Miguel Serrano e kali yuga

L’esoterismo apocalittico di Miguel Serrano

Lo scrittore cileno Miguel Serrano (nella foto sotto a destra), nato a Santiago nel 1917 e tuttora vivente, è uno dei pochi personaggi contemporanei che ancora occupano l’ultima trincea della controcultura di frontiera. Ma quella vera, quella diametralmente opposta al mondo moderno e che fa perno sui millenari insegnamenti spirituali della nostra civiltà. Siamo di fronte all’assoluta alternativa, al totale “politicamente scorretto”. Chi avesse ansia di un trasgressivo rovesciamento delle tavole mondialiste, chi volesse evadere dal soffocante ghetto del progressismo, troverà in Serrano uno sbalorditivo faro di luce arcana, in grado di illuminarlo tra i mondi della resistenza culturale più oltranzista e più solida di ancoraggi culturali. Oltre ogni pruderie borghese e oltre ogni ottuso buonismo di massa.

Mitografo inesauribile, Serrano è stato negli anni Cinquanta e Sessanta ambasciatore del Cile in India, Jugoslavia e Austria. Ha conosciuto e frequentato Carl G. Jung e Hermann Hesse, due personalità che contribuirono in maniera sostanziale a fare di lui un indeformabile campione della Tradizione. Da sessant’anni, egli proclama la sua convinzione che la civiltà occidentale, ormai preda di una convulsione terminale, rappresenta in realtà un Male inguaribile e nefasto, ma tuttavia necessario al completamento della storia: è un caos di pulsioni inferiori, in cui materialismo, egoismo, usura e soprattutto desacralizzazione e agnosticismo hanno ucciso l’antica anima dei popoli creatori, conducendoli alla morte spirituale. Cui, prima o poi, alla fine del presente ciclo storico distruttivo, succederà anche la catastrofe materiale. Domina questa concezione l’idea neo-gnostica di una lotta apocalittica tra il Bene e il Male, tra la Luce e la Tenebra, con la consapevolezza serena che l’attuale prevalere delle forze inferiori rappresenta un passaggio obbligato, da vivere con fermezza fino in fondo. Una fase che occorre percorrere con calma determinazione, sicuri che tutti gli insegnamenti della sapienza tradizionale ci guidano nobilmente verso la certezza di una resurrezione dei valori arcaici: sacralità della natura, fede nel destino, cura dell’energia interiore, gerarchia degli animi, potenziamento della nobiltà della razza spirituale che differenzia gli uomini tra loro.

Come si vede, si tratta di un’impostazione che, grosso modo, è presente in ben conosciuti autori di elevato valore intellettuale, come Guénon, Evola o Coomaraswamy. Ma Serrano ci aggiunge del suo. Tratteggia una visione del mondo, della vita e del destino in cui sono chiamati a raccolta tutti i simboli, tutti i miti, tutti i segni della sapienza primordiale, al fine di dare una spiegazione alle involuzioni della storia e di formulare una prognosi sul futuro di rinascita che ci attende. Eccellente esempio della provocatoria ideologia anti-moderna di Serrano è il suo libro Il Cordone Dorato. Hitlerismo esoterico, risalente al 1978 e appena pubblicato, per la prima volta in lingua italiana, dalle Edizioni Settimo Sigillo. Qui si entra in ciò che, per una mente ristretta nel razionalismo e nel perbenismo contemporanei, non potrebbe che essere avvertito come improbabile, assurdo, a volte addirittura delirante. Ma non è forse la mistica per l’appunto un delirio, un aprirsi su visioni inaccessibili alla normale veglia? E non è forse l’assurdo – ad esempio in Camus – per l’appunto una spia del veridico?

Quella di Serrano è senza dubbio una prognosi mistica. Non rapimento estatico, ma ragionamento basato su una mole di conoscenze e di riferimenti culturali di sincretismo esoterico, talmente incalzante che frastorna ma insieme affascina il lettore. Si viene trasportati in una vicenda in cui il filo d’oro della resistenza al Male progressivo è rappresentato da tutte quelle forze che per secoli si sono opposte alla frantumazione del Bello e del Giusto, finendo una dopo l’altra sconfitte. Il “Cordone Dorato” è il legame sottile che unisce la Scienza Sacra, uscita dalle profondità iperboree dell’originaria civiltà polare, a tutti gli uomini di “razza spirituale” superiore, quelli che non hanno tradito o dimenticato l’Origine. Uomini che hanno prodotto anche, per così dire, anticorpi organizzati, punti di forza storicamente manifestatisi: dai Druidi ai Catari, dai Trovatori ai Templari ai Rosacroce. E fino a Hitler e al suo disegno di sovvertire la modernità per erigere un impero piantato sul mito e sul rito ancestrali. Disinteressato agli aspetti sociali e propriamente politici del Nazionalsocialismo, Serrano si occupa dell’Hitlerismo come macchina moderna utilizzata dall’esoterismo perenne per contrastare la marcia involutiva della storia. Hitler come “ultimo Avatara”, insomma, disceso sul campo politico al fine di rianimare i dormienti simboli dell’Origine.

Il Führer, scrive Serrano, non è stato che l’incarnazione di Abraxas, il Dio gnostico-atlantidèo che assommava il bene e il male; oppure di Shiva, il Dio della distruzione creatrice. O, piuttosto, ha significato il riapparire di Lucifero, l’Angelo di Luce poi trasformato in dèmone malvagio, il Satana biblico. La vicenda hitleriana non sarebbe stata pertanto che l’ultimo e più drammatico episodio di una guerra cosmica collocata in mitiche ère primordiali: la lotta tra Lucifero-Luce e il Demiurgo-Tenebra, alla fine risultato vittorioso e pertanto libero di rovesciare la verità in menzogna. Nella sua prefazione, Nicola Oliva ha ben sintetizzato questa concezione, diremmo esiodèa, da vero dramma titanico, quale compare nella prosa di Serrano: «I miti delineerebbero, secondo Serrano, una sorta di “prologo extraterrestre” alla storia umana, inducendolo, pertanto, a considerare e interpretare la stessa storia conosciuta come un piccolo frammento di quella cosmica, nonché il risultato dello scontro, iniziato nella notte dei tempi e ancora in corso, tra le Forze della Luce, guidate da Lucifero e quelle del Principe delle Tenebre, il Demiurgo, Jehova, con un chiaro, totale sovvertimento della comune, generale credenza».

In questo quadro, la parabola dell’Hitlerismo rappresenterebbe la manifestazione moderna del principio regale eroico e guerriero, quale suole riapparire in certe epoche storiche. Qualcosa dunque di meta-storico. In forza di tale intuizione, Hitler, in quanto archetipo assoluto, non sarebbe morto ma, come Artù o il Barbarossa, veglierebbe in qualche sede tellurica geomanticamente sacrale. Secondo Serrano, l’eroe solare e iperboreo, l’Hitler “apollineo” in possesso dei segni iniziatici, potrebbe essere vivo nelle profondità dell’Antartide, quale giacente simbologia di potenza occulta in attesa di nuove manifestazioni. Scrive Serrano che «qualunque cosa è possibile, perché l’archetipo si ripete in tutta la creazione, si riproduce, rivestendosi di materia. A priori, niente può essere negato, neppure la possibilità reale della “Terra cava”, né la sopravvivenza materiale di Hitler, né gli UFO. Perché sono Verità Archetipiche». Affermazioni che possono anche sconcertare: stravaganze? Semplici sciocchezze? A ben guardare, si tratta invece di materiali simbolici che hanno un loro preciso spessore. Basta ricordare che fu lo stesso Jung, in un suo famoso studio degli anni Trenta, a rappresentare la figura di Hitler come la manifestazione di un potere latente nell’inconscio collettivo, un moderno riemergere dell’archetipo wotanico che riposava da secoli nella memoria atavica del popolo. Secondo Jung, dunque, la personalità archetipica di Hitler, manifestamente in possesso di qualificazioni ulteriori rispetto ad un qualunque capo politico, poteva ben dirsi il prodotto di quel “ricordo ancestrale” che, dai tempi di Platone (l’anamnesi), figura come patrimonio occulto di simboli intuitivi posseduti dalla stirpe. Ciò che Serrano, che si ritiene egli stesso un punto lungo il “cerchio ermetico” che raccoglie gli iniziati di ogni epoca, definisce non diversamente come la memoria cromosomica.

Compito dell’uomo differenziato, costretto a vivere l’epoca del Kali Yuga, in cui la verità si oscura e trionfa la menzogna, è secondo Serrano quello di erigere costantemente la fortezza interiore del supremo distacco. Profondo conoscitore della cultura indiana, Serrano vede nell’antico tantrismo, pratica iniziatica di riattivazione delle energie segrete della mente e del corpo, una via seguita dalle SS nelle loro cerchie più ristrette, in combinazione con la runologia e con la costante ricerca di poli di forza enigmatici da riattivare. Serrano definisce queste pratiche, di cui poco è documentato, come esempi di yoga occidentale, vincolato alle «tradizioni del tantrismo tibetano e induista che, a sua volta, si origina negli elementi dell’Aurea Catena, del Cordone Dorato, che risale ad un Centro Iperboreo comune polare». E porta argomenti a sostegno del ruolo che situazioni, come quelle che si verificavano nel castello di Wewelsburg, avrebbero visto all’opera iniziati in grado di attivare chakras per via autoipnotica, alla ricerca dell’energia Vril. Questa, una volta liberata, avrebbe visto realizzarsi i Sonnenmenschen, gli Uomini Solari, gli Urmenschen originari, che Serrano chiama “gli Immortali”. Eredi del Dio Bianco Iperboreo, di cui parlano le tradizioni di Occidente e di Oriente.

Tutto questo, in fondo, non è così distante da un certo sapere a noi noto, presente nella cultura nostra ellenica o nordica, indoeuropea in generale. L’interpretazione che dà Serrano della storia, quale riflesso terreno di una lotta metafisica tra Dei e Demoni, ricorda da vicino la cosmologia di Esiodo così come il mito platonico della caverna, in una cornice in cui non possono mancare le ambientazioni della Bhagavadgita ario-vedica: procedere con metodica perseveranza nel prepararsi alla lotta, non considerare rovinoso, ma anzi fausto, un destino di sconfitta apparente: promessa di prossima vittoria. E poi coltivare un Io metafisico e “sottile”, nell’attesa di un immancabile Millennio di affermazione delle forze solari. Nell’ora più oscura, in cui si manifesta al massimo il potere degradante del mondo moderno, Serrano agita gli archetipi profondi della nostra identità. E ci tiene a ricordare che la dura lotta quotidiana per la fortificazione interiore precede – magari di poco – quella per l’affermazione finale dei valori tradizionali nella storia.

Luca Leonello Rimbotti

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