologica moderna, la convinzione dello stretto rapporto tra psiche e vita organica, giungendo ad una sorta di compenetrante identificazione tra realtà fisica e realtà psichica. Basta pensare che Agostino Gemelli – il fondatore della psicanalisi italiana studiò ad esempio le manifestazioni del linguaggio proprio come esito dell’interazione tra “organizzazione psichica e fisiologica”. Dietro queste riprese di olismo psico-fisico pienamente tradizionale, come si capisce, si muoveva l’implicita e a volte manifesta negazione di tutta l’impalcatura razionalista contemporanea, che mina l’unità organica dell’uomo, consegnandolo alle proprie irrisolte nevrosi, di cui al più viene fatto uno screening di rilievo meramente sociale o statistico, senza avvertirne, ma anzi negandole a priori per fanatismo ideologico, le valenze di causa-effetto, che naturalmente intercorrono tra il riflesso psichico e il bagaglio genetico ereditato.

Assi di fronteggiamento contro tutti gli sfiguramenti progressisti, le naturali e tradizionali nozioni di psiche e di analisi psichica, se debitamente evocate nel senso qui rapidamente descritto, una volta di più nel corso della nostra storia potrebbero erigere quella diga che manca per fermare le esondazioni ideologiche dell’egualitarismo: la sollevazione degli inconsci identitari, la mobilitazione dei conglomerati ereditari che tacitamente sopravvivono sotto il pelo d’acqua delle proclamazioni individualistiche, la riaffermazione, alla maniera degli antichi filosofi, dell’onore che giace nel concetto di anima che plasma il corpo a sua immagine, tutto ciò costituirebbe il migliore e più rivoluzionario antidoto contro il livellamento universale e contro la disintegrazione bio-anìmica di individui e popoli voluta dal mondialismo. La riattivazione dei simboli e degli archetipi comunitari è la leva più infallibile per ottenere la giusta risposta dei popoli al richiamo della loro dormiente e minacciata identità, e per volgere questo potente strumento contro i programmatori dello sfaldamento coscienziale di massa. Anche su questo terreno, come sempre, come ovunque, la lotta da ingaggiare è quella tra l’erede e lo sradicato.

Luca Leonello Rimbotti

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