La rivoluzione comincia…

…in cucina

Con l’ironia graffiante che l’ha sempre contraddistinto, Leo Longanesi era solito dire che «Le rivoluzioni cominciano per strada ma finiscono a tavola». Longanesi ci ha lasciato nel 1957. Oggi, forse, direbbe che le rivoluzioni possono anche cominciare “dalla tavola”. In cucina. Al mercato. Oppure al ristorante. E’ qui che ogni giorno, come semplici cittadini e consumatori, possiamo dare un piccolo contributo a modificare il futuro catastrofico che altri ci hanno preparato. E possiamo cercare di far deragliare la locomotiva impazzita che ci trascina verso l’abisso. Con gesti semplici, che non implicano rigide prese di posizione né stravolgimenti epocali nelle nostre abitudini.

Mai come in questo periodo, quel che in altri tempi era un normale comportamento economico e alimentare può trasformarsi in un gesto politico, in una scelta etica, verrebbe quasi da dire in una condotta patriottica. Le parole chiave sono due: “Chilometri zero” e “Qui produco e qui consumo”. Dalle catacombe ecologiste e no global, questi due slogan stanno rapidamente conquistando spazio sui mass-media italiani. Mass-media sempre attenti a intercettare le novità più curiose, salvo poi non essere in grado di approfondire i fenomeni popolari più profondi, che avanzano carsicamente al di sotto dell’ufficialità.

Dalla nicchia ai consumi di massa

Infatti quel che c’è dietro va ben al di là della moda passeggera, della tendenza di costume, del passatempo trendy per vippaioli assortiti. Sdoganati dalla Coldiretti, gli alimenti a “chilometri zero” stanno rapidamente conquistando quote di mercato, anche se rimangono un dato economico di nicchia. Però intanto capita di vedere su un tigì nazionale il ristoratore di Padova che propone ai suoi clienti un menù a “zero chilometri”, con tanto di olio del Garda, gallina di Polverara e ravioli al formaggio dell’altipiano di Asiago. Oppure succede di leggere su un importante quotidiano che le mense scolastiche di Ovada, in provincia di Alessandria, offriranno ai bambini soltanto cibi prodotti nel territorio, garanzia di freschezza e genuinità.

Vicino ad Aosta i coltivatori della zona hanno aperto un Farmer Market che – a parte l’inutile anglicismo – è un’iniziativa già diffusa e collaudata in Francia e Germania: si vendono solo prodotti dei contadini locali, saltando la catena di grossisti e distributori. Con un duplice vantaggio: gli agricoltori guadagnano di più e i consumatori possono acquistare merce fresca e di maggior qualità spendendo di meno. In molti piccoli centri del Nord-Italia, infine, stanno spuntando come funghi i distributori automatici di latte fresco e non trattato: come ai tempi di Gianni Morandi (“Fatti mandare dalla mamma, a prendere il latte…”) ci si porta dietro la bottiglia di vetro e si fa il pieno, pagandolo appena un euro al litro. Cioè all’incirca il 40 per cento in meno rispetto al supermercato.

Movimento culturale

Non si tratta soltanto di scelte che attengono alla sfera privata, di mangiar meglio spendendo meno (che già, comunque, sarebbe un bel passo in avanti). La decisione di consumare alimenti a “chilometri zero” vuol dire anche adottare una filosofia di vita che rifugge le sirene della globalizzazione e riecheggia, in modo consapevole o meno, la tutela del territorio, le culture locali, le tradizioni ancestrali. Vuol dire salvare una coltivazione locale in via d’estinzione invece di piantare distese di mais Ogm. Oppure recuperare una preziosa vite autoctona e non introdurre vigneti “global” come cabernet e sauvignon.

Ma scegliere alimenti locali è anche un atto che implica importanti ricadute in materia economica e ambientale. Lo sintetizza in modo chiaro la filosofa ed ecologista svedese Helena Norberg-Hodge, autrice fra l’altro del volume Piccolo è bello, grande è sovvenzionato (Arianna Editrice, 2005, € 12,00). Che scrive: «Se l’essenza del ‘cibo globale’ è quella degli involucri di plastica, di processi produttivi complessi ed artificiosi, di prodotti spazzatura trasportati per migliaia di chilometri; il sistema del ‘cibo locale’ significa freschezza dei prodotti provenienti da aziende agricole prossime ai mercati di vendita, gestiti dai medesimi agricoltori, o in negozi indipendenti della zona. Per questa ragione, la distanza percorsa dal cibo (dal luogo di produzione fino al piatto di portata finale) è relativamente breve, con una grande riduzione del consumo di carburanti fossili e dell’inquinamento».

A questi benefici ambientali, se ne aggiungono altri di natura economica. Con il “cibo locale” guadagneranno di meno le multinazionali e di più i piccoli produttori, che a loro volta spenderanno il denaro sul territorio e creeranno posti di lavoro, scegliendo il personale nelle comunità locali.

Un gesto politico

Fin qui neppure i politicamente corretti hanno molto da eccepire. Cibi più genuini e meno cari, benefici economici per il territorio, tutela dell’ambiente. Non sfuggirà a nessuno che ormai la maggior parte dei costi di un prodotto alimentare se ne va in imballaggi, carburante per il trasporto, pubblicità, marketing, intermediazioni… E che la situazione non è più a lungo sostenibile. Per il nostro ambiente e per il nostro portafogli.

Ma per chi guarda anche a interessi che vanno al di là dell’economia, la scelta consapevole di un modello alimentare a “chilometri zero” può diventare una formidabile arma politica. Contro i signori senza volto della Grande Distribuzione, contro gli gnomi della finanza internazionale (gli stessi che in questi mesi stanno affamando 60 milioni di persone provocando i rincari di riso e cereali), contro gli euroburocrati di Bruxelles. Quei «folli illuminati –  per dirla con il neo-ministro dell’Economia Giulio Tremonti – che hanno dato vita all’ideologia totalitaria inventata per governare il mondo nel XXI secolo».

Un’arma politica che ognuno di noi possiede per restituire la sovranità alimentare ai Paesi che compongono l’Europa, come ha ben compreso il ministro francese dell’Agricoltura Michel Barnier. Di fronte alla crisi mondiale, Barnier ha sostenuto la necessità per la Francia e per l’Europa di incentivare la produzione agricola interna, beccandosi subito il cartellino giallo del Financial Times, portavoce mondiale degli interessi della finanza globalista. Che invece vorrebbe accelerare ulteriormente il folle modello commerciale esploso negli ultimi vent’anni. Merci che viaggiano da un capo all’altro del mondo, sfruttando i vantaggi della delocalizzazione selvaggia e dello sfruttamento della manodopera nei Paesi del Terzo Mondo. Piselli del Kenya, fagiolini del Burkina Faso, pere dall’Argentina, ortaggi dal Nordafrica, vino dal Cile.

Sovranità alimentare

Il giornalista “poco allineato” Maurizio Blondet (nella foto sotto) cita questo gustoso esempio: «Il merluzzo pescato in Norvegia viene spedito in Cina per essere  eviscerato e ridotto a filetti, e magari salato e asciugato, e torna poi in Norvegia da cui, detratto il consumo locale, viene di nuovo esportato in tutto il mondo. Ciò perché, sulla carta, lavorare il merluzzo in Norvegia costa 2,70 dollari al chilo, e solo 46 centesimi in Cina». Più o meno il paradosso tragicomico di Beppe Grillo, che nei suoi monologhi cita spesso il caso del vasetto di yogurt, che gira mezz’Italia prima di finire nel nostro frigorifero, come uno dei motivi per cui vorrebbero sventrare una valle alpina per costruire la Tav.

Riappropriarsi della sovranità produttiva e alimentare dovrebbe essere un imperativo per chiunque abbia a cuore il futuro dell’Europa e delle piccole patrie che la compongono. Ed è l’esatto contrario della politica adottata dall’Eurocrazia di Bruxelles, da sempre sdraiata davanti agli interessi della grande finanza americana e mondialista. A questo si dovrebbe pensare, quando si va al mercato a fare la spesa. Consumare prodotti a “chilometri zero” è un comportamento che fa bene alla nostra salute, all’ambiente, all’economia del territorio e al futuro dell’Europa. E fa tanto male al portafogli di coloro che da sempre combattiamo.

Giorgio Ballario

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