Ma che musica, maestro…

…unico

Da Gentile alla Gelmini
ecco cos’era la decadenza di cui tanto si parlava

C’è una tra le riforme della neoministra Mariastella Gelmini [ nella foto a destra] che non mi sento di criticare, si tratta del ritorno al maestro unico. Almeno non mi sento di criticarla in linea di principio, perchè nella scuola di oggi potrebbero esserci uno o sessantacinque maestri per classe, e il prodotto è sempre lo stesso, un branco di somari, provare per credere.

La riprova è della scorsa settimana. Filippo Andreatta (un altro che ha vinto il concorso), da presidente della commissione universitaria di correzione dei test di ingresso di una facoltà simile a scienze politiche, rende noto il livello di bestialità delle risposte date dai candidati (tutti diplomati): Matteotti ucciso dalle BR, il MSI un’azienda di stato (ci può anche stare, ma penso che la risposta che volessero fosse un’altra), il PCI nel pentapartito, buio su Biagi e D’Antona. I giornalisti fingono una divertita indignazione ammonendo che non si tratta del concorso per le veline o il grande fratello, ma dell’ammissione all’università. E poco più di un anno fa lo stesso ministro della pubblica istruzione Fioroni lanciava l’allarme, cercando di introdurre alla meno peggio qualche inadeguato argine all’ignoranza.

Cosa rende la scuola di Gentile (Giovanni, non Claudio quello della Juventus, e nemmeno Carmine quello dell’Atalanta) infinitamente migliore di tutte le altre precedenti e successive? Probabilmente solo il fatto che Gentile aveva la preparazione e la cognizione per compiere una riforma dell’ordinamento scolastico, mentre gli attuali ministri, dalla Falcucci a D’Onofrio, dalla Jervolino alla Moratti, da Berlinguer alla Gelmini, non hanno né l’una, né l’altra. E passi per la preparazione, Gentile era un filosofo, ma almeno la cognizione! È importante. Gentile ce l’aveva, e quindi sapeva quello che faceva, sapeva di impostare un sistema che avrebbe portato determinati prodotti. Con i relativi difetti, come l’assoluta mancanza di insegnamento delle lingue straniere, e i relativi pregi come generazioni e generazioni di studenti preparati. E non è poco.

La scuola di oggi è modellata sul paradigma americano, a partire dagli odiosissimi quiz a risposta chiusa, per proseguire con l’invasività della psicologia in ogni settore e con l’impreparazione degli insegnanti, molti dei quali promossi senza meriti. Io, per esempio, ho assistito alla confessione di un mio amico che si è pentito negli anni settanta di avere abilitato all’insegnamento di storia con il 6 politico gente che collocava la Marcia su Roma nel 1942: poi per forza che Matteotti lo hanno ucciso le BR. Non può essere andata in altro modo.

Ma l’aspetto peggiore della vicenda, quello cioè che costituisce la pietra tombale del sistema scolastico italiano un tempo fiorente, è l’introduzione del concetto secondo cui più alto è il numero di coloro che iniziano un ciclo di studi e lo portano a termine, più il sistema funziona. Questo è il modello statunitense, e non ci vuole molto a capire che la chiave per fare “funzionare” il sistema è quella dell’abbassamento del livello, mentre la scuola, per combinare qualcosa di buono, deve essere difficile. Chi non studia deve essere “respinto”, non ipocritamente “non promosso”. Questo concetto tombale lo ha sviluppato a fondo la Moratti, nei cinque anni di benemerito dicastero, improntato alle tre “i” di Berlusconi: internet, inglese e impresa (che c’entri poi l’impresa alle elementari non lo capirò mai). Un maestro preparato potrà avere anche degli allievi somari, ma un maestro somaro non potrà mai formare degli allievi preparati.

Ho letto di recente diversi comunicati di protesta contro il maestro unico che la Gelmini ripristinerà. Molti sono di sindacati, come i Cobas e la Cub, che fanno bene il proprio mestiere e non si sono mai venduti. Ma non concordo con il tenore dei loro discorsi (è indetta anche una petizione contro tale innovazione). Vanno però distinti i due piani del problema, quello sociale e quello didattico.

Dal punto di vista sociale le rimostranze dei sindacalisti sono corrette in tutto e per tutto, visto che la reintroduzione del maestro unico lascerà a casa molta gente. Ma questo da Berlusconi ce lo si doveva aspettare. La scuola è sempre il primo settore nel quale il Cavaliere opera i suoi tagli. Primo perchè, sotto sotto, un self made man non nutre fisiologicamente molte speranze nell’azione formativa di un istituzione collettiva pubblica. E secondo perchè il settore scolastico è quello in cui Berlusconi ha tutti contro, e tutti in piazza, bidelli, insegnanti e alunni. Quindi il primo settore da sacrificare, tanto non ne ricava nulla. E le ultime stime dei tagli della riforma Gelmini indicano più di centomila tagli nel personale, tra docenti e non.

Dal punto di vista didattico, invece, i sindacalisti sbagliano. [Ri]premettendo che la scuola di oggi è una fabbrica di asini vicina alla chiusura, e che quindi a insegnare potrebbero anche essere dieci maestri tutti insieme ma non cambierebbe nulla, io non concordo con le ragioni didattiche generali di opposizione al ripristino del maestro unico, in particolare con lo spauracchio di un ritorno alla “scuola degli anni 50 e 60″ (che funzionava, comunque meglio delle successive), e con l’affermazione secondo cui il maestro unico che deve insegnare tutto avrà delle difficoltà ad aggiornarsi ed a prepararsi in tutte le materie. Queste affermazioni sono inaccettabili, così come è inaccettabile la difesa del maestro plurimo da parte di una imprenditrice che qualche settimana fa, in una trasmissione televisiva, ricordava che la sua maestra delle elementari l’inglese non lo sapeva, e nemmeno a ginnastica, visto che era vecchia ed alta un metro e cinquanta. Da notare che nessuno mai parla dell’italiano e della matematica, della storia e della geografia.

Io il maestro unico l’ho avuto, si chiamava (e mi auguro si chiami ancora) Claudio Turella (siccome sono un giornalista abusivo e politicamente scorretto io faccio i nomi di tutti, nel bene e nel male, in barba a perverse leggi della privacy che stonano in un sistema in cui viene schedato tutto). Era di Isera in provincia di Trento e non sapeva ovviamente l’inglese, ma per quella materia c’era una maestra apposta per tutta la scuola (d’inglese, come di religione, c’era per fortuna un’ora sola alla settimana), che si chiamava (e credo si chiami ancora) Francesca Serazzi. Il mio maestro unico aveva una classe di 31 bambini e da scuola uscivamo alle quattro. Ha insegnato a me e ad agli altri 30 miei compagni di classe, la grammatica (le regole a memoria me le ricordo ancora adesso), i verbi, le tabelline, la geometria (pure i solidi), storia, geografia e scienze. Abbiamo preso la licenza elementare e sapevamo chi erano Dante, Petrarca e Boccaccio. Anche i più asini avevano imparato chi erano Martin Lutero e Garibaldi, e li sapevano collocare storicamente per il meglio.

Non c’era ancora il computer, ma sono sicuro che i miei trenta compagni di classe lo avranno imparato ad utilizzare benissimo anche da soli; con me non c’è stato niente da fare, ma è un’altra storia…

Giovanni Di Martino

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