Mongol…

È da poco uscito nelle sale cinematografiche il nuovo film del premio oscar Sergei Bodrov Mongol, la vera storia di Gengis Khan. Colossal epico e struggente che ripercorre la vita del leggendario condottiero mongolo.

Bodrov è considerato uno dei più importanti registi russi viventi, nato nel 1948, debutta dapprima come attore, nel 1960, per passare poi dietro alla macchina da presa, nel 1974. Il film che lo ha reso famoso in Occidente e che gli ha fatto vincere l’Oscar è Il prigioniero del Caucaso (1996), incentrato sul sofferto conflitto russo-ceceno. Del 2002 è Il bacio dell’orso, lungometraggio che conferma lo stile del regista russo a cavallo tra surrealismo e fantasia disneyana. Le sue, sono storie sempre intrise di sentimenti e tratti sognanti, dove c’è spazio per l’immaginazione e la magia.

Il nuovo Mongol non si discosta dallo stile filmico caratteristico di Bodrov, narrando la storia di Gengis Khan sin dalla sua infanzia con uno sguardo storicamente realistico, ma che lascia spazio anche al mito e alle potenze primordiali del vento e della terra.

Nato nel 1162, in un villaggio di guerrieri-pastori, il piccolo Temugin subirà la schiavitù e i soprusi delle fazioni opposte, predoni e guerrieri spietati che più non rispettano la tradizione. Dal padre, visto morire avvelenato negli anni della sua fanciullezza, imparerà il rispetto per i costumi tramandati e l’inflessibilità nei confronti dei corrotti.

Fuori da ogni luogo comune, la figura del guerriero mongolo viene restituita alla sua realtà storica, non soltanto un sanguinario barbaro delle steppe, ma anche capo magnanimo, astuto ed onesto. Mongol è in fondo la storia del riscatto di un uomo dalla schiavitù e dall’abiezione, il lungo percorso di risalita che permette, infine, a un ragazzo braccato e solitario di divenire Khan, condottiero e capo di tutti i mongoli. Uomo che fu capace dell’amore tenace per la sua giovane sposa, scelta, secondo tradizione, poco dopo i 10 anni, e che rappresentò inoltre il “martello degli dèi”, il potente e decisivo restauratore della tradizione perduta e dispersa. La guida implacabile di quella Mongolia oramai attraversata dalla corruzione, dal tradimento e dalla violenza su donne e bambini.

Gengis Khan fu quindi uno sciamano, capace di divinare i segni del cielo e della natura, in grado di vincere il terrore dei mongoli per i tuoni e i temporali facendosi a sua volta potenza tellurica, terremoto rigeneratore e mediatore con le potenze primordiali, restaurando l’antica religione.

httpv://www.youtube.com/watch?v=2BfPgF4DF-Q
(Sergei Bodrov, Mongol, 2008)

Il film evoca quasi per allusioni il potere magico di cui si caricò questo guerriero straordinario; segni del destino, simbolismi e particolari di una vita che ritorna all’essenziale, che riscopre nella radicale avversità della steppa e della natura lo sprone al rafforzamento delle proprie capacità.

Temugin non si piegò ai suoi nemici, non bastarono le sbarre e la denutrizione a fiaccarne lo spirito e il destino storico: «il potere è nelle mani di chi lo sa conquistare…» recita la voce narrante nel corso del film.

Girato nei veri luoghi che nei secoli scorsi hanno ospitato l’impero, utilizzando effetti di luce naturale e artificiale, il colossal russo si basa sui sentimenti e le battaglie all’ultimo sangue, trascurando forse qualche dettaglio storicamente rilevante o magari contraendo il tempo con delle ellissi piuttosto accentuate. Dal 1200 Gengis Khan iniziò a costruire il suo impero, fissando poche e semplici leggi con cui restituire dignità e onestà ai suoi sudditi.

Oswald Spengler, a suo tempo, rilevò il ruolo cesareo del Khan mongolo, individuandone le peculiarità proprio nel suo ruolo “decisivo” in un tempo di conflittualità tra i clan, esaurimento e decadenza della tradizione dei padri. E il film a suo modo non manca di evidenziarne l’operato in tal senso.

Si tratta di un’opera di stretta attualità, visto il nuovo ruolo internazionale ricoperto oggi dalla Russia. Uno stato-continente che il principe russo Nikolaj Trubeckoj nel 1925 indicava come il degno e diretto erede dell’impero mongolo dei Khan (L’eredità di Gengis Khan, SEB, 14€): «l’assimilazione delle tecniche di governo dei Mongoli e del loro stile di vita procedette in Moscovia a passo assai svelto, di modo che i russi di quest’area finirono con l’assimilare più rapidamente e più profondamente lo spirito del loro ordinamento statale, ovverosia l’eredità di Gengis Khan». La figura del Khan si trasferì dunque in quella dello Zar, prolungandosi in parole che hanno il medesimo significato e la comune vicinanza con la qualifica di Caesar. Zar inteso come guida non soltanto politica, ma anche come il sommo rappresentante di Rus, la Russia profonda e primordiale, una parola che evoca distanze e altezze incomprensibili alla mentalità occidentale.

E ancora negli anni della rivoluzione bolscevica il nome di Gengis Khan tornò a terrorizzare i “rossi” nelle gesta del visionario “barone sanguinario” Ungern von Sternberg, di cui ci hanno tramandato memoria, tra gli altri, Ossendowski, Spengler ed Evola e pure Hugo Pratt. Questo spietato condottiero delle armate “bianche” a cavallo si disse discendente del temuto condottiero mongolo e concluse la sua esistenza terrena venendo catturato dai sovietici sulla via per il Tibet, da lui considerato il centro spirituale del mondo.

Un colossal evocativo, che nella sua magica atmosfera restituisce le immagini di un tempo che sembra quasi mitico e lontanissimo. I ritmi non sono quelli dei film americani, ma risulta davvero godibile allo spettatore paziente e attento.

Francesco Boco

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